Una passeggiata letteraria a Brooklyn con Paolo Cognetti

Paolo Cognetti, autore di “New York è una finestra senza tende” nonché di alcuni documentari e di due raccolte di racconti, è già stato intervistato da Nuok a proposito della sua passione per la Big Apple. Quella di oggi non è un’intervista: Paolo ci propone una passeggiata attraverso il luogo che più ama di New York, cioè Brooklyn. E lo farà attraverso gli occhi e la penna di alcuni scrittori che l’hanno vissutaa e ne hanno colto lo spirito e l’anima.


Brooklyn Heights - bicameral

“Sono un alcolizzato. Sono un tossicomane. Sono un omosessuale. Sono un genio”. Hai scelto Truman Capote, il “filosofo impertinente”, per raccontare Brooklyn Heights. Perché e con quale opera pensi ne abbia estrapolato l’essenza?

Con un breve saggio che amo molto, Una casa a Brooklyn Heights. In italiano si trova nella raccolta di Garzanti, Ritratti e osservazioni. Bisogna dire che Capote era un uomo del sud, un forestiero perdutamente innamorato di Manhattan. In Colazione da Tiffany scrisse: “Amo New York, anche se non è mia nel modo in cui una cosa deve esserlo, un albero o una strada o una casa, qualcosa che mi appartiene perché io le appartengo”. In questo senso di sradicamento leggo la sua scelta di andare a vivere a Brooklyn Heights. Aveva lo studio in Willow Street, a due passi dalla Promenade, che forse è il più bel punto panoramico su Manhattan. In mezzo c’è l’East River. Da lassù puoi osservare l’isola da fuori: se Manhattan avesse delle mura il ponte di Brooklyn sarebbe la porta principale, e la Promenade una torre di guardia.

Spostiamoci a DUMBO e affidiamoci alle parole di Jonathan Lethem, “Brooklyniano” doc. Hai scelto “Motherless Brooklyn”, una detective story con un protagonista affetto dalla sindrome di Tourette. Raccontaci qualcosa di più!

Lethem adesso è uno scrittore molto serio, ma per una ventina d’anni si è divertito a giocare coi generi. Il giallo, il noir, la fantascienza. Ha sempre difeso strenuamente questa letteratura “minore”, eleggendo tra i suoi maestri Philip K. Dick insieme a Franz Kafka. Motherless Brooklyn secondo me è il suo capolavoro: un orfano cresciuto a Brooklyn, affetto dalla sindrome di Tourette, si ritrova a dover risolvere un mistero. La trama gialla è intessuta lungo queste strade, da Boerum Hill a Dumbo a Greenpoint. Lethem racconta di averlo scritto dopo dieci anni passati in California: tornato a Brooklyn si commosse a tal punto da scrivere questo “poema d’amore”.


Boerum Hill - toddwshaffer

Rimaniamo con Lethem ma cambiamo genere. Per descrivere Boerum Hill, hai pensato di proporre “The fortress of solitude”, una storia di amicizia che affronta la tematica razziale con degli elementi di surrealità. Siamo davvero curiosi di sapere perché.

Perché è l’autobiografia romanzata di Lethem, e racconta la storia di questo quartiere negli anni Settanta. C’è un ragazzino bianco cresciuto ascoltando i Beatles, figlio di due artisti un po’ fricchettoni, che si ritrova a vivere a Brooklyn al culmine della tensione sociale, durante la nascita della cultura hip-hop. Il suo migliore amico è un ragazzino nero. Insieme leggono i fumetti della Marvel, che sembrano lo specchio perfetto della loro città degradata, piena di violenza e di macerie e bisognosa di supereroi. I graffiti sui muri diventano un codice segreto per leggere la realtà, così come i testi delle canzoni rap, le storie dei Fantastici 4. È un romanzo di formazione imperdibile per chi vuole capire che cos’è stata New York in quell’epoca.

Park Slope e due scrittori, Paul Auster e Bernard Malamud. Opinioni che si contrappongono o modi diversi per raccontare lo stesso scenario?

