SPECIALE James Franco: Fare il Goblin nella Metro di New York

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James Franco è un giovane attore americano molto noto anche in Italia. Ha raggiunto il successo internazionale grazie alla trilogia di Spider-Man in cui interpreta Harry Osborn (l’amico di Peter Parker che si trasforma nel nuovo Goblin verde), mentre in America è ancora più noto per i ruoli comici nella serie tv Geeks and Freaks e nel film Pineapple Express. Ma il suo curriculum è in realtà molto vario: ha recitato anche in film impegnati e meno di cassetta, tra i quali Milk e Howl, ispirato alla figura di Allen Ginsberg e recentemente presentato in concorso al Festival di Berlino.

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Quello che forse è meno noto è che da anni Franco sta conducendo un serio percorso di crescita artistica allo scopo di diventare un filmmaker e un attore pienamente cosciente dei suoi limiti e delle sue possibilità. La sua ricerca si sviluppa su due versanti: uno più “accademico”, all’interno delle Università americane, e un altro meno convenzionale, legato al suo interesse nel campo della Performance Art.

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Dopo aver studiato scrittura alla UCLA, al momento Franco frequenta due Master a New York: Creative Writing alla Columbia e Filmmaking alla Tisch School della New York University. Quando parliamo di percorso accademico, tuttavia, è bene specificare che si tratta di Università americane: Creative Writing alla Columbia vuol dire scrivere racconti e romanzi, presentarli a scrittori quali Jonathan Lethem, e riscrivere in base alle loro indicazioni. Filmmaking alla NYU significa scrivere, montare e girare corti e lungometraggi sotto la guida di Spike Lee. Chi vuole studiare storia e critica del cinema, per intendersi, si iscrive a dei Master completamente diversi, altrettanto prestigiosi e selettivi (per esempio, quello in Cinema Studies).

Nel frattempo, Franco continua a girare film, e il suo ultimo progetto come attore – a giudicare dal suo curriculum – è una vera sorpresa: una soap opera. Per la precisione, General Hospital, la seconda soap opera più longeva nella storia della televisione americana. Questa scelta, che a primo acchito potrebbe apparire come una semplice (e magari un po’ deludente) operazione commerciale, rappresenta invece un gradino all’interno del suo percorso di maturazione artistica. E la cosa bella è che lo stesso Franco, in un serissimo e ben argomentato articolo al Wall Street Journal, spiega come mai ha accettato di girare una soap.

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Il personaggio di James Franco in General Hospital, con una buona dose di autoironia, si chiama “Franco, just Franco”. E come indica la scelta del nome, il giovane attore ha deciso consciamente di giocare con la sua immagine pubblica e catapultarla nella fiction. La sua recitazione, infatti, è volutamente sopra le righe: in ogni istante lo spettatore è come sbalzato fuori dal famoso patto di sospensione dell’incredulità, ovvero la convenzione per cui – quando ci sediamo davanti a uno schermo – sappiamo di guardare un’opera di finzione, eppure accettiamo di lasciarci coinvolgere ed emozionare come se quei personaggi fossero persone reali. Franco si presenta sullo schermo come James-Franco-che-fa-finta-di-recitare-in-General-Hospital: tu guardi, e non riesci a fare alcuna distinzione fra la persona reale (James Franco) e il suo personaggio (Franco, just Franco). Per intendersi, sarebbe un po’ come se Riccardo Scamarcio comparisse in Un posto al sole interpretando un personaggio che si chiama “Riccardo, solo Riccardo” e recitasse in maniera chiaramente forzata, in modo che tu guardi e non pensi mai che sia un personaggio, ma Scamarcio (la persona reale) che va sul set di Un posto al sole. Lo vedi parlare con gli attori della fiction napoletana, come se vivesse nel loro stesso condominio, ma è tutto così falso che – da un momento all’altro – ti aspetti di vedere Valeria Golino che gli fa cenno di andare, perché hanno un impegno o devono fare la spesa. Insomma, un totale spiazzamento delle nostre convenzioni.

Franco, in maniera assolutamente ironica e provocatoria, sceglie il luogo meno sofisticato e intellettuale (una soap!) per giocare questo tiro mancino allo spettatore, ovvero per indurci a riflettere su come percepiamo le immagini di fiction. E il fatto che sia una soap è decisivo, necessario quasi: la soap, in qualche modo, è il nostro sogno meno sofisticato, quello più falso e posticcio. Nella soap, per definizione, la recitazione è finta, gli scenari hanno i colori sbagliati e i dialoghi sono penosi, eppure in tanti ci facciamo fregare e sogniamo quel sogno. Quello che Franco vuole testare, in qualche modo, è la sopportazione del pubblico: fino a che punto sei disposto a sopportare questa palese falsità, pur di salvaguardare il tuo bisogno di viaggiare con la fantasia?

Nell’articolo per il Wall Street Journal, Franco spiega questa idea con un esempio: “Quando mi vesto di verde e volo sui tetti in Spider-Man 3, sto lavorando come attore, ma se facessi la stessa cosa davanti al binario della metropolitana si aprirebbe un numero indefinito di possibilità. Fare finta di essere il Goblin verde nella metropolitana non genererebbe più l’illusione che sto volando. Sarebbe piuttosto come collocare me stesso in uno spazio familiare [la metropolitana] ma in una maniera tale da renderlo più strano della finzione, in linea con quello che sto facendo in General Hospital”.

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Come è arrivato Franco a queste conclusioni? Da cosa è stato ispirato? Al cuore delle sue riflessioni c’è la messa in discussione della relazione fra l’attore, e dunque il corpo umano, e il contesto in cui si muove. Tra gli artisti che hanno esplorato questo tema nelle loro performances, ve ne sono due che Franco cita nel suo articolo come esplicite influenze: Tino Sehgal e Marina Abramovic. Ed entrambi, in questo periodo, saranno al MoMa per presentare nuovi progetti. Di Sehgal abbiamo già parlato.

Quello che ci piace sottolineare non è solo l’originalità di un attore che gira blockbuster, presenta il suo ultimo film a Berlino e quarantottore dopo (testimonianza diretta!) è a New York per frequentare la sua Masterclass come uno studente qualunque. Ci piace evidenziare anche il sincero tentativo di un artista di riflettere sul suo fare arte, e di coinvolgere il pubblico – in maniera ironica e provocatoria – nella sua ricerca. Le puntate di General Hospital con “Franco, just Franco” come protagonista sono pensate come una versione pop, ma non per questo meno degna di attenzione, dei lavori di Sehgal e Abramovic in programma al MoMa. Al di là del giudizio di merito sul valore ultimo di questo esperimento, a noi colpisce il fatto stesso che un attore di successo si metta così apertamente in discussione. La vicenda di James Franco rappresenta una miscela di umiltà e spirito pratico che – permetteteci di fare un po’ di retorica – difficilmente riusciamo a immaginare al di fuori degli Stati Uniti.

Leonardo Staglianò



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