REVIEW: An Education di Lone Scherfig

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Questa recensione si apre con un formal endorsement: Carey Mulligan, la protagonista di “An Education” è eccezionale. Da applauso. L’avevamo vista di recente in “Brothers” e “Public Enemies”, ma erano piccole particine. In questo film, invece, la giovane attrice inglese può mettere in mostra tutto il suo talento, e lasciateci dire che ne ha davvero da vendere. Era semplicemente perfetta: spontanea; credibile; vera. L’identificazione con il personaggio è totale, e la nostra ammirazione è accresciuta dal fatto che la Mulligan ha accettato il ruolo di un’adolescente nonostante avesse ventitré anni. Una sfida nella sfida insomma, vinta in scioltezza, come testimonia la meritatissima candidatura all’Oscar.

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Ma veniamo alla storia. Jenny è una brillante studentessa liceale nell’Inghilterra dei primi anni ’60. Vive in un anonimo sobborgo di Londra, e a pranzo come a cena in casa si parla solo di Oxford. I genitori spingono, e molto, perché Jenny si guadagni l’ammissione nella prestigiosa università, e lei non li delude, anzi: i professori la interrogano solo quando nessun altro alza la mano, e i voti sono sempre altissimi. Il problema di Jenny, piuttosto, è che è fin troppo in gamba, al punto da annoiarsi. Ama la musica ma non ha mai visto un vero concerto: le sue uniche esperienze sono i dischi e le prove nella mediocre orchestra della scuola, in cui suona il violoncello. Ha una lingua tagliente e un temperamento forte, e le sue amiche sono chiaramente una compagnia poco stimolante. Infine, nonostante sia una bella ragazza, l’unico suo corteggiatore è un ragazzetto che definire imbranato è quasi un eufemismo.

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Con queste premesse, possiamo capire come mai Jenny, in una inglesissima giornata di pioggia, accetti un passaggio da David (Peter Sarsgaard). Jenny sale sulla sua bellissima Bristol rossa, e da quel momento in poi la sua vita cambia. Lui ha forse il doppio degli anni di lei, ma nessuno dei due sembra preoccuparsene: l’attrazione è forte, reale, e David introduce la ragazza in un mondo di ristoranti, balli e concerti che lei non aveva mai neanche immaginato. Jenny ha una grandissima passione per la Francia, e David, per il suo compleanno, la porta addirittura a Parigi.

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David è un personaggio ambiguo, e ancora una volta dobbiamo fare i complimenti al cast director: Sarsgaard è veramente azzeccato per la parte. È bello, ma non bellissimo. Il suo viso è irregolare, la pelle a tratti butterata. Gli occhi sono capaci di sguardi dolcissimi, ma conservano sempre un che di liquido, di viscido potremmo dire. E questa sua ambivalenza fisica riflette appieno quella del personaggio. David infatti corteggia Jenny in maniera aperta e adulta: vuole che i genitori di lei lo conoscano, e li conquista con i suoi modi affabili. Presenta Jenny ai suoi amici, il dandy Danny e la svampita Helen, e loro la trattano da pari a pari. Infine – e qui i complimenti li facciamo a Nick Hornby, lo sceneggiatore – David non seduce Jenny, ma rispetta i suoi tempi e il fatto che sia vergine. E poiché il vero dongiovanni, come ci ha insegnato Kierkegaard, è colui che lascia risplendere la donna di luce propria, che la lascia essere ciò che è, senza forzarla, David è il seduttore perfetto. Jenny cederà, dunque, e lo farà con convinzione, rapita dal suo sogno.

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Se nel privato della loro relazione d’amore David è un vero galantuomo, il resto della sua vita è pura finzione, e Jenny lo scopre presto. Conquista la fiducia dei suoi genitori, è vero, ma lo fa mentendo: racconta di essere un ex studente di Oxford, ma all’Università non ci è mai andato; tutto quello che sa lo ha imparato “dalla vita”. È ricco, sì, ma i suoi soldi sono il frutto di truffe più o meno evidenti. Jenny, nonostante l’iniziale delusione, sceglie di accettare la doppiezza di David: la vita che lui le prospetta è troppo bella per essere abbandonata a causa di qualche scrupolo morale. E così, con il beneplacito – de facto – dei suoi stessi genitori, Jenny si ritira dalla scuola e rinuncia al sogno di Oxford per diventare una moglie felice e vivere una vita agiata. Ma le cose, purtroppo per lei, non andranno come spera e immagina.

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Peter Sarsgaard e Carey Mulligan avevano già recitato insieme in una intensa versione del Gabbiano di Checov, portata in scena con successo proprio qui a Broadway (accanto a una bravissima Catherine Scott Tomas), e questo a testimoniare che la coppia funziona, e bene. Senza dubbio la regista, la danese Lorne Scherfig, beneficia della chimica fra i due attori, e il suo stile ha il pregio di esaltarla: intensi primi piani, attenzione ai gesti e agli sguardi, e sempre in economia, senza manierismi. Un gusto pratico ed essenziale, in continuità, in fondo, con la sua formazione all’interno del gruppo Dogma 95 di Lars Von Trier e Vinterberg. E ancora, i colori: scuri e opachi nella piccola – e deprimente – casa della ragazza; bianchi accecanti e luci dorate nel seducente mondo di David. La libertà verso l’oppressione: voi cosa scegliereste?

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Il film è molto ben fatto: ci coinvolge ed emoziona, ha un ritmo godibile e gli interpreti – come evidenziato – sono in stato di grazia. L’unico vero punto debole della storia, a nostro avviso, è la facilità con la quale David seduce i genitori di Jenny. Il tono del film è realistico, mentre i genitori (Alfred Molina e Cara Seymour) sono un po’ “over the top”, sopra le righe. Questa scelta è molto scaltra, ci pone meno problemi nel giustificare il radicale ribaltamento del loro punto di vista, ma in ultima analisi ci sembra artefatta, poco sincera, e dunque in contrasto con l’estrema naturalezza della storia e del suo svolgimento. Riguardo il finale non forniamo anticipazioni, ma riportiamo che in molti hanno manifestato una certa insoddisfazione, come se – in base alle premesse fornite – la vicenda avrebbe potuto (o dovuto) avere un esito più marcatamente drammatico. La discussione è in corso, e non ci sentiamo di offrire un giudizio definitivo, ma una riflessione sì: e se la conclusione scelta, che sa di speranza, fosse invece provocatoria? Cosa è più scontato, per noi smaliziati spettatori postmoderni: pagare le nostre colpe, o avere una seconda possibilità?

Leonardo Staglianò



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