Oggi a New York: Isabella Ferretti di 66thand2nd

Isabella Ferretti è l’editrice, insieme a Tommaso Cenci, di 66thand2nd, un progetto editoriale con sede a Roma ma che prende il nome dall’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue a New York (Sixtysixthandsecond, appunto). Una strada e un luogo di passaggio dunque, come suggerisce il marchio, ispirato alla segnaletica delle autostrade americane, ma anche un indirizzo e una casa, dove sono accolti tutti coloro che vogliono abitare questa nuova avventura. 66thand2nd è partita con due collane di narrativa internazionale, ma si cimenterà presto anche con inediti di autori italiani.

:: La prima domanda è d’obbligo. Perchè 66thand2nd? Cosa vi lega a questo incrocio?

66thand2nd è l’incrocio tra la 66ma Strada e la seconda Avenue. Lì Tommaso Cenci, il co-fondatore della casa editrice, ed io siamo andati a vivere non appena sposati. In uno degli angoli del crocevia c’è un altissimo palazzo tutto nero, 5 cinema sotto casa, ogni comodità possibile: insomma il vero valore aggiunto che NYC offre nel breve periodo. Avevamo a pochi passi Barnes&Noble, Borders e bellissime librerie indipendenti, tra cui alcuen che vendono libri rari. Avidi di letture, abbiamo scoperto autori e generi non diffusi in Italia e abbiamo sognato di portarli noi qui. La discontinuità geografica, però, non è l’humus adatto per la creazione di un’impresa artigianale. Abbiamo, perciò, respirato al massimo l’atmosfera americana e, tornati in Italia, dato vita nel 2008 alla casa editrice, dando il giusto tributo alla città che ci ha ispirato.

:: Siete una cosa editrice che vuole portare libri pregni d’America in Italia. Quali sono i valori e le motivazioni che vi hanno spinto in questa impresa?

L’America (non solo NYC), ci ha dato l’occasione, lo spunto ed il coraggio di fare. Con tutte le sue contraddizioni è un grande Paese dove – anche se non tutto – molto è possibile. A New York abbiamo vissuto la tragedia dell’11 settembre, gli anni depressi dell’era Bush, la sensazione della paura quotidiana, quella che non ti lascia mai e che è il tuo ultimo interlocutore prima di prendere sonno. Ma è stata anche l’era di ENRON e Global Crossing, dello scoppio della Bubble Economy, del crollo dei mercati finanziari USA. Insomma, un periodo che ha davvero cambiato la storia: dopo questi eventi il mondo non era più quello che noi conoscevamo. In questo contesto, abbiamo imparato a conoscere meglio un popolo che si mette di continuo in discussione, che è in grado di fare il mea culpa, che lascia governare i rappresentanti che ha scelto salvo poi sostituirli quando hanno dato prova di inettitudine. E’ stato un periodo di riscoperta di Gore Vidal, di celebrazione di intellettuali come Edward Said, di apprezzamento di scrittori della nouvelle vague come Jeffrey Eugenides. Il ritorno in Italia ci ha fatto venire voglia di provare, nel nostro piccolo, a formulare una proposta di lettura che portasse in sé almeno un po’ degli immensi spazi intellettuali nei quali abbiamo avuto la fortuna di viaggiare.

:: I luoghi di New York che riscaldano il cuore?

Ground Zero sempre e comunque, Central Park in giugno con il pic nic e l’inserto letterario del NY Times, la Morgan Library (prima e dopo Renzo Piano), Chinatown perchè sembra di stare in un film, Ellis Island perchè siamo italiani, la nuova Wall Street con gli appartamenti negli edifici che un tempo ospitavano le più importanti banche del mondo, Long Island d’estate perchè è così più “laid back” degli Hamptons, il Connecticut in autunno per vedere il foliage e raccogliere mele……

:: Un momento, una fotografia, un attimo indimenticabile vissuto a New York?

La colonna di fumo delle torri gemelle l’11 settembre vista dalla Columbia University.

:: Ci sono tanti scrittori che, magari, non vengono tradotti in Italia, quali sono i vostri consigli letterari?

Noi cerchiamo di fare opera di scouting proprio per portare alla luce questi scrittori, non solo provenienti dagli Stati Uniti, ma anche da altri Paesi. Dal continente americano porteremo uno scrittore italo-americano, Salvatore Scibona, autore di The End, un romanzo che ha come sfondo l’emigrazione italiana in America negli anni cinquanta. La critica americana ha speso bellissime parole a favore di Salvatore, che è stato accostato ora a Saul Bellow (suo scopritore) ora a Cormack McCarthy. Personalmente credo che abbia un suo stile irripetibile, poco assimilabile a quello di altri narratori e che sarà in grado di ricavarsi un posto di rispetto nel panorama letterario mondiale.

:: Su che base avete scelto gli scrittori che traducete?

Il nostro progetto editoriale è imperniato su due collane, Attese e Bazar. La scelta degli autori è legata alla tematica di collana e, nell’ambito di questa, alla capacità di generare bella scrittura.

“Attese” accoglie romanzi che hanno al centro lo sport. Non si tratta di libri DI sport, ma di narrativa pura, di letteratura occasionata da un fatto sportivo. Il nostro romanzo di formazione è Shoeless Joe, di William Patrick Kinsella, storia di un agricoltore dell’Iowa che costruisce un campo da baseball per assecondare delle voci interiori che lo condurranno sulle tracce del padre scomparso. Nella stessa collana abbiamo pubblicato due libri di Thomas Brussig, autore della ex-DDR, che scrive di calcio per parlare di vita: Litania di un arbitro e Fino a diventare uomini. Ancora di baseball si narra nella Partita perfetta del Pulitzer Michael Shaara, che ripercorre la vita del campione Billy Chapel nello spazio di una partita, ad esito della quale Billy compie la propria maturazione come uomo e come giocatore. Da ultimo, abbiamo pubblicato Hurricane – Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, di James Hirsch, che racconta la storia del pugile nero Rubin Carter, icona dei diritti civili negli USA degli anni ’60, celebrato anche da Bob Dylan.

“Bazar” dà spazio a narratori dell’integrazione, scrittori che parlano dell’esperienza (propria o altrui) di conservazione della identità culturale nel mondo di oggi. Abbiamo esordito con Il profeta di Zongo Street di Mohammed Naseehu Ali, raccolta di racconti sospesi tra Kumasi e New York City e continuato con La principessa e il pescatore della franco-vietnamita Minh Tran Huy che in quest’opera prima dice che essere nato in un luogo ma venire da un altro significa in realtà non appartenere a nessun posto. Nell’aprile scorso abbiamo pubblicato Black Bazar di Alain Mabanckou, la storia di un emigrato congolese che affida a un diario la pena per l’abbandono da parte della sua donna: in questo diario trovano posto figure tanto esilaranti quanto reali degli afropolitani di Parigi. In ottobre uscirà Tenete alte le lanterne dell’indo-caraibica Lakshmi Persaud che mette a confronto quattro generazioni di donne in lotta per l’emancipazione.



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