Claudia Cucchiarato vive a Barcellona, scrive per “La Vanguardia” ed è corrispondente de “L’Unità” e de “La Repubblica”. “Vivo Altrove” è il suo primo libro con cui da’ voce a chi ha deciso di lasciare l’Italia per trasferirsi in un altro paese.

Benvenuta su Nuok, Claudia.
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Il tuo libro “Vivo altrove” è nato da un blog. Cosa ti ha spinto a raccogliere su un blog l’esperienza di giovani ‘espatriati’ e quanto c’è di autobiografico, visto che vivi e lavori a Barcellona?
In realtà il blog è nato subito dopo la pubblicazione del libro. Ho deciso di aprirlo per offrire uno spazio a tutti quelli che nel libro non erano entrati, erano talmente tanti e talmente entusiasti che mi è sembrato naturale farlo. L’idea di scrivere il libro è nata proprio dalla mia esperienza personale, per questo il titolo è anche un’affermazione. La mia storia non c’è nel libro, eppure si può leggere tra le righe. I miei genitori hanno capito molto di più della mia scelta di andare a vivere all’estero dopo averlo letto. Diciamo che la spinta, sotto sotto, è stata anche questa: attraverso le storie di persone che avevano fatto un’esperienza simile alla mia, ho cercato di spiegare ai miei amici e famigliari perché in tanti ogni giorno decidiamo di andarcene dall’Italia, pur non dimenticandoci mai da dove siamo partiti.
Perché e quando hai deciso di trasferirti a Barcellona? È stata una scelta o una fuga?
È stata una scelta, non di certo una fuga. Mi sono trasferita subito dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, a Bologna, a maggio del 2005. Avevo vinto una borsa di studio Leonardo per lavorare in un importante giornale della città (La Vanguardia) e le cose sono andate molto bene da subito. Mi sono sentita accettata, valorizzata, stimolata…cosa che non mi era mai successa in tutte le esperienze lavorative che avevo vissuto in Italia (ho sempre lavorato durante gli studi, anche come giornalista). Alla fine del periodo da “borsista” (o “stagista”) in redazione, ho deciso di rimanere in città per sfruttare l’esperienza acquisita e i contatti accumulati. Da lì in poi tutto è venuto da sé e tornare indietro è diventato sempre più difficile, diciamo anche poco conveniente sia a livello professionale che a livello personale. Qui sto bene, in cinque anni e mezzo mi sono costruita una specie di famiglia sostitutiva, la mia vita ormai è qui.
In base a quali criteri hai scelto i ragazzi intervistati nel libro?
I criteri sono stati abbastanza casuali. La raccolta delle storie è avvenuta con un metodo molto tradizionale: ho telefonato e scritto a una decina di amici sparsi per il mondo, i quali, a loro volta, hanno sparso la voce tra gli amici italiani espatriati. Nel giro di poche settimane avevo a disposizione più di duecento storie e non avevo nemmeno dovuto mettere un messaggio su Facebook… Tutto questo per farti capire quanto è stato facile e quanta voglia di raccontarsi ci sia tra chi ha deciso di andare a vivere altrove: non aspettavano altro che qualcuno che desse loro una voce e la possibilità di spiegare all’Italia il perché della loro fuga. Ho selezionato le storie da inserire in base alla sensazione che la prima conversazione con ognuno di loro mi aveva provocato e in base alle necessità del libro: varietà nelle città di provenienza, di arrivo, di professione, di interessi, di esperienze… Diciamo che si è trattato di una scelta passiva più che attiva.
Leggendo le loro storie si ha l’impressione che questi ragazzi abbiano l’irrefrenabile bisogno di un altrove, una ricerca dettata non solo da ragioni economiche ma da necessità esistenziali. Quanto, però, la situazione attuale italiana ha determinato la scelta di questi giovani?
Molto. Sicuramente se la situazione italiana fosse diversa queste persone, quanto meno, avrebbero voglia o intenzione di tornare un giorno. Invece, purtroppo, ho constatato che sono pochissimi quelli che si sono pentiti di essersene andati e ancora meno quelli che dichiarano in questo momento di voler tornare indietro. Molti addirittura si pentono di non averlo fatto prima.

Come fai notare nel tuo libro, l’Italia è il paese che più esporta laureati, ma è tra quelli che meno ne importa. Qual è la vera ragione di questo, secondo te?
È proprio questo il punto: il dato che dimostra con maggiore contundenza che non siamo noi “espatriati” i pazzi paranoici che non riescono a trovare soddisfazione nel nostro Paese. Nemmeno gli altri lo fanno. A Barcellona, Berlino, Parigi e New York è pieno di italiani, spagnoli, francesi, inglesi e tedeschi. A Roma purtroppo gli spagnoli, inglesi, francesi, eccetera non ci vanno. La vera ragione è che l’Italia è un Paese che ha serie difficoltà ad accettare la diversità, a valorizzare l’estro giovanile, a pensare al futuro, in sostanza. Non lo fa da troppo tempo e ora la situazione è diventata insostenibile, per gli italiani e per tutti gli altri. È uno dei Paesi più gerontocratici e meno meritocratici del mondo, lo dimostrano un sacco di studi e di libri, il mio libro racconta le conseguenze di questa tendenza a mortificare il futuro del nostro Paese: un dissanguamento senza possibilità di trasfusione. Speriamo che qualcuno se ne accorga e non si continui a nascondere la testa sotto la sabbia.
Pensi si possa trovare una soluzione a questi flussi migratori?
Non è una soluzione ciò di cui abbiamo bisogno. I flussi migratori sono positivi. È molto positivo che i giovani italiani vadano all’estero a imparare le lingue, a sperimentare sulla propria pelle situazioni di convivenza multiculturale, ad arricchire il proprio curriculum e ad aumentare le proprie competenze. Quello di cui abbiamo bisogno è una mentalità aperta ad accogliere di nuovo queste competenze e a valorizzarle. E poi, soprattutto, abbiamo bisogno di trasformare un flusso che per ora è “a senso unico” (solo in uscita) in un flusso vero e proprio che preveda un ricambio e l’ingresso di nuove forze in grado di sostituire un’elite generazionale in fuga.
Tu hai raccontato soprattutto migrazioni europee, ma verso la fine del libro accenni anche quelle oltreoceano. Qual è la ragione per cui non hai coinvolto direttamente anche quelli che hanno rincorso il sogno americano?
Mi sono concentrata nel continente europeo perché credo sia il luogo in cui si è concentrata la nuova ondata di migrazione italiana, grazie all’introduzione della moneta unica, Internet, i voli low-cost, gli accordi sulla non doppia imposizione fiscale, eccetera. Eppure continuano ad essere massiccie anche le migrazioni verso il resto del mondo e per questo alla fine del libro compio un viaggio anche fuori dal continente. Non sono solo “cervelli in fuga”. Tra quelli che hanno rincorso il “sogno americano” (come il “sogno europeo”) ci sono anche persone “normali”, che cercano “ovunque ma non qui” un luogo in cui vivere serenamente, in cui sentirsi libere di esprimersi come vogliono, in cui avere la sensazione di pagare le tasse a cambio di un servizio pubblico efficiente…
Nel tuo libro si parla spesso di AIRE e di quanto sia difficile dare un numero preciso dei residenti all’estero perché non tutti vi si iscrivono. Puoi spiegarci meglio di che si tratta e quali sono i vantaggi e gli svantaggi di iscriversi all’AIRE?
L’iscrizione all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero è in teoria obbligatoria entro i primi sei mesi e se si ha intenzione di rimanere all’estero per più di un anno e mezzo (una contraddizione di fatto, ma non ci formalizziamo…). Non tutti si iscrivono innanzitutto perché molti non lo sanno (scarsa e inefficacie informazione istituzionale) e perché l’iscrizione in molti casi può arrivare molti mesi dopo la richiesta (io ci ho messo nove mesi, per esempio). E poi perché in molti casi non conviene, soprattutto se si vive relativamente vicino all’Italia, come negli Stati europei. Si perde in alcuni casi il diritto all’assistenza sanitaria in Italia (e questo per chi vive in Inghilterra o in Irlanda, per esempio, è uno svantaggio, mentre per chi vive in Spagna no, visto che il sistema sanitario spagnolo è spesso molto migliore di quello italiano). Si è costretti a rinnovare i documenti negli inefficientissimi uffici consolari esteri e questo spesso diventa un problema: io ci metterei molto meno a venire a rinnovare il mio passaporto in Italia invece di sopportare le file chilometriche e le attese di mesi alle quali mi obbliga il consolato italiano di Barcellona. L’unico vantaggio che offre l’iscrizione all’Aire è la possibilità di votare dall’estero, e in un sistema politico come quello italiano, in cui da un giorno all’altro potrebbe sempre cadere il Governo, non è un vantaggio da sottovalutare. In ogni caso, siccome l’Aire è l’unico registro ufficiale che ci permette di sapere quanti sono gli italiani all’estero, finché non verrà reso funzionale e “appetibile” non avremo nessuna possibilità di censire questa popolazione in fuga. E non c’è dubbio che alle istituzioni italiane non interessa dare voce all’Italia che vive fuori dai confini nazionali: siamo potenzialmente pericolosi sotto molti punti di vista.
Quali spazi dell’Italia rimangono per i giovani?
Rimangono moltissimi spazi, la questione è che sono inaccessibili. Continuano ad esserci un sacco di persone coraggiose che lottano quotidianamente contro un sistema corrotto e gerontocratico, per rendere l’Italia un Paese civile. A tutte queste persone, che sono tante e piene di buona volontà, va tutta la mia stima e quella di chi sta “altrove”. Spero che la lotta diventi comune, per l’interesse di tutti. Anche per questo, per dare una mano in questo processo di riappropriazione degli spazi che ci appartengono, ho lanciato qualche settimana fa, insieme al blog “La Fuga dei Talenti”, un Manifesto degli Espatriati, in cui chi vive all’estero si impegna a fare proposte, a “copiare” modelli virtuosi per rendere il nostro Paese un posto in cui valga la pena tornare o arrivare. Non credo sia impossibile farlo, anzi, sono convinta che prima o poi diventerà inevitabile.
Dove andresti se dovessi lasciare Barcellona?
Non lo so. Barcellona è il posto in cui mi sono sentita meglio in tutta la mia vita. Ho scelto questa città, e lei mi ha ricambiato dandomi soddisfazioni personali e professionali. Sono stata fortunata: la maggior parte delle persone che ho intervistato in tutti questi anni, sia per il libro che per i lavori precedenti su questo argomento, hanno vissuto in almeno tre o quattro città straniere diverse. Per me è stato un colpo di fulmine e per ora non mi vedo a vivere in un altro posto. Magari oltreoceano, a New York o a San Francisco, per provare. E magari anche in Italia, spero, un giorno.


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