ESCLUSIVA: Youth in Revolt

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“Mi chiamo Nick. Il mio cognome, che odio, è Twisp. Se un giorno diventassi un malefico infermiere in un ospedale psichiatrico, comunque, avrei un buon nome. Sono un vorace lettore di classici, un aspirante romanziere, e credo che il mondo sarebbe un posto migliore se ogni radio trasmettesse My one and only love di Frank Sinatra almeno una volta ogni ora. Neanche a dirlo, sono ancora vergine”. È così che si presenta a noi Nick Twisp (Michael Cera), il protagonista di Youth in Revolt.

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Nick è un adorabile nerd. Vive a Berkeley con la madre, cinquantenne divorziata che si tiene stretta ogni uomo che le riservi un minimo di attenzione, sia uno sguaiato scommettitore pieno di debiti (Zach Galifianakis) o un poliziotto tamarro e allampadato (Ray Liotta). Il padre (Steve Buscemi) è un mediocre copywriter che ha solo due passioni: la sua Bmw e Lacey, una ragazza poco più che ventenne, e con entrambe se la spassa alla grande. Il migliore amico di Nick è un compagno di scuola che pur avendo una ragazza non si sente pronto per un vero rapporto sessuale, poiché teme di iniziare troppo presto l’inevitabile declino che lo trasformerà in un adulto depresso e fallito. Nick, con una sana dose di autoironia, commenta che tutte le persone intorno a lui sembrano avere una vita più movimentata della sua. Finché non trascorre una vacanza a Ukiah, una comunità di ferventi religiosi, e incontra Sheeni (Portia Doubleday).

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Sheeni è bella e sveglia, adora la Francia e ha un odioso fidanzato che non solo è campione di nuoto ma scrive anche poesie. Ma questo per Sheeni non è esattamente un problema: Nick le piace, e i due hanno una storia. Tanti baci, ma niente sesso, anche perché la vacanza di Nick dura solo pochi giorni. Sheeni sembra rassegnata; il nostro eroe, invece, non vuole che finisca lì. I due allora elaborano un macchinoso piano per potersi ricongiungere: Nick farà in modo di andare a vivere col padre, e Sheeni si adopererà per far assumere lo sfigato copywriter dal giornale locale. L’impresa non è facile, perché la madre di Nick non lavora, e il suo unico sostentamento è l’assegno di mantenimento per il figlio. Questo significa che Nick, per riuscire davvero a farsi buttare fuori di casa, dovrà essere cattivo: “Very, very bad…”, come dice Sheeni.

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A questo punto il film ha un inaspettato colpo di scena: sullo schermo irrompe Francois, l’alter ego – stronzo e francese – di Nick. Francois è un concentrato di cattiveria e cinismo, ma è anche la forza che spinge il nostro timido protagonista a diventare finalmente attivo e lottare per ciò che più desidera: Sheeni. E la terapia d’urto funzionerà, eccome! Spinto da Francois, infatti, Nick ne combinerà di tutti i colori: causerà un incendio nel cuore di Berkeley, s’intrufolerà nel collegio femminile di Sheeni, ruberà e distruggerà – in una sequenza esilarante – l’amata Bmw del padre… E altro, molto altro, in un tourbillon di invenzioni e risate.

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Youth in Revolt è l’adattamento dell’omonimo romanzo di C. D. Payne, che negli Stati Uniti è un piccolo cult, come testimoniano i ben tre sequel e i due tentativi di adattamento televisivo (entrambi falliti) operati da Fox ed Mtv. La giusta miscela è venuta dalla collaborazione fra lo sceneggiatore Gustin Nash e il regista Miguel Arteta, due autori che hanno già dimostrato di muoversi a loro agio nel territorio delle teen-comedies. E la familiarità con questo genere cinematografico è senza dubbio uno degli elementi che ha aiutato Nash e Arteta a elaborare il particolare tono narrativo della storia, che a nostro avviso rappresenta la vera forza del film.

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Molti dei personaggi sono basati su stereotipi, ma la versione che ci viene offerta è divertente e non banale. Il fidanzato stronzo di Sheeni, come detto, non è solo bello e sportivo, ma anche poeta, e le sue non sono semplici poesie, ma liriche “futuriste percussive”… E quando Sheeni ne recita una per Nick rischierete seriamente di farvela addosso. La “principessa” che il nostro eroe deve salvare non è affatto dolce e pura, ma è una vera manipolatrice: Sheeni vuole che Nick sia bad, anzi, very, very bad. Ma la cosa forse più sorprendente è che Nick diventa davvero cattivo, e addirittura rivolge la propria perfidia verso la stessa Sheeni, pur di averla per sé. Il film gioca così con le aspettative degli spettatori, ormai abituati a certi cliché, e ha il merito di non cadere nell’eccesso: l’intelligenza e l’ironia sono vive e misurate, mai manieristiche. Un’altra nota di merito è la totale assenza di volgarità, cosa non da poco, di questi tempi, nel cinema americano che ha per protagonisti gli adolescenti.

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Un aspetto che invece convince di meno è l’intreccio. È chiaro che Nick vuole Sheeni, ed è chiaro anche il modo in cui lotterà per averla: sarà cattivo, giocherà sporco. Ciò che risulta confuso e disordinato è la successione degli eventi: il film appare episodico. Nick affronta una sfida dopo l’altra, ogni volta diversa, e sia i luoghi che i suoi compagni d’avventura cambiano continuamente. Fa avanti e indietro fra Berkeley e Ukiah almeno un paio di volte. Di punto in bianco compare un – divertentissimo! – amico indiano dall’impeccabile accento inglese, che poi scompare altrettanto di colpo. Altri personaggi, solo citati o appena intravisti all’inizio, ricompaiono quando più fa comodo… La sensazione a tratti è di assistere a un road-movie, un genere in cui accettiamo che ci siano incontri e separazioni continue, perché tale è la natura del viaggio: ma questa struttura episodica non sembra riflettere la natura della storia e l’effetto è quello di una mancanza di compattezza.

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Qusta frammentarietà incide anche nel giudizio sugli attori. Liotta e Buscemi, due fra i nostri preferiti di sempre, appaiono sottoutilizzati, e lo stesso Galifianakis non ha abbastanza spazio per esprimere al meglio le sue potenzialità. Altri due comprimari, Frank Willard e Justin Long, invece, riescono a essere più incisivi, ma ciò – a nostro avviso – dipende essenzialmente dalla scrittura: i loro personaggi sono decisamente sopra le righe, e questo li rende efficaci nell’arco di poche battute.

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Un altro elemento che aggiunge confusione è il doppio di Nick, Francois. Quello che disorienta è il fatto che noi vediamo Nick e Francois insieme, nella stessa scena, e li vediamo non solo parlare fra loro (come una visualizzazione di un monologo interiore), ma anche interagire con gli altri. La scelta in sé non è nuova, è già stata usata in vari altri film, ma il problema è che non viene gestita in maniera coerente, e dunque abbiamo difficoltà a comprendere la “grammatica” di questa doppia visione. In una scena, per esempio, Nick parla con