Uncategorized

HUMUS – Mashape: essere giovani italiani nella Silicon Valley

06 novembre 2010

I fondatori di Mashape sono tre, sono giovanissimi, sono italiani. Hanno lasciato il loro paese e intrapreso la loro avventura negli Stati Uniti dopo aver girato invano lo stivale in cerca di finanziamenti per la loro società: in Italia hanno trovato solo porte chiuse, in California interesse, entusiasmo e fiducia. Noi di Nuok abbiamo parlato con uno dei mashapers, Marco Palladino, del loro lavoro (tanto interessante quanto difficile da comprendere pienamente per i non addetti ai lavori!), di San Francisco, la loro nuova città, e dell’Italia.

:: Ciao Marco, benvenuto su Nuok! Iniziamo parlando di Mashape e di voi, i suoi fondatori: puoi raccontare ai nostri lettori chi siete, da dove venite e in cosa consiste il vostro lavoro?

Sono Marco Palladino (22), ho fondato Mashape insieme ad Augusto Marietti (22) e Michele Zonca (28). Io e Augusto avevamo già fondato in passato un’altra società MemboxX (uno storage online, che però non è andato tanto bene), e successivamente ci siamo messi al lavoro su Mashape. Quando abbiamo iniziato lo sviluppo di Mashape nel nostro garage a Milano abbiamo conosciuto Michele, che è diventato co-founder.

Mashape è un API Marketplace, dove gli sviluppatori possono vendere componenti software, acquisendo traction, che altri devs possono poi consumare in modo estremamente facile. I componenti possono essere atomici, come ad esempio un componente che converte un file video in altri formati, o possono essere anche wrapper di servizi esistenti, come un componente Flickr. Su ogni componente creiamo automaticamente l’infrastruttura API, e dato che diamo la stessa interfaccia di accesso ad ogni componente nel marketplace, esiste solo un modo per consumarli tutti per non diventare matti imparando ad utilizzare differenti client libraries, leggere diverse documentazioni o interpretare formati di risposta differenti come succede normalmente.

L’idea è che con Mashape uno sviluppatore possa creare qualsiasi cosa in un’ora e decidere di distribuirlo, gratis o a pagamento, sul marketplace. E quando ha bisogno di qualcosa, cercarlo e utilizzarlo in meno di un minuto. Oggi non esiste un luogo dove è possibile farlo.

:: Come vi siete preparati alla partenza per la California e, una volta arrivati, che tipo di accoglienza hanno ricevuto le vostre idee, anche considerando la vostra provenienza e la vostra giovane età?

Partire negli States non è stato psicologicamente difficile. La Silicon Valley, lo sanno tutti, è l’ambiente migliore per fare questo tipo di business, dove le opportunità si moltiplicano ogni giorno. Consci di questo, abbiamo semplicemente deciso di partire, vista anche la brutta esperienza di fundraising che abbiamo vissuto in Italia.

Andare negli Stati Uniti è stata la chiave che ci ha permesso di continuare questa esperienza, perchè in Italia stavamo finendo tutti i (pochi) soldi che avevamo, mentre lì fortunatamente abbiamo trovato degli investitori (YouTube’s early employees) che hanno capito il progetto e con i quali abbiamo chiuso il round in 2 settimane. Ogni giorno otteniamo feedback importantissimi da tutti, perchè è tutto l’ambiente ad essere stimolante, e questo ci consente di migliorare costantemente il prodotto.

Il bello degli States è che non conta l’età e non conta da dove vieni: se fermi un investor e gli dici che hai un prodotto che cambierà il mondo, ti crede in modo assolutamente serio. Poi glielo devi far vedere, ma le persone ti credono fin da subito e fino a prova contraria. Da altre parti ti riderebbero in faccia prima di finire la frase.

:: Parlando proprio della vostra vita negli Stati Uniti, qual è il vostro rapporto con San Francisco?

San Francisco è una città bella, e tutto sommato tranquilla. Negli ultimi anni c’è stata una “migrazione” delle startup dalla valle (Palo Alto, Redwood, etc) alla città, per cui ci sono tantissimi eventi e opportunità per fare networking. La gente è molto cordiale, ed è una cosa che si nota fin da subito, sia nell’ambiente lavorativo che durante la normale quotidianità. Oltretutto non essendo grandissima, ci si adatta più o meno subito. È una delle tre città americane che ospitano Little Italy (dopo New York e Chicago), per cui per la fortuna di noi italiani ci sono ottimi posti dove possiamo bere un buon caffè e mangiare un piatto di pasta decente.

:: Qual è il vostro posto preferito a San Francisco, in assoluto da non perdere per chi si trova in città?

