
Gabriele Mainetti, regista e attore. In questa stagione in tv in Tutti per Bruno, canale5
:: Ti sei formato artisticamente alla Tisch School of Arts di New York: ci racconti questa esperienza? Che differenza c’è, se c’è, rispetto agli studi fatti in Italia? In realtà mi sono formato al DAMS, un corso di laurea della facoltà di Lettere e Filosofia a Roma, mentre portavo avanti la mia attività attoriale e quella di regista di corti. Sono poi partito per New York dove per tre mesi alla Tisch School of the Arts ho studiato direzione della fotografia, regia, sceneggiatura e produzione cinematografica.
Da un punto di vista tecnico-pratico sono migliorato. Ed era questo che cercavo: mettere fine ad una serie d’inutili idealizzazioni imparando ad usare la macchina da presa. La pulivo, caricavo e scaricavo i magazzini (involucri che si agganciano alla camera contenenti pellicola), mettevo la luce sui cortometraggi dei compagni, etc… Questo mi ha aiutato a comprendere meglio le dinamiche lavorative di ogni reparto. Esperienza indispensabile se si devono gestire diverse persone.
Ecco, questo ti regala lo studio accademico statunitense: l’esperienza. O meglio una proto-esperienza lavorativa. Ciò comporta un vantaggio enorme: capire se quello che si studia è proprio quello che si vuole fare. Da noi per ragioni economiche siamo impossibilitati a confrontarci con materiali professionali (nel caso degli studi cinematografici: macchine da presa, parco luci, pellicola, etc…) per cui ci si “immagina” come potrebbe essere un set o lo si cerca sugli extra di un dvd.
Rispetto all’università italiana in quella americana si dà grande spazio allo studente. Lo si incita a partecipare attivamente alla lezione, tant’è che il 30% del voto finale riguarda appunto tale partecipazione. In questo modo i ragazzi acquistano fiducia. Da noi invece il professore monologa per ore senza interagire con gli studenti facendo così crescere quell’antico timore reverenziale nei confronti del “maestro” che renderà poi i ragazzi sempre più insicuri.
Credo che la nostra preparazione teorico-critica sia migliore. Ma nel caso in cui uno volesse diventare regista, almeno che non riesca ad entrare nella Scuola Nazionale di Cinema dove ci sono solo dodici posti liberi all’anno, finché non porterà un caffé su un set come l’ultimo degli assistenti alla regia non saprà mai come è fatta un macchina da presa e tutti i reparti che gli girano attorno.
:: La cosa più strana che ti è capitato di vedere a New York? La gente che cammina, cammina velocemente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ma dove vanno?!
:: In questo periodo sei su Canale5 con la fiction “Tutti per Bruno” con Claudio Amendola e Antonio Catania: che atmosfera si respira sul set? Prossimamente cosa farai? Claudio è una persona molto semplice, alla mano, un grande professionista. Così come Antonio e tutti gli altri. Mi sono trovato molto bene. C’era un’atmosfera serena. Si rideva, si scherzava e si lavorava tanto. Rifarei “Tutti per Bruno” altre dieci volte. Questo è quello che cerco su un set come attore. Un set dove regni la tranquillità e dove non popoli la nevrosi narcisista.
Sto scrivendo il mio film come regista. Come attore invece lavorerò su “La Nuova Squadra 3”.



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