
Piccolo volume prezioso edito da una casa editrice molto elitaria, in cui Valerio Morabito esprime i suoi concetti architettonici con linee al posto delle parole. La tecnica usata dall’artista è davvero inusuale, il pc tablet. Qualsiasi tecnica abbia usato Morabito, è la comunicazione che vuole trasmettere a chi lo guarda; le tantissime linee che partono dai grattacieli fotografati, rendono l’immagine surreale, ma non ne sminuisce l’impatto architettonico del disegno, che sforza l’occhio dell’osservante, trasmettendo un’immagine di grandezza.

L’architettura di Morabito, con le sue linee ristabilisce un ordine stravolto. Il disegno allunga, modifica e allo stessa maniera ridefinisce l’edificio come soggetto. Allungandone le figure rende loro le radici, espandendo le linee ai fianchi crea un nuovo ambiente, ridisegnando modifica le sembianze degli immobili e li rende vivi. Non c’è bisogno proprio di parole, ogni pagina necessita di uno sguardo attento nel seguire la linea che diventa protagonista e trasformatrice.

I disegni di questo libro da viaggio sono stati realizzati nell’immateriale. Valerio Morabito è un landscape designer, e per questo motivo ha a cuore problemi concreti. Questo lavoro su New York, per questo, non rimarrà senza conseguenze. La più evidente è espressa dallo strumento utilizzato per disegnare: il pc tablet. Appartiene ad una apparente evoluzione del computer portatile, ne è invece la sua negazione: il materiale attraverso cui i dati vengono veicolati è lo stesso su cui le tribù nomadi trascrivevano e cancellavano, con una certa rapidità e familiarità verso quei segni, i contenuti degli scambi di mandrie ed oggetti: sabbie. La trasformazione continua di quei segni è giunta a noi in forma di numeri. Dunque, oggi esiste un contenitore silicico su cui (o in cui) è possibile tracciare altri segni, e su questi altri ancora, e cancellarli, e scrivere ancora e cancellare. La conseguenza meno evidente, ma di più lunga durata, riguarda la trasformazione del proprio modo di scrivere, e di disegnare, tale che riesca ad avere influenza su altri modi, di altri. In questo, e non solo sulle riflessioni visive intorno a New York, sta la più incerta sfida: cambiare la maniera di esporsi al linguaggio dei segni modifica i termini di un linguaggio, o è solamente puro esercizio concettuale? Valerio, qui, espone un’idea in merito: ogni pagina è un testo scritto in cui le parole e i numeri parlano la lingua, doppia, dello strumento, l’occhio, e del supporto, il deserto.


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