
Il film che segna il debutto dietro la macchina da presa di Philip Seymour Hoffman è un racconto delicato, una di quelle storie semplici e universali eppure capaci di lasciare un segno, un sentimento, una sensazione.
Ma non solo.
Jack goes boating è anche un inno in sordina e in punta di piedi alla città New York, con le sue strade, la sua neve, i suoi parchi, i suoi ponti, le sue estemporanee relazioni, i suoi incredibili abitanti.
Jack goes boating è la storia di Jack (Hoffman), un quarantenne autista di limousine pazzo per la musica reggae. Jack è fuori forma, buffo e silenzioso.
E’ anche single e così, i suoi due migliori amici (una coppia piena di compromessi e dall’equilibrio quantomai precario), lo fanno incontrare con Connie (Ryan), un altro soggetto sui generis, pieno di idiosincrasie e di sfaccettature complicate eppure perfetto (e complementare) per Jack.
L’amore tra i due è metropolitano e metereopatico: nasce sotto la neve per strada e matura in estate, nel cuore di Central Park.
La macchina da presa segue Jack in questo suo percorso di avvicinamento alla vita e al mondo, facendoci attraversare (a volte in limousine a volte a piedi) il caos della città e dei suoi quartieri, e proponendoci piccoli intensi momenti di realismo hopperiano, fatti di solitudini che si incontrano, anche se solo per un attimo.
Perchè non importa essere immersi nello sfarzo del Waldorf Astoria o nella semplicità di una piscina di Harlem: a New York anche quando si è soli, si è sempre parte di un tutto.


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