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HUMUS: Stefano Gulmanelli e le tante A

12 maggio 2010

Dopo qualche giorno di pausa, riprende finalmente HUMUS – ed inizia questa volta dalla lettera A. A come Arabia Saudita, A come Albania, A come Africa del Sud; A come Australia.

Buon viaggio, nomads.

Alice Avallone

:: Benvenuto su Nuok, Stefano! Ci racconti in breve di te e di cosa ti ha portato fino in Australia?

Mah, a volte penso che sia una questione di “A“: sono nato in Arabia Saudita, sono vissuto in Albania, Africa del Sud; l’Australia continuava la stringa delle A
Prendendola “seriamente”: dopo aver comunque passato due terzi della mia vita fuori dall’Italia, quando i miei figli hanno cominciato a stare in piedi da soli, ho pensato con mia moglie Arianna (un’altra A!) che era venuto il momento di riprendere il discorso momentaneamente interrotto quando abbiamo lasciato il Sudafica per un “pit stop” italico durante il quale avere i figli (a dir il vero il rientro in Italia non era necessariamente legato a questo, ma viene bene a raccontarla così…).
L’Australia mi/ci pareva un buon posto in cui vedere come il mondo si stravolgeva spostando il baricentro a Oriente, verso l’Asia, ma comunque vivendo in un Paese capace di garantire un certo tipo di stabilità e determinate strutture – che quando hai figli piccoli vengono assai comode. “Testa in Asia e piedi in Occidente”, per banalizzare.
Va peraltro detto che dopo tre anni, l’Australia di per sè si sta rivelando assai più interessante di quanto potrebbe apparire a prima vista dall’esterno – e non solo per la sua vicinanza, non puramente geografica, con l’Asia. So che per molti in Italia è sostanzialmente un bel posto dove far la luna di miele e poco più. Ricordo un “Mitico” caposervizio di un importante quotidiano italico al quale dissi che andavamo in Australia e che magari potevamo offrire una sorta di copertura: “Stefano, ma che ce ne frega dell’Australia…” fu la simpatica e spassionata risposta.
Personalmente – per sue dinamiche interne – che comprendi solo vivendola e magari studiandola, la ritengo uno dei laboratori socio-culturali oggi di gran lunga più interessanti al mondo, capace di fare da vero e proprio benchmark globale (l’unico altro Paese che ha caratteristiche simili è il Sudafrica, seppur con peculiartà davvero uniche…)

:: Hai vissuto in Medio Oriente, Europa Orientale ed Africa subequatoriale. Quando hai detto basta Italia, e perché?

Come si intuisce da quanto detto sopra io il “basta Italia” non ho dovuto nemmeno dirlo. Sono nato fuori dall’Italia, seppure da famiglia italianissima. Il che ha lasciato è un marchio di irrequietezza che prescinde dal giudizio che posso più o meno avere dell’Italia.

:: Che cosa significa oggi essere nomadi?

Ognuno lo può e lo deve essere a modo suo. Personalmente credo che la cosa più stimolante per un “nomade” oggi sia quello di essere in condizione di attraversare frontierie socio-culturali e persino psicologiche traslando da una realtà all’altra, una diversa dall’altra. Non è cosa semplice. Come si suol dire bisogna “handle with care” perchè lo sfasamento identitario può essere notevole e va gestito. A meno che uno non entri nella modalità “migrante permanente” con il relativo costante aggancio all’identità originaria – ma a me sembrerebbe un po’ un’occasione perduta. Sia ben chiaro: in qualche anfratto recondito di sè stesso questo tipo di nomade un’identità la mantiene; solo che si dimentica di interrogarla costantemente per chiederle conferme.
La capacità di attraversare, comprendere e gestire realtà diverse è peraltro ciò che più cerco di offrire ai miei figli, anche perchè credo che quello sarà il vero assett per chi a metà secolo avrà trent’anni; anzi più che di un assett, parlerei di un vero e proprio strumento di sopravvivenza.

:: Sempre più giovani sono rassegnati, a volte esasperati, davanti alla situazione italiana e sognano di scappare all’estero. Di chi sono le responsabilità?

E’ un blame game che non mi entusiasma e me ne tiro fuori. Personalmente ritengo che le opportunità vadano trattate alla stregua del potere… se non te le danno (e spesso accade che sia così) cerchi di prendertele, creandotele. Comunque questa molla della rassegnazione esasperata la si può persino vedere in chiave positiva: se imbastardirsi culturalmente e psicologicamente é un assett del domani, essere costretti a giocarsela fuori dalla “comfort zone” dell’ambiente conosciuto (famiglia, amici, il proprio centro cittadino e tutte le cosine al posto giusto) potrebbe essere qualcosa di cui un giorno dover persino ringraziare chi ha creato questa situazione.

:: Che cosa consiglieresti ad un giovane che vuole lasciare il proprio paese?

Di farlo, senza tanti dubbi amletici. Se non lo fai a venti/trent’anni quando diavolo lo fai nella vita? Sul ns sito (in home page, www.nomads.it) campeggia una frase di Twain che più chiara al riguardo non può essere. E non è davvero pensata solo per chi ha 20 o 30 anni, anzi…