Due sguardi diversissimi. Il commesso di Malamud è un romanzo molto triste, ambientato negli anni Cinquanta. Un piccolo delinquente italoamericano va a lavorare nell’emporio di un commerciante ebreo, si innamora di sua figlia, deve lottare per conquistare la fiducia del padre dopo avergli rubato dei soldi. L’ambiente è misero, buio, l’inverno glaciale. Brooklyn non è mai nominata ma si intuisce intorno a questi poveri personaggi, e si rivela quando i due innamorati cominciano a darsi appuntamento a Prospect Park. Al contrario, Follie di Brooklyn di Paul Auster è un romanzo solare. Un uomo depresso va a vivere a Park Slope “per morire”, secondo le sue intenzioni, ma poi la vitalità del quartiere lo travolge, lo conduce a una riscoperta di sé e a una rinascita. Anche in questo caso il libro è frutto di un colpo di fulmine. Auster abbandonò Manhattan negli anni Novanta, venne a vivere a Park Slope e ne cadde innamorato. Scrisse la sceneggiatura di Smoke e poi Follie di Brooklyn. Chi ha visto il film può immaginarsi lo spirito del romanzo.


Williamsburg – Beatrice Avallone

Anche per Williamsburg hai individuato due autori distinti: Betty Smith (di origini tedesche) e Chaim Potok (un rabbino nato nel Bronx). Una bambina povera che cresce coltivando le proprie ambizioni e la storia di due ragazzi ebrei americani che guardano da lontano gli orrori dell’antisemitismo in Europa. Anche qui, apparentemente, le storie si contrappongono.

Invece sono molto simili. Romanzi di formazione ambientati negli anni Quaranta, in un quartiere che allora era il Lower East Side di Brooklyn. Il ghetto, il quartiere degli emigranti e delle case popolari. Sono molto legato a Potok, Danny l’eletto ma anche Il mio nome è Asher Lev, perché mi ha fatto scoprire queste comunità di ebrei ortodossi, i chassidim, che ancora oggi vivono a Brooklyn o nel Bronx isolati dal mondo, seguendo le proprie regole. La prima volta sono arrivato a Williamsburg cercando questo paesaggio umano ed è così che ho scoperto il quartiere della musica, un posto in cui l’età media è di 25 anni e sulle strade si susseguono i bar, le librerie, i negozi di vestiti usati, i locali in cui si suona. Questa città vivacissima convive con quella dei chassidim, appena un paio di isolati più in là. Il contrasto e la tolleranza sono l’anima di Brooklyn.

E finiamo la nostra passeggiata con Hubert Selby Jr., assieme al quale hai deciso di raccontarci Red Hook e Coney Island.

Sono legato a Red Hook perché, quando sono a Brooklyn, è il mio quartiere. Non ci arriva la metropolitana e questo ne ha fatto un luogo segreto, sconosciuto anche a chi vive a New York da anni. È il vecchio porto e ne mantiene l’aspetto: i moli, le strade pavimentate, le grandi fabbriche di mattoni rossi, i gabbiani, l’aria che sa di mare. Io ci vado a fare lunghe passeggiate di meditazione. Poi per caso ho scoperto che uno dei miei scrittori preferiti, Hubert Selby Jr., era nato lì, in un’epoca assai diversa: lui era un disabile tossicodipendente e frequentava il porto negli anni successivi alla guerra, tra i marinai in congedo, le prostitute, l’alcol e la malavita. Allora Red Hook era un quartiere malfamato e lo è rimasto fino agli anni Ottanta. Così come Coney Island, un altro luogo della mente per me, la spiaggia in cui andare fuori stagione a vagabondare nel luna park chiuso. Hubert Selby Jr. li ha raccontati entrambi, in Ultima fermata a Brooklyn e Requiem for a dream, però vi avverto: è roba forte, non leggetela prima di dormire.



Commenti (1)

  1. [...] culturale della borsa (H&M, 14.99 €): libro del momento e occhio perché l’autore l’ho anche intervistato quindi leggete entrambi al più presto, grammatica tedesca perché io non mi muovo se non so dire [...]

Lascia un commento