L’IFC Center è una vera e propria mecca per i cinefili newyorkesi: in questo cinema potete vedere tutti i film che di solito faticano a trovare una distribuzione nel mercato Americano, e dunque lavori indipendenti (tanto Sundance), e molti dei migliori film d’autore europei e asiatici.
In questo periodo il programma è quasi interamente occupato dai cortometraggi candidati all’Oscar: in un’unica giornata, volendo, potreste vedervi tutti i lavori candidati alla mitica statuetta, suddivisi nelle sezioni “animation”, “documentary” e “live action”. Noi siamo andati a vedere proprio questi ultimi: sono cinque, sono belli, e te li godi tutti in un’unica proiezione. Ecco il nostro resoconto.
The Confession
The Confession è la storia Sam, un bambino di 9 anni alle prese con la sua prima confessione. Il problema di Sam è che è un bambino fin troppo buono, non ha mai commesso peccati, e dunque non sa cosa confessare. Il suo amico Jacob, molto più smaliziato, lo convince a combinare uno scherzo, così da diventare anche lui un “peccatore” come tutti gli altri. Le cose, tuttavia, prenderanno una piega tragica.
The Confession è davvero un lavoro notevole, molto organico: la regia è elegante; la fotografia fredda e misurata, e la sceneggiatura ha il pregio di giocare con le aspettative dello spettatore, allentando la tensione solo per farla ricrescere di colpo, in maniera del tutto inaspettata. Il regista, Tanel Toom, è originario dell’Estonia, e dopo aver frequentato la scuola di Tallin ha studiato anche alla London National Film School, dove ha realizzato questo cortometraggio.
Wish 143
Anche Wish 143 è ambientato in Inghilterra, per cui aspettatevi di nuovo cieli cupi e tanto dolore, ma anche tanta delicatezza nell’affrontare il dolore umano.
David è un quindicenne malato di cancro, con solo pochi mesi di vita. Nell’istituto in cui lo curano c’è un programma mirato a realizzare l’ultimo desiderio dei malati terminali, e David vuole solo una cosa: non morire vergine. Le prova tutte: scappa dall’istituto, va in cerca di prostitute… Niente, il suo desiderio sembra destinato a non realizzarsi. Fin quando il prete che lo segue non decide di aiutarlo. Wish 143 è una storia molto tenera, ma che non nasconde la crudezza della malattia. Gli attori sono bravi, e la sceneggiatura è ottima. La regia è piuttosto secca, senza fronzoli. Il regista, Ian Barnes, è inglese e lavora prevalentemente in televisione.
Na Wewe
Na Wewe è ambientato in Burundi, nel 1994, ed essenzialmente è un’unica lunga sequenza, girata benissimo. Un autobus che trasporta civili viene fermato da un gruppo di guerriglieri Hutu, intenzionati a trovare e uccidere tutti i passeggeri di etnia Tutsi. Chiaramente tutti dichiarano di essere Tutsi, oppure stranieri, e cercano di convincere i guerriglieri a lasciarli andare. I soldati sono tanto aggressivi quanto disorganizzati, e uno dopo l’altro i passeggeri ottengono tutti di proseguire il viaggio, tranne uno: un bambino. Lui viene scoperto. E qui la tensione cresce. Il film ha una bellissima fotografia e gli attori sono davvero bravi. E’ semplice, ma chiaro, diretto e ben costruito. Il fatto di avere un’unica location, e che l’azione si svolga in tempo reale, dà alla storia un tono teatrale, e anche il climax – un evento più simbolico che realistico – sembra confermare questo carattere letterario.
Na Wewe nasce dall’incontro fra il regista belga Ivan Goldschmidt e Jan-Luc Pening, un agronomo che nel 1995 ha perso la vista a causa di un proiettile sparatogli da un guerrigliero. Pening si era imbattuto in un gruppo di guerriglieri appena uscito dal campo in cui lavorava, e questi lo avevano aggredito e ferito alla testa con un colpo di pistola. Perning è miracolosamente sopravvissuto, e da allora ha cominciato a pensare a un modo per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla situazione in Burundi. Na Wewe è il risultato ultimo di questo processo. Un film che ha il pregio di andare oltre l’esperienza biografica per trattare temi universali quali la guerra e il ruolo del caso nelle nostre vite.
The Crush
The Crush arriva dall’Irlanda e racconta la storia di Ardal, un bimbo di 8 anni perdutamente innamorato della sua maestra, Miss Purdy. Ardal è tenerissimo, regala alla maestra un anello e progetta di sposarla da lì a dieci anni. Tutti i suoi sogni sembrano destinati a crollare quando Miss Pardy si fidanza davvero, e con un ragazzo della sua età. Ardal però è un bimbo dalle mille risorse, e non si abbatte facilmente. Intima al fidanzato della maestra di non sposarla, e poi lo sfida addirittura a duello. Il ragazzo, divertito, decide di accettare, ma le cose prendono una piega inaspettata quando Ardal estrae dallo zainetto una pistola.