Per respirare aria di innovazione consiglio di andare al Pier 38, sede del Dogpatch Labs, un incubatore che ospita circa 100 startup. Per mangiare un’ottima pizza consiglio di andare da Delfina (3611 18th Street), mentre per divertirsi ci sono ottimi bar nel quartiere Marina, e locali altrettanto carini nella zona di Union Square.


photo: Robert Scoble

Chi va a San Francisco però non può non andare in “pelligrinaggio” a Stanford: ci si arriva in 40 minuti con un treno economico, il Caltrain, che parte da vicino lo stadio dei Giants. E poi da lì fare una visita a Palo Alto, dove vi suggerisco di prendere qualcosa da bere al Caffè del Doge (se incontrate Steve Jobs non è un’allucinazione, dato che ci va ogni giorno).

:: Dovendo dare un consiglio ai ragazzi che oggi in Italia non riescono a realizzare i propri progetti, quali sono secondo te gli ingredienti fondamentali per rendere di successo la propria iniziativa negli Stati Uniti?

Create un prodotto e lanciatelo il prima possibile. Se riuscite ad andare negli States dimostrando una crescita (anche piccola, non importa se è da 1 utente a 5, l’importante è che si possa tracciare una curva), sarà sicuramente tutto più facile. Meglio ancora se fate revenue, potrete così ottenere un round di investimento più vantaggioso. Lanciare subito vi aiuterà nel rimanere focalizzati su poche features e nel non aggiungerne altre di inutili che i vostri utenti non vi hanno mai chiesto: less is more.

Chi va negli Stati Uniti deve andarci con l’arroganza di chi vuole veramente e genuinamente cambiare il mondo e rendere la vita delle persone in qualche modo migliore. Si deve pensare in grande, e non bisogna avere paura di voler esprimere visioni pazze e matte. Se il mercato di riferimento è troppo piccolo, nessuno crederà in voi.

Andate ad ogni evento, meetup, conferenza e festa per conoscere tutti quelli che potete. Senza essere timidi e con la faccia di bronzo, anche se non si parla un inglese perfetto. Bisogna infatti ricordarsi che siamo in uno dei luoghi a più alta densità di immigrati che vengono da ogni parte del mondo (India, Cina, Giappone, Europa, Medio Oriente), per cui tutti sono abituati a parlare con persone che non masticano un inglese corretto.

Non bisogna assolutamente fare l’errore di conoscere o intraprendere relazioni solo con gli italiani. Gli investitori americani investono in società americane per creare lavoro agli americani. Dovete conoscere americani, pensare all’americana, avere l’intenzione di vivere lì, e se le cose vanno bene assumere un americano come primo dipendente. Insomma, italiani solo sulla carta. Questa è una delle regole più sottovalutate, ma sappiate che nessuno investirà ad un paio di italiani che nessuno conosce e che dopo 1 mese ritornano in patria. Gli imprenditori che vivono lì hanno il vantaggio di essere raccomandati, meritevolmente (non “all’italiana”), agli investitori da altre persone (dai propri professori, dai bloggers, etc). Lo stesso dovrà succedere con voi, ma dato che inizialmente non avete il loro network perché non vivete sul posto, dovrete costruirlo da zero, e di qualità.
Quando si incontra finalmente un investitore, non chiedete il suo denaro, ma chiedetegli un feedback sul vostro prodotto. Se gli piacerà, investirà.

Soprattutto non mollate mai. L’unica cosa che ci rimane quando tutto va male è la passione in quello che facciamo. A volte è come sentirsi da soli su un’isola deserta, senza niente e nessuno; e quando sei su un’isola deserta puoi fare solo una cosa: conquistare l’isola. Winston Churchill disse “If you’re going through hell, keep going”. Tengo sempre a cuore questa frase.

:: Riesci a immaginare un futuro in cui sia possibile, per Mashape e i mashapers, un ritorno in Italia?

Non bisogna mai dimenticare di creare valore, quanto più valore possibile, tutto il resto non conta; ma per farlo bisogna trovare le condizioni che permettano di esprimere al massimo le potenzialità del prodotto. Il luogo dove si opera è uno di queste. Quindi non pensiamo ad un ritorno nel breve termine, la rete di partners costruita a San Francisco ci sta aiutando enormemente, e secondo noi più di quanto possa accadere in Italia.

Sicuramente in futuro, si potrà pensare di adottare il modello Funambol per spostare l’attività di R&D in Italia e creare lavoro anche da noi, visto che quello che non ci manca è la disponibilità di persone qualificate e creative.

, , ,