
Foto di Sergio Bosatra
Paolo Monico è un regista pubblicitario e televisivo. Ha diretto alcuni degli spot più famosi degli ultimi anni, lavorando – fra gli altri – per MTV, Coca-Cola, Fox, Playstation, Tuborg, Citroen, Honda. Da qualche anno vive a New York, dove continua a raccogliere soddisfazioni personali e lavorative. Nuok lo ha incontrato per voi.
:: Ciao Paolo, benvenuto su Nuok! Iniziamo subito con una domanda diretta: come mai hai deciso di lasciare l’Italia?
E’ stato un processo lungo che è cominciato negli anni dell’università con il programma Erasmus. Mentre studiavo Architettura andai per un anno in Danimarca. Esplosione nucleare! In quei mesi capii che non avrei mai fatto l’architetto, che volevo diventare un regista e soprattutto cosa mi faceva arrabbiare del mio paese: la mancanza assoluta di un progetto collettivo, quel desiderio condiviso e apprezzato di costruire qualcosa per se stessi e per gli altri. L’Italia è un paese meraviglioso, ma è cinico, disilluso, pessimista. Un clima così ammorba chi ha voglia di cambiare, di disfare e rifare. Ci sguazza chi si accontenta o si compiace dello status quo. Io mi sono sempre sentito un pesce fuor d’acqua, più vicino a Calvino che a Sant’Ambrogio o San Gennaro (con rispetto parlando, ovvio!). Tornato dalla Danimarca, non mi sono più sentito nemmeno a casa.
:: Perché la tua scelta è caduta sull’America, e New York in particolare?
Fin da bambino sono sempre stato attratto dalla cultura Americana. Mio padre, che lavorava nella gloriosa IBM-Italia degli anni ’70, mi parlava di “ruoli” e “meritocrazia”. Ma ciò che mi interessava erano i jeans, i KISS, Rocky Horror e tutto il cinema Americano, da Biancaneve a Iena Plissken. Poi, quella che era nata come pura attrazione superficiale, legata a simboli, musiche e films, è pian piano diventata vera e propria ammirazione. Ancora oggi mi stupisce la capacità di rinnovamento di questo popolo, il suo sapersi mettere in discussione e ricominciare. Nonostante gli errori commessi, la superficialità o l’ingenuità di certe decisioni, l’America che amo è quella che guarda avanti. E New York è il motore di questa visione, la forza propulsiva di questa nazione, un concentrato di energia che ti travolge o ti coinvolge, a seconda di come sei fatto. Per me, quando qualche anno fa ci sono capitato per girare uno spot, è stato un colpo di fulmine, amore a prima vista! Ho venduto casa, auto, tutto. Ho preso tutto ciò che avevo e mi sono trasferito qui con la mia famiglia. La carica devastante di questa città mi serve, ne ho bisogno, me ne voglio circondare ogni giorno. Più che una scelta lavorativa si tratta di una scelta di vita.
:: Ormai da diversi anni vivi e lavori negli Stati Uniti, pur mantenendo i contatti aperti con l’Italia: dal punto di vista lavorativo, quali sono le differenze che hai riscontrato e che più ti hanno colpito?
I tempi di lavoro sono sicuramente più umani, anche se qui ci si lamenta perché si dice che prima fosse molto meglio! Poi, la divisione sistematica dei ruoli fa si che ciascuno faccia il proprio “piccolo” al meglio. In Italia vediamo questa divisione come un limite. Contrapponiamo alla scientificità dei compartimenti stagni all’americana, la nostra famosa “creatività” e la nostra ancor più famosa “Arte-di-Arrangiarci”. Ma la verità è che questa divisione dei ruoli funziona e funziona anche molto bene. Ciascuno tende a eccellere nel suo piccolo e l’intera macchina ne giova e, proprio per questo funziona a meraviglia. In Italia, l’arte di arrangiarsi, anziché rimanere quel guizzo creativo che sopperisce ad una mancanza momentanea, purtroppo è diventata la normalità, il modus operandi di un intero paese. E i risultati si vedono.
Un’altra cosa che ho notato è che qui, nel lavoro, non esiste l’invidia. O meglio, esiste, ma è un invidia sana: chi lavora bene e fa bene è visto con ammirazione, non con invidia. E’ qualcuno che ce l’ha fatta, qualcuno a cui guardare come esempio. In Italia c’è il tiro al piccione, un’invidia piccolina da “contrada”. Chi vuole di più si è montato la testa e chi ha successo viene visto quasi con sospetto.
:: Nel tuo ambito, il cinema e la pubblicità, cosa invidi agli Americani e cosa invece pensi che loro invidino a noi?
Negli Stati Uniti si realizza il cinema che piace a me. E’ quello delle storie che ruotano intorno al “quest”, la ricerca di qualcosa, quelle dove il protagonista parte, suo malgrado e sempre reticente, alla ricerca della soluzione di un problema. Sono le storie dove, banalmente, ci sono ostacoli apparentemente insormontabili, dove ci sono i cattivi, dove c’è lo scontro finale!
Qui c’è un’industria vera e propria, c’è il rispetto per i ruoli, ci sono sceneggiatori che vogliono fare gli sceneggiatori, e non sono solo talentuosi ma sono anche e soprattutto preparati. Ci sono i registi che non amano essere scambiati per autori. Sono professionisti che creano la propria visione della storia, assolutamente rispettosi di chi l’ha creata in primis. E’, come dicevo, una macchina rodata che viaggia a meraviglia.
Ad ogni modo, più che il cinema o la pubblicità, agli Americani invidio la televisione seriale. Negli Stati Uniti, in questo momento, si realizzano le migliori serie televisive di sempre: sono scritte in modo impeccabile e i personaggi sono meravigliosi, sono girate e recitate divinamente. L’intera confezione è talmente universale che le serie americane vengono vendute e apprezzate ovunque. E’ decisamente il mondo a cui guardo in questo momento e in cui mi vedo nei prossimi anni.
Di contro, purtroppo, non credo che gli Americani invidino nulla al nostro cinema, né tantomeno alla nostra televisione.
:: Più in generale, parlando di cultura e stile di vita, cosa importeresti dall’Italia all’America, e viceversa?
Il cibo in Italia è cultura e stile di vita. E’ una cosa che io adoro e che qui manca quasi completamente. Ultimamente ci si sta iniziando a muovere: si parla di “organic” e grass-fed beef, di cucinare cibi freschi e comprare “local”, ecc. Ma ho l’impressione che sia più una cosa specifica newyorkese che Americana in genere. La strada è ancora lunga.
So che può sembrare una contraddizione, ma della cultura e dello stile di vita Americano invece esporterei l’utilizzo del tempo. In una normale giornata infra-settimanale, qui ci si alza prestissimo, l’orario di lavoro è continuato, dalle 9 alle 5, la cena è più o meno alle 7, i bambini vanno a letto alle 8. Il vantaggio, anche se può sembrare strano, è che si guadagna in qualità della vita: alle 5 la gente lascia gli uffici e fa altro, si fa una passeggiata, va in palestra, sta coi figli. In Italia l’orario di lavoro tende ormai a dilatarsi a dismisura, con pause pranzo interminabili e gente che lascia l’ufficio verso le 7 di sera. Qui se si prova a chiamare una casa di produzione, un’agenzia pubblicitaria o una post-produzione dopo le 5 di pomeriggio si trova la segreteria telefonica!
:: Sappiamo che vivi a Brooklyn. Ci racconti qualcosa della tua vita lì?
Quando non sono via per lavoro, la mia vita a Brooklyn è la vita più “normale” che uno possa immaginare: mi alzo e, se riesco a trovare la forza e la voglia, vado a correre, faccio colazione e porto i bambini a scuola. Il resto della giornata lo dedico al lavoro: progetti pubblicitari per cui sono stato contattato o, nel caso abbia del tempo libero a disposizione, lavoro sui miei progetti di cinema e televisione. Ogni quattro settimane faccio il mio shift alla Food Coop, un supermercato-cooperativa autogestito dai soci. Vado alle proiezioni del Directors Guild e “studio” i piccoli capolavori dei miei colleghi, sperando un giorno di realizzare anch’io qualcosa che venga proiettato al Directors Guild e “studiato” a sua volta!
:: Esiste ancora il sogno americano?
Esiste eccome. Non siamo forse tutti qui per questo? : )


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