Il regista, Michael Craig, viene da Belfast ma lavora da tempo a Dublino nel campo pubblicitario, e questo è il suo primo lavoro di fiction. La storia è bella ed emozionante, e il bambino – nella sua serietà – è davvero esilarante. La regia e la fotografia ci sembrano però discontinue, o comunque di minor pregio rispetto agli altri pretendenti alla statuetta.
God of Love
God of Love è l’unica commedia vera e propria nella cinquina dei corti, ed è davvero spassosa. Raymond Goodfellow è un cantante di jazz incredibilmente bravo a giocare a freccette: mentre canta, fra una strofa e l’altra, fa una giravolta e centra il tabellone con i suoi lanci. Esilarante. Raymond – non corrisposto – ama Kelly, la batterista, ma Kelly – anche lei non corrisposta – ama Fozzie, che oltre a essere il bassista del gruppo, è anche il miglior amico di Raymond. Raymond, “from Brooklyn, New York, but originally from Delaware” si rivolge direttamente a Dio perché lo aiuti a conquistare Kelly prima di San Valentino, e la sua preghiera viene esaudita: riceve una scatola di freccette magiche (marca “Olympus”) che fanno innamorare le persone.
Dopo aver verificato che le freccette funzionano davvero (per sei ore), il nostro Apollo brooklyniano organizza il corteggiamento perfetto: porta Kelly a pattinare sul ghiaccio, le recita un poema che ha scritto per lei (9 pagine, in portoghese), fa preparare una cena Amish (stile “Il testimone”, il film con Harrison Ford), vanno al balletto… Una meraviglia. I due infine si baciano, ma svanito l’effetto della freccetta, scompare anche l’amore di Kelly. E Raymond soffre, soffre… God of Love è girato benissimo, con uno humor spiazzante e mai volgare, che ci ha fatto venire in mente i primi lavori di Wes Anderson. Il bianco e nero è una scelta molto smart, che esalta la fotografia e dà un tono fantastico a questa fiaba contemporanea. Il regista, Luke Matheny, si è recentemente diplomato in regia alla Tisch School della New York University; questo corto era il suo progetto di tesi. Noi di Nuok, com’è intuibile, confessiamo di fare un po’ il tifo per questa delicata storia brooklyniana, girata in gran parte a Williamsburg.



God of Love, di Luke Matheny ha vinto l’Oscar del corto. Luke Matheny non si è “diplomato” alla Tisch School, ma si è “laureato MFA”. E che laurea!! Luke è Master of Fine Arts (MFA) – Film Production and Television – un Master di tre anni, assolutamente spietato, classificato il migliore al mondo. Selezione di un massimo di una trentina di candidati in tutto il mondo, su una media minima di 1500 richieste. Di questi 30 selezionati, solo un massimo del 20% riesce a laureasi MFA. E’ il migliore Master al mondo per registi scrittori. La crème de la crème. Luke Matheny è un meraviglioso regista, giustamente.
Ciao Yuma,
thanks per il commento. In America l’Universita’ ha due livelli, il B.A. (o B.F.A.), che dura di solito 4 anni e corrisponde alla nostra laurea, e poi c’e’ the M.A. (Master of Arts) o M.F.A. (Master of Fine Arts), che dura di solito un paio d’anni, o anche tre.
La corrispondenza con l’Italia non e’ precisa, pero’ posso dirti che un italiano che vuole fare un M.A. o M.F.A. in America deve avere una laurea di secondo livello. I nostri “laureati”, in pratica, in America sono equiparati a chi ha un B.A./B.F.A. Il Master e’ un livello superiore.
Pertanto, quando scrivo che Luke Matheny e’ “diplomato” alla Tisch, non intendo sminuirlo, figurati! Mi sono diplomato anch’io alla Tisch (MFA in Dramatic Writing), nello stesso anno di Matheny, e sono d’accordo con te quando scrivi che e’ una scuola d’eccellenza.
Ciao Leonardo,
premesso che non era una polemica ma una precisazione, le cose, come hai spiegato , stanno così.
Sò benissimo che hai preso il Master of Fine Arts nel 2009, insieme a Luke Matheny, unica cerimonia , Madison Square Garden, ma ..santo cielo, ti consideri un “diplomato”? E’ un bel po’ surreale. Ti sei fatto un mazzo così, chi non ci ha provato non lo immagina. Sei un grande Tischies e un MFA, razza rara e molto tosta, vanne fiero.
Ti adoro.