The artist is present.


Ancora per 26 giorni LEI sarà lì, seduta al tavolo, stremata ma impassibile. Marina Abramovic, famosissima e acclamata videoartista, è la protagonista di questa performance della durata di 3 mesi all’interno del MoMA museum, The Artist is Present.
Al primo piano del museo è allestita la scena: un grande quadrato di pavimento delineato da strisce bianche e security in nero, quattro enormi luci puntate al centro, un tavolo di legno con due sedie. Su una la Abramovic vestita in blu, treccia di capelli scuri, pelle marmorea, sull’altra una persona qualunque che visita il museo. Su un lato del quadrato, la coda di coloro che vogliono sedersi di fronte all’artista, perchè è proprio in questo che consise la performance: accomodarsi al tavolo e agganciare lo sguardo della Abramovic in un muto dialogo. Due minuti, dieci, un’ora o un giorno intero, il visitatore può scegliere quanto tempo restare seduto di fronte all’artista senza preoccupazioni, perchè Lei è sempre lì, dall’apertura alla chiusura del museo. Composta, immobile e statuaria, padrona degli sguardi, del tempo - che sembra congelarsi attorno alla sua aura – e di una concentrazione disarmante. Non una parola, solo sguardi fissi.




Alle sue spalle, sul muro, le linee che segnano i giorni trascorsi e quelli che mancano, come nelle prigioni che si rispettino.
Il silenzio attorno è surreale, la concentrazione dell’artista sovrumana, dipinta sui lineamenti duri del viso e nella posa rigida del corpo.
Da marzo a maggio Marina sta in posa, nella sua statuaria presenza, guardando ogni giorno un centinao di persone alternarsi di fronte a sè, persone comuni che da spettatori diventano parte dell’opera stessa. E’ la più lunga performance della sua carriera e si basa sul concetto di decontestualizzazione del momento conviviale che viene elevato diventando una sorta di cerimonia.




All’ultimo piano del museo è allestita la mostra personale della Abramovic, con video delle sue performance in cui la violenza e la sofferenza sono temi centrali, utensili da lei utilizzati nelle apparizioni – ad esempio una serie di strumenti di tortura (compresa una pistola) messi a disposizione degli spettatori durante una performance, con l’esplicita richiesta di utilizzarli sull’artista stessa.

Le urla dei video e la profonda voce della Abramovic risuonano nella sala, contribuendo a creare un’atmosfera inquetante e oscura che accompagna la visione delle opere esposte: persone nude immobili e sofferenti. Un uomo sdraiato sotto un cumulo di ossa, una donna crocifissa – senza chiodi – su una grande parete, una coppia di nudi sull’uscio di una stanza, impossibili da evitare se vi si vuole accedere.

Non vado oltre per non rovinare la mostra più acclamata e attesa dell’anno, ma sconsigliata ai facilmente suggestionabili.
Impatto ed emozione sono garantiti, per quanto mi riguarda – che frequento mostre da almeno 10 anni – è la personale più bella e suggestiva che abbia mai visto, la prima che mi abbia catturato per più di 4 ore. DA-NON-PERDERE!


foto di Valentina Locatelli



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