
:: Benvenuta su Nuok, Silvia! Per iniziare vorremmo sapere cos’hai provato la prima volta che hai messo piede a New York. Era come te l’aspettavi? La prima volta avevo sedici anni. Era l’estate del 1985, ed ero andata a New York con una vacanza studio. Ben presto io e un’amica abbandonammo del tutto illegalmente il gruppone di altri adolescenti e cominciammo a girare la città per conto nostro, a tutte le ore del giorno e della notte, usando il college solo come dormitorio. Inutile dire che ci divertimmo come pazze. La prima volta a New York, per un mese, praticamente da sola, a sedici anni: una cotta violentissima, un’esperienza che mi ha cambiato la vita.
:: Sei una delle più affermate traduttrici italiane di narrativa contemporanea americana. Come nasce il tuo amore per l’America e i suoi scrittori? A quel punto, dopo la mia cotta adolescenziale per New York, decisi molto coerentemente di laurearmi in letteratura russa, solo per scoprire che io e la Russia avevamo ben poco in comune. In realtà ero convinta di voler fare la traduttrice letteraria, solo che avevo sbagliato lingua. La correzione arrivò solo più tardi, quando frequentai un master di scrittura creativa e lì venni “scoperta” da un’importante traduttrice. Dall’inglese, naturalmente.
:: Molti degli autori americani che hai tradotto (Jonathan Franzen, Don DeLillo, Nathan Englander) sono newyorkesi di nascita o di adozione: hai trovato in loro qualcosa in comune, che potresti riferire proprio alla loro frequentazione con questa città? Insomma, c’è qualcosa che identifica gli scrittori newyorkesi? I newyorkesi amano profondamente la loro città, e gli scrittori non fanno eccezione. La città è spesso presente nei loro libri, uno scenario perfetto perché al contempo multiforme e immediatamente riconoscibile. Poi, naturalmente, ogni scrittore la vive e la vede a modo suo. Don DeLillo è il classico intellettuale newyorkese che ha sempre vissuto a New York (anche se da un po’ si è trasferito fuori città) e la metropoli ce l’ha nel sangue. Jonathan Franzen, che viene dal Midwest, ha mantenuto uno sguardo più distaccato e ironico sulla grande metropoli. Nathan Englander, invece, pur avendo vissuto per anni in Israele, per certi versi rimane il tipico scrittore ebreo newyorkese, che tuttora risiede nell’antico bastione dell’intellighenzia ebraica cittadina, l’Upper West Side (“Sono uno dei pochi scrittori che non si è ancora trasferito a Brooklyn”, dice).
:: Molti giovani italiani guardano all’America come a una terra di opportunità: esiste ancora il sogno americano? E gli stessi americani, secondo te, ci credono ancora? Certo che esiste ancora il sogno americano! Non è solo una questione di ricchezza, ma di atteggiamento nei confronti della vita, di apertura, ottimismo e voglia di fare, tutte cose che da noi purtroppo scarseggiano. E sì, gli americani ci credono ancora. Se smettessero di crederci sarebbe un vero guaio.
:: Il tuo lavoro ti porta a viaggiare molto fra l’Italia e gli Stati Uniti, e sappiamo che oltre a New York frequenti anche San Francisco. La East e la West Coast sono davvero due mondi completamente diversi? Dicci cosa ti piace dell’una e dell’altra. Sì, le due coste sono mondi molto diversi. New York però non può essere identificata con l’intera East Coast, così come non può essere identificata con il resto degli USA. È un mondo a sé, e mi piace proprio per questo, oltre che per il fatto che ci si può trovare davvero di tutto, e quindi non è troppo difficile sentirsi a proprio agio. La West Coast è molto, molto bella, ma in genere i californiani sorridono un po’ troppo per i miei gusti.
:: La cosa più folle che hai visto, o fatto, a New York. Dobbiamo tornare all’estate del 1985. Allora New York era una città molto meno sicura di adesso. Anzi, era proprio pericolosa. Ma io a sedici anni non me ne rendevo conto, e forse fu proprio per questo che per tutto quell’incredibile mese non mi successe mai niente di sgradevole. Una notte, verso le tre, io e la mia amica incontrammo un ragazzo simpatico che, dopo averci comprato due birre (eravamo minorenni!), permettendoci di provare l’ebbrezza di bere per la strada da una bottiglia nascosta dentro un sacchetto di carta, ci invitò a far colazione a casa sua. Dove? Nel Bronx! Ma certo, perché no? Il ragazzo, per fortuna, viveva nel North Bronx, la parte meno malfamata del quartiere, ma il lungo viaggio in metropolitana alle quattro del mattino, per andare a far colazione a casa di uno sconosciuto (nel Bronx!), fu un momento davvero memorabile. Come andò a finire? Ricordo vagamente che mangiammo qualcosa all’aperto, in un parchetto spelacchiato, e poi io e la mia amica tornammo al college a dormire.
:: Il tuo posto segreto a New York. Premesso che per molte cose preferisco Brooklyn a Manhattan (Park Slope, con il bel Prospect Park, e Carrol Gardens, per esempio, sono due zone dove abiterei molto volentieri, mentre di Manhattan tendo a evitare le zone turistiche e soprattutto Midtown), quando sono a New York mi piace esplorare posti insoliti, a volte poco conosciuti anche dagli stessi newyorchesi, come Inwood, i Cloisters e, il più sconosciuto di tutti, City Island, un’isola all’estremità nord di Manhattan dove sembra di stare in un paesino di pescatori del New England. Ma il mio posto preferito in assoluto è la Promenade di Brooklyn Heights. Anche lì abiterei molto volentieri, se potessi!


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