
:: Benvenuto su Nuok, Valerio! Raccontaci brevemente di te! Brevemente? Mica facile!! Sono un casertano che ha vissuto a Mosca, ma poi si è trapiantato a Roma, e oggi fa un po’ la spola tra la capitale italiana e New York. Questo geograficamente. Poi, vediamo un po’… nasco traduttore, o forse sarebbe meglio dire “sono” traduttore, dentro, nell’anima. Dai libri e dalla narrativa (inglese e russo le mie lingue) sono poi passato al cinema, e agli adattamenti per il doppiaggio. in questo periodo sono piuttosto “richiesto”, e mi capita di tradurre e adattare chicche molto gratificanti come “Alice in Wonderland”.
Amo il mio lavoro, ma poi a un certo punto gli equilibri sono un po’ saltati, perché è arrivata la musica, che in un certo senso è legata alla traduzione. Sì, perché a farmi da stimolo decisivo è stato l’incontro con Suzanne Vega, la grande songwriter autrice di pezzi storici come “Luka” e “Tom’s Diner”. Dopo aver tradotto il suo libro di poesie ed essere stato sul palco con lei per dei concerti/reading, ho capito che il palco era anche la mia, di strada. Da lì in poi è stato un susseguirsi di note e parole che mi hanno portato a tanti concerti, a un disco uscito nel 2007 e interamente registrato a New York con musicisti americani (titolo: “Manhattan Sessions”), a un “singolo” appena pubblicato dal titolo “Union Square”, e a tanti concerti a New York, dove vengo molto spesso, dove ho un produttore come Mike Visceglia (bassista e musical director di lunga data di Suzanne Vega), e dove la mia musica comincia adesso a farsi conoscere.

foto di valerio piccolo
:: Esiste davvero il Sogno Americano? E’ vero che in America tutto è possibile? Se devo giudicare dal mio punto di vista, direi proprio di sì. A guardarla con i miei occhi, un cantautore totalmente “indie” può arrivare qui da signor nessuno, e mettere piede su palchi importanti senza appoggi “esterni” o sponsorship importanti. A me New York ha sempre dato l’idea di un posto dove più o meno a tutti viene data una chance. Insomma, ti dicono “vediamo che sai fare”, quasi sempre senza pregiudizi e senza giudicarti dalle origini, dalla strada che hai fatto fino a quel momento. E poi a me sono capitate cose davvero pazzesche in America, quindi direi proprio di sì. Sì, è tutto possibile.
:: La prima volta che hai visto New York hai pensato.. “Un magnifico, strabiliante, unico contenitore”. Ecco cosa ho pensato. Moltiplicata per mille, era un po’ la sensazione che avevo avuto quando mi ero trasferito da Caserta a Roma. La sensazione di una città che ti dà tutte le possibilità che cerchi, che ti dà prima o poi l’occasione di dimostrare il tuo valore. E se sei un tantino presuntuoso e pensi di avere un qualche valore, allora ti dici: “Io mi voglio fermare qui”. Meravigliosa, è stato amore a prima vista. Senza se e senza ma.

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:: Qual è il posto che ami di più nella Grande Mela? Questa è una domanda nient’affatto facile. Posso dare due risposte? Un posto all’aperto: Bryant Park. In particolare, in due momenti precisi: quando ti sdrai sull’erba a vedere i film in bianco e nero del Summer Film Festival, e ogni tanto distogli gli occhi dal grande schermo e ti ritrovi a guardare le stelle circondato da bellissimi palazzi illuminati; e nei vialetti laterali, durante i reading della Bryant Park Reading Room, quando ti sembra di essere proprio in un’altra dimensione, ad ascoltare splendidi poeti emergenti mentre intorno impazza il traffico.
Un posto al chiuso: The Bitter End, uno dei primi club per songwriters che ho visto in città. Ci hanno suonato Bob Dylan, Joni Mitchell, Woody Allen, e ovviamente negli anni ’70 era un luogo di culto musicale. Oggi è ancora uno dei più ricercati e pieni di fascino. Ricordo di aver pensato: se un giorno dovessi suonare qui, potrei anche smettere di fare il cantautore. Da quel giorno a oggi ci ho suonato 4 volte, ma la fame di palchi americani non mi è passata…
:: Che cosa ha New York che l’Italia non ha? Direi il rispetto per alcuni mestieri da noi considerati di serie B. Ma soprattutto il rispetto totale per l’arte, che qui viene intesa poco spesso come trionfo della moda e dell’essere “cool”, e quasi sempre invece come “lavoro”, che se da un lato può risultare un concetto un po’ freddo, dall’altro salva questo paese (non sempre, certo, ma nella maggior parte dei casi) dalla confusione tutta italiana dell’artista identificato come personaggio VIP che cura il look e i passaggi televisivi ancor prima della sua arte (o presunta tale).

foto di valerio piccolo
:: Giovani, New York City e musica. Qual è la tua opinione? Fare musica qui è difficile quanto in Italia. Non bisogna illudersi, perché anche qui, tanto per dirne una, quando vai a suonare ti devi dare il tuo bel da fare per convogliare gente all’evento. E la concorrenza è enorme, perché sono tutti super-bravi. Ma alcune differenze fanno la differenza. Innanzitutto, a proposito di giovani, direi che è giusto sottolineare un particolare: qui non conta l’età, quando sali sul palco. Da noi in Italia se fai il cantautore a 40 anni ti vedono a volte come un alieno. Qui ho visto salire sul palco gente di 20 anni e poi, subito dopo, cantautori di 70 anni. Ma per il pubblico era tutto assolutamente normale. Il punto è che qui puoi essere giovane, vecchio, americano, straniero, normale, strano, famoso o l’ultimo degli sconosciuti. Ma quando sali sul palco, sei uno uguale a tutti gli altri. La gente è lì semplicemente per ascoltarti, e per sentire che cosa hai da dire. Lo fa con attenzione e rispetto. Il resto è questione di gusti, com’è da sempre per l’arte.

foto di valerio piccolo
:: Tornerai presto a trovarci a New York? Quali sono i tuoi progetti in cantiere? Tornerò credo a settembre. In cantiere ho diversi progetti che coinvolgono New York. Per ora, con questo mini-tour, mi sto occupando del lancio del mio singolo. Ma appena tornato in Italia riprenderò in mano il mio ultimo ambizioso disegno, che si intitola “Lo’ve Fly Mood”, ed è un progetto di teatro-poesia-canzone in bilico tra Italia e Stati Uniti. Il progetto in due parole? Dunque, ho avuto dieci poesie da dieci grandi poeti/scrittori/cantautori americani (tra loro, best-seller del calibro di Jonathan Lethem e Rick Moody, la nota Suzanne Vega, il critico musicale del New Yorker, Ben Greenman), le ho tradotte e musicate insieme a musicisti di grande valore come Massimo Roccaforte (storico chitarrista di Carmen Consoli) e Gionata e Andrea Costa (ossatura della cult-band Quintorigo). A queste 10 canzoni abbiamo aggiunto un testo della scrittrice e regista teatrale Francesca Zanni, e con Francesca abbiamo creato un vero e proprio spettacolo che a gennaio 2010 ha debuttato con la presenza di Neri Marcoré in veste di voce narrante. Ora stiamo approntando un allestimento teatrale con cui pensiamo di partire in tour all’inizio del 2011. Ovviamente è un progetto che ha una sua “reversibilità” e che cercherò di portare anche a New York, con l’aiuto proprio degli stessi scrittori che, fino a questo momento, sono tutti entusiasti.
Prossime date americane di Valerio Piccolo:
9 giugno @ Momo’s – Austin, Texas
11 giugno @ Thunderbird Coffe – Austin Texas
24 giugno @ Zora Art Space (with Gio Moretti) – Brooklyn, New York
25 giugno @ Fat Baby – New York
28 giugno @ Googie’s Lounge – New York


[...] was founded by our friend Alice Avallone and where I had the pleasure to be interviewed, as Valerio did also, not so long ago. Valerio is a full-time translator and a part-time, talented singer/songwriter, [...]
[...] e Valerio ci consigliano, invece, Bryant Park e Valerio suggerisce di visitarlo in “due momenti precisi: [...]