Howl – Un James Franco da urlo per un film non convincente

Qualche tempo fa, nel corso di una proiezione speciale alla New York University, abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima Howl, il film con James Franco ispirato alla figura di Allen Ginsberg, poeta della beat generation accusato di oscenità per il poema lirico che dà il titolo al film. Al termine della proiezione J. Franco e i due registi dell’opera – Jeffrey Friedman e il due volte premio Oscar Rob Epstein – si sono trattenuti per una lunga e generosa chiacchierata col pubblico, raccontando il processo creativo e produttivo del loro progetto. Ma prima di svelare il dietro le quinte, concentriamoci sul film.


“Howl”, l’Urlo, è un testo fondante della controcultura americana: fu letto per la prima volta da Ginsberg nel 1955, alla Six Gallery di San Francisco, e pubblicato l’anno dopo dalla City Lights di Ferlinghetti, famosa casa editrice attorno a cui gravitavano anche William Burroughs e Jack Kerouac. Probabilmente avrete letto, sentito recitare – o addirittura parodiare – il celebre inizio del poema: “Ho visto le migliori menti della mia generazione / distrutte dalla pazzia, affamate, nude, isteriche / trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa…”. Nell’America maccartista del dopoguerra, il racconto – o meglio, il lamento – di un’intera generazione che faticava a trovare il suo posto in società, e che andava scoprendo la droga e la libertà sessuale, suscitò grande scandalo e, appunto, un processo per oscenità.

Il film ha una struttura molto peculiare e originale: vi sono cinque flussi visivi, che si alternano raccontando in contemporanea altrettante storie. Il primo è una ricostruzione della lettura pubblica di Ginsberg alla Six Gallery: il poeta che legge la sua opera, tra fumi di sigaretta e tintinnare di bottiglie di birra. Il secondo è un finto documentario su Ginsberg, idealmente girato durante i giorni del processo: Ginsberg è nella sua casa, e via via che la causa procede racconta le sue sensazioni in diretta alla telecamera. Il terzo flusso è un’animazione molto onirica: note di jazz e frammenti del poema accompagnano immagini legate al testo stesso. Il quarto livello visivo è una raccolta di momenti di vita vissuta di Ginsberg ragazzo, prima di debuttare come poeta: brevi flashback a carattere episodico che mostrano momenti chiave della sua formazione sentimentale e intellettuale (la droga, la scrittura, l’amore per un sesso e per l’altro). Il processo vero e proprio, infine, è il quinto flusso di immagini.


Come si può ben capire, il film è molto ambizioso: la sua scommessa è di procedere non per via logica e consequenziale (questo evento provoca quest’altro…), bensì per associazioni di idee ed emozioni. Proprio come il poema di Ginsberg, i registi puntano a trascinare il pubblico in un flusso variegato e complesso, un insieme di sensazioni tese a coinvolgerci ed emozionarci. Il nostro giudizio, lo diremo subito, è che purtroppo non ci sono riusciti, nonostante un James Franco davvero in grande spolvero. E ciò è dovuto sia a mancanze specifiche in ognuno dei cinque flussi, che alla loro composizione d’insieme. Ma procediamo con ordine.

La lettura alla Six Gallery. Molto semplicemente, il poema è lungo e la ripresa del reading statica. Anche se è vero che vediamo spezzoni di questo episodio alternati con gli altri quattro flussi, la durata di ogni spezzone è tale da annoiare. James Franco è bravo, il suo lavoro di mimesi convincente, ma questa non modifica la sostanza dei fatti: lui è fermo davanti a un leggio, e la telecamera scorre lenta da destra a sinistra. E viceversa. Insomma, non c’è alcuna tensione.


Il finto documentario. Dopo aver ribadito che sembra davvero di avere davanti Ginsberg (la voce, il sorriso, un certo languore dello sguardo), non si può non notare che siamo sempre al chiuso di un piccolo appartamento, e che il nostro eroe – ancora una volta – è costantemente fermo: seduto su un divano, il più delle volte. Ricordo di averlo visto una volta sola in piedi: guarda fuori dalla finestra, ma noi vediamo lui, e non cosa c’è fuori. Come dire: ancora tante parole senza azione, e di nuovo un ambiente claustrofobico, per nulla cinematografico.

L’animazione. Qui siamo piuttosto severi: le immagini in sé non sono eccezionali, ma fanno la loro figura. I veri problemi sono due: il primo è che sono accompagnate da una voice over che le appesantisce. Il secondo è che il cartone animato è la fedele trasposizione delle parole che ascoltiamo – che, per inciso, sono quelle del poema. Questa scelta comporta vari effetti negativi. Innanzitutto, “l’effetto Piero Angela” (permettetemi di essere un po’ cattivo): sembra di vedere una clip didattica, in cui si dice che l’ape impollina il fiore e poi vediamo effettivamente l’ape che impollina il fiore. Ma non era un film sulla beat generation? Ma come, fondi un film sul principio dell’associazione di idee e sensazioni, introduci un’animazione (che è il mezzo migliore per essere sorprendenti e anarchici), e poi mi mostri un treno e mi dici “stai guardando un treno”? Mi mostri un uomo solitario e mi dici, letteralmente, “Guarda! Un uomo solitario…”? Insomma, davvero una caduta di stile. A ciò, come se non bastasse, va aggiunto che i versi in questione sono proprio quelli di “Howl”, che dunque ci viene riproposto due volte nel film: non solo nella lettura, ma anche nel flusso dell’animazione. E in maniera assolutamente didascalica (parole uguali alle immagini): quanto di più lontano dalla sensibilità di Ginsberg.


I flashback. Ve lo diciamo subito: il poema viene riproposto, in parte, anche in questa sezione. Ci sono infatti sequenze di Ginsberg alla macchina di scrivere, intento a comporre la sua opera. Chiaramente c’è una voice over che riporta i suoi pensieri, nel caso abbiate dubbi su cosa stia scrivendo in quel momento. E fanno tre letture… Detto questo, gli episodi del passato del poeta sono forse i più belli del film. Per una volta usciamo fuori, all’aperto, e vediamo il giovane Ginsberg per strada, con gli amici, davanti a un tramonto di San Francisco o su un tetto di New York. E respiriamo anche noi.


Il processo. Qui vediamo una serie di attori (Jeff Daniels su tutti) che si integrano bene fra di loro e danno vita a un piccolo pezzo di fiction, nella tradizione del courtroom drama americano. E tuttavia anche qui abbiamo delle riserve. In particolare, questa sezione è idealmente collegata al finto documentario con Ginsberg a casa, in attesa della sentenza. Ora, mentre James Franco ci presenta un personaggio sofferente, preoccupato per gli esiti della causa, nell’aula di tribunale l’atmosfera sembra quella di un tipico film dei primi anni ’50, ovvero manieristica, in certi momenti quasi comica (almeno per noi spettatori smaliziati del 21° secolo). Questa leggerezza di toni e di modi contrasta con il dolore del poeta chiuso nella sua casa: lo vanifica quasi, togliendo tensione drammatica alla sua situazione emotiva.


A volte tante imperfezioni messe insieme producono una perfezione: secondo gli studiosi della percezione, ad esempio, uno dei canoni della bellezza è l’asimmetria dei profili umani. Le persone che tendono a essere fortemente simmetriche nei tratti del viso risultano brutte, a prescindere. “Howl” è un film che si fonda su una intenzionale asimmetria, e questo va a suo onore, ma a nostro avviso il risultato finale è solo una somma di imperfezioni. I cinque flussi ideati dai due registi e sceneggiatori non si integrano bene fra loro: sono ripetitivi, in quanto ripropongono più volte il poema, e – nel caso dell’animazione – addirittura in maniera stucchevole; non coinvolgono, poiché l’amalgama dei vari episodi non produce tensione ma anzi spesso la allenta, come nel caso dell’accostamento fra il “finto” processo e il “super-realistico” Ginsberg in pena per la sentenza; e soprattutto, questo insieme di immagini e parole non emoziona: non ci fa sognare, né ci sorprende, né ci dà un pugno nello stomaco, come avrebbe voluto il poeta a cui il film è ispirato.

Parte dei motivi di questo risultato sono emersi, di fatto, nell’incontro al termine della proiezione. Friedman ed Epstein sono dei documentaristi pluripremiati e da vari anni lavorano in coppia. Anche “Howl” era nato come un doc: nel 2004, a ridosso del cinquantenario della lettura alla Six Gallery, i due sono stati avvicinati da un ex collaboratore di Ginsberg che aveva del materiale d’archivio e insisteva perché lo prendessero per fare appunto un lavoro su quell’evento. Friedman ed Epstein si sono appassionati al progetto ma si sono trovati davanti a un problema pratico: i filmati a loro disposizione erano troppo pochi per realizzare un lavoro soddisfacente, per cui hanno cominciato a pensare a varie opzioni. Per esempio, produrre delle sequenze ex-novo. Ed è a questo punto che entra in gioco James Franco.

Nel 2008 i due registi hanno avuto in incontro con Gus Van Sant, che all’epoca era in preparazione di “Milk”. Epstein infatti nel 1984 aveva realizzato un documentario, vincitore di un Oscar, sull’attivista gay ucciso a San Francisco. Van Sant aveva bisogno di materiale extra, per aiutare Sean Penn e gli altri attori a conoscere meglio le persone reali a cui erano ispirati i loro personaggi. J. Franco era nel cast e durante una cena lui ed Epstein sono finiti a parlare di “Howl”. J. Franco, che aveva già maturato un grande interesse per la beat generation, ha dato la sua disponibilità a partecipare al progetto, e da lì in poi tutto è andato avanti velocissimo.

Epstein e Friedman hanno abbandonato l’idea del documentario per virare con decisione su una sceneggiatura di fiction, seppure sperimentale, e infatti è simbolico che questo progetto abbia svolto il primo dei due laboratori del Sundance Lab (quello sul testo) come doc, e il secondo (incentrato sulla regia) come feature film. Gus Van Sant ha deciso di finanziare il progetto, e lo stesso Sundance Festival ha deciso di sceglierlo per la notte di apertura dell’edizione 2010. Per la cronaca, il film era in concorso anche al Festival di Berlino, ma in nessuno dei due ha ottenuto riconoscimenti. E, per quanto detto, la cosa non ci stupisce davvero. La nostra impressione è che, nonostante i ben cinque anni di preparazione, il progetto sia come esploso fra le mani dei registi nel momento di transizione dal documentario alla fiction. Loro stessi, durante l’incontro, hanno ammesso che una volta avviata la macchina produttiva non poteva più essere fermata, e che le scadenze gli hanno impedito di approfondire davvero le potenzialità della nuova forma narrativa.

Ci ha molto colpito in positivo, invece, il racconto del percorso interpretativo sviluppato da James Franco. In generale, guardando il materiale d’archivio, era emerso che Ginsberg era sì un personaggio forte e provocatorio, ma solo a partire da un certo punto in poi della sua vita pubblica: nei primi tempi, soprattutto quando ancora non era un poeta affermato, era molto più timido. Una persona introversa, con pochi amici, che aveva sofferto da ragazzino a causa della malattia mentale della madre. Questa prima considerazione ha aiutato J. Franco a immaginare gli episodi del giovane Ginsberg (i flashback) come piccole epifanie emotive: momenti teneri e delicati, in cui l’intimo del poeta si ritrova – quasi magicamente – in comunione con il mondo esterno, sia esso un essere umano o un fiocco di neve. E in effetti in quelle sequenze il sorriso dell’attore è imbarazzato e anche un po’ infantile, come lo sguardo di chi è ancora pieno di aspettative verso la vita, ma ha paura di non poterle cogliere o vivere appieno. Per quanto riguarda il finto doc, J. Franco ha perlopiù improvvisato. Dopo aver letto e riletto i testi di varie interviste relative al periodo del processo, e dopo aver assimilato il tono fermo – ma comunque preoccupato – manifestato da Ginsberg in quel difficile momento della sua vita, J. Franco è andato a ruota libera. E, come detto, l’effetto è molto convincente.

New York. James Franco arrives on the set of his movie 'Howl" (April 2, 2009 - Photo by Photo Agency)

Ma il dettaglio che meglio ci fa capire la professionalità, e insieme l’inventiva, di questo attore è la preparazione della lettura. Dato che “Howl” è il poema più famoso di Ginsberg, quello che lo ha accompagnato per tutta la vita, e considerato che il suo carattere – via via che matura – acquista slancio e sicurezza, J. Franco ha pensato bene di rendere la lettura del poema una sorta di metafora del percorso esistenziale del poeta beat. All’inizio, dunque, la sua voce è bassa e timida, e lui non si smuove da quel leggio. Poi però, verso dopo verso, la convinzione cresce e si rinforza, e di conseguenza anche l’atteggiamento del poeta ne risente: spalle più dritte, guardare il pubblico e non solo il manoscritto, alzare il braccio, puntare il dito… E infine la gioia, provocatoria e irriverente, di vomitare la propria rabbia in faccia al mondo. E la sorpresa nel ricevere in risposta applausi: lo stupore di scoprire che gli incubi che ti attanagliano non sono solo i tuoi, ma sono condivisi da altri, tanti altri. Un’intera generazione.

Questo era Allen Ginsberg, e James Franco, in maniera personale e sincera, ce l’ha saputo restituire. Peccato però che la sua notevole interpretazione sia stata impoverita da un progetto non all’altezza delle originali e ambiziose premesse.



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