Oggi a New York: Andrea Vitali

:: Benvenuta su Nuok, Andrea! Ci racconti brevemente di te e di cosa ti ha spinta fino a New York? Sono arrivata a New York con la grande nevicata del 2005 per un programma di scambio tra università. Il progetto aveva la durata di un anno e prevedeva dei corsi di marketing ed uno stage presso un’azienda americana. Alla fine dell’internship mi è stato chiesto di rimanere con un contratto di lavoro vero e proprio ed ho preso la palla al balzo. Da un paio di anni mi occupo della direzione vendite wholesale e stampa per una piccola società di scarpe a Soho. Essendo marchigiana, oltre alla passione per le lasagne, mi sono portata dietro anche l’ossessione per le scarpe e qui ho trovato pane per i miei denti. Porto tutti i giorni un pezzo di casa a New York, visto che il nostro prodotto è interamente lavorato da artigiani marchigiani prima di essere venduto in boutiques sparse per gli Stati Uniti.

:: Come cambiano i gusti in fatto di moda e scarpe tra italiani ed americani? Dipende da cosa si intende per “moda”. In senso lato, la moda italiana vive ormai un po’ di rendita, con i grandi nomi che dominano la scena, ma senza vera innovazione o talenti emergenti. In America, o meglio, a NY, c’è un flusso continuo di designer ed è molto più facile trovare un pezzo di alta moda affiancato ad un abito di un designer ancora sconosciuto nei negozi più in della città. Per quanto riguarda, poi, la moda come “street style” ho notato purtroppo che in Italia la moda è una ed unica: quando nasce un trend, diventa epidemia. C’è un senso di omologazione abbastanza esasperante e ogni volta che cammino per strada mi sembra di vedere gli stessi abiti appesi a corpi diversi. A New York, pur essendoci delle linee di tendenza, la moda è molto più personale. Ad ognuno piace aggiungere dettagli propri, che lo rendano diverso o comunque riconoscibile dagli altri. In Italia vieni notato se adotti lo stile di tutti gli altri, qui a New York è esattamente il contrario.

Vedo molta più personalità (a volte anche con risultati abbastanza improbabili) nelle scelte anche se, devo dire, quando si tratta di scarpe, gli americani cadono pietosamente di fronte al culto delle flip flops a tutti i costi (e della brick-shaped shoe, per quanto riguarda l’uomo, che proprio non ce la fa a mettersi niente che non ricordi i piedi di Frankenstein!). In Italia, inoltre, mi sembra che ci sia un attaccamento al marchio e alla sua riconoscibilità molto più forte rispetto a qui. La spesa di una somma di denaro elevata è spesso giustificata se quello che si acquista e’ “marchiato” con un logo famoso e di facile identificazione. Sembra un’eresia dirlo, visto che in Italia siamo famosi per l’attenzione ai dettagli e alla qualità del prodotto, ma credo che i Newyorkesi siano in realtà molto più interessanti al valore reale del prodotto, più che all’etichetta, cosa che li porta ad investire in pezzi costosi e allo stesso tempo sconosciuti a livello di nome. Altra cosa che ho notato e’ che a New York si predilige certamente la comodità, perchè è una città che tutti vivono camminando, e camminando in fretta. Da qui l’improbabile sneaker bianca (esiste ancora!) con il completo gessato in metropolitana, o l’infradito di plastica con il vestito da sera (e il tacco in borsa). Ci si cura dell’apparenza, sì, ma non al punto di penalizzare la praticità. In Italia si è tirati a lucido anche per andare a comprare il latte. Per fare un esempio di questo, mi basta pensare ai miei primi mesi nel campus americano in cui ho vissuto: io mi presentavo a lezione in jeans e camicia, per me considerata una tenuta casual. I miei compagni arrivavano in pigiama e ciabatte da doccia, e si congratulavano per il mio stile molto “dressed up” (sic).

:: Quanta Italia c’è a New York? C’è molta Italia a livello di cibo e persone. Il numero di ristoranti italiani e negozi in cui comprare prodotti importati e buonissimi è sempre in crescita. Quello che secondo me manca un po’, invece, è la rappresentazione di quello che l’Italia è oggi. C’e’ poco cinema contemporaneo, a parte la rassegna del Lincoln Center, pochissima musica e arte in genere. Sono stata però orgogliosa di vedere pubblicato nella libreria di fianco al mio ufficio il libro di un giovane scrittore italiano, Paolo Giordano. Era ovviamente disponibile solo in inglese, per cui aspetterò le vacanze estive per acquistarne la versione originale. Ancora oggi la visione che molti americani hanno dell’Italia è abbastanza stereotipata e le istituzioni locali non fanno moltissimo per sdoganare quest’immagine del Bel Paese dove tutti sorridono e si mangia bene.


foto di Andrea Vitali

:: Ci consigli un buon posto dove andare a mangiare, nella zona del tuo negozio? Mi permetto di consigliarne più di uno, perchè ce ne sono troppi e non sono brava a scegliere! D’inverno, quando fa freddissimo e si ha voglia di comfort food: MacBar, su Prince St. tra Lafayette e Mulberry St.- hanno circa 10 tipologie diverse di Mac&Cheese, tutto homemade. Una bomba calorica, ma e’ un classico della cucina americana da non perdersi Per una pausa pranzo veloce: Hampton’s Chutney, su Prince St tra Lafayette e Crosby – piccolissimo joint indiano, specializzato in dosa (simili a crepes): la mia preferita è quella al caprino e funghi Per cena relax: Lulu’s, su Mulberry Street tra Prince e Spring St – piccolo bistrò nascosto dietro una tenda di velluto viola – tra gli antipasti, buonissime le risotto fritters, ma non bisogna assolutamente perdersi le loro french fries Per cena festosa: Oliva, tapas bar su Houston Street all’angolo con Allen. Sangria a non finire e musica dal vivo nel weekend.

:: Il tuo posto segreto nella Grande Mela. Bryant Park: non e’ tanto segreto, ma lo adoro. Che siano la settimana della moda, i film estivi all’aperto o la lezione di yoga, c’è sempre qualcosa in corso. E le poche volte che ritorna al suo stato naturale, è il posto perfetto per fermarsi a leggere un libro preso in prestito alla biblioteca pubblica a fianco. Altro posto per me unico: l’Hungarian Pastry Shop vicino al campus della Columbia University (Amsterdam Ave & 111th St). Una volta dentro, ci si dimentica di tutto il resto fuori (per non parlare della miriade di dolci disponibili, che contribuiscono al senso di perdizione momentanea!).



Commenti (1)

  1. [...] Andrea e Valerio ci consigliano, invece, Bryant Park e Valerio suggerisce di visitarlo in “due momenti precisi: quando ti sdrai sull’erba a vedere i film in bianco e nero del Summer Film Festival, e ogni tanto distogli gli occhi dal grande schermo e ti ritrovi a guardare le stelle circondato da bellissimi palazzi illuminati; e nei vialetti laterali, durante i reading della Bryant Park Reading Room, quando ti sembra di essere proprio in un’altra dimensione, ad ascoltare splendidi poeti emergenti mentre intorno impazza il traffico.” [...]

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