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Humus: Giovanna Botteri

25 maggio 2011

Giovanna Botteri è la corrispondente dagli Stati Uniti del TG3. Nuok l’ha intervistata per saperne di più della sua esperienza di inviata speciale in alcuni dei più importanti eventi internazionali e della sua esperienza newyorkese.

:: Come ha iniziato la carriera da giornalista?

Ho cominciato a seguire i conflitti nella ex Jugoslavija. Era in assoluto la mia prima importante esperienza professionale, ma era un paese che conoscevo molto bene, e il mio direttore di allora, Sandro Curzi, rischiò. Ho cominciato a mandare i pezzi, a raccontare le storie, coprire le notizie, ho imparato a muovermi in zone difficili, rischiose. Così ho continuato a seguire i conflitti, da Vukovar a Sarayevo, il Kossovo, fino all’Algeria, l’Afghanistan, l’Iraq.

:: Quali consigli darebbe ad una donna che vuole intraprendere questa strada?

La storia delle donne nel giornalismo segue un po’ la strada attraversata da tutte le minoranze nella loro lotta per i diritti. Partendo da una piccola avanguardia di coraggiose, il gruppo è cresciuto via via, acquistando forza e credibilità. Certo il mondo dell’editoria, chi decide e dà linea, resta un mondo maschile, ma molte cose stanno cambiando. Le donne sono state messe in televisione perchè erano carine, rassicuranti, piacevoli a vedersi. Annunciavano bene, servivano bene i conduttori, aprivano le buste con stile. Cantavano ballavano, e battevano a macchina. Le hanno messe a leggere notizie scritte da altri, poi qualcuna ha cominciato a scriversele da sola. Ed ha cominciato ad andare in giro. E a fare domande, cercando risposte. Le notizie da trattare, i luoghi in cui andare, le occasioni in cui farci parlare ancora non possiamo deciderle da sole. Ma abbiamo conquistato una presenza che va al di là dell’immagine.

:: Lei è stata inviata a Baghdad nel 2003 durante la guerra. Qual è il ricordo di quella esperienza che continua a rimanere intatto nella Sua memoria?

Un’esplosione improvvisa, una corsa lontano dai carri armati… la ricerca di un nemico che non si vede mai. Un nemico che non si vede mai. Tanti civili, tanti bambini uccisi. Il loro sangue dappertutto. Nel naso, nei tuoi vestiti.

:: Come descriverebbe l’emozione di aver raccontato la vittoria di Obama?

Il 3 gennaio, a Des Moines, in Iowa, la neve è alta mezzo metro. Nel granaio del paese, tutto è bianco come la neve. Le strade, le case, la gente. E’ qui che inizia la lunga maratona elettorale delle primarie democratiche. Con un caucus, il sistema più antico di democrazia. Non si ci sono schede, o preferenze. A gruppi di due, trecento ci si ritrova per discutere. Finchè tutti, o almeno la grande maggioranza, non sono convinti sulla scelta di un unico candidato. Nella scuola elementare dove vado a seguire i primi caucus arriva Bill Clinton. Distribuisce sorrisi e autografi ad una schiera di fan adoranti, mentre il gruppo di sostenitori della moglie, con i cartelli di Hillary ben in vista, entra rumoroso nell’aula dove si deve dibattere.

I ragazzi neri si notano subito in mezzo a tutto quel bianco. Entrano silenziosi, quasi non volessero farsi vedere. A testa bassa, si raccolgono in un angolo. Ma voi con chi state, chiede un signore sulla cinquantina, occhialini e l’aria del professore di storia. Obama, risponde piano una delle ragazze. Ma anche noi, dice tranquilla la moglie del professore. E tutti e due si mettono nell’angolo. Arrivano tre operai delle acciaierie, ancora in tuta. Voi chi siete, chiedono al professore. Obama, risponde ancora la ragazza, e alza la testa. Anche i tre si sistemano nell’angolo. Cominciano a parlare con gli altri nella sala, vicini di casa, colleghi, genitori di figli che vanno nella stessa scuola. Arrivano altri giovani, si parla di Iraq e di economia, di scuola e di salute. Mano a mano i sostenitori di Kucinic’, di Richardson, e anche di Edwards, cominciano ad unirsi al gruppo di Obama. I gruppi sono quasi in parità. Finchè nella sala non entra un’anziana signora, reggendosi a fatica sul bastone, il cappotto bagnato dalla neve, infreddolita e esausta. Cerco mia nipote, sono venuta per il dibattito, ma l’autobus non passava e sono dovuta venire a piedi, spiega ad uno degli organizzatori. Con che gruppo vuol mettersi, le chiedono. Dal fondo della sala, dall’angolo più lontano, sopra tutte le grida e il rumore, si leva allora altissima la voce della ragazza. Qui nonna, qui, con Obama. L’Iowa, il bianco Iowa, diventerà il primo stato a scegliere Barack Hussein Obama II.

:: Il Suo posto preferito a New York?

Central Park, di fronte a casa mia, sulla settantesima.

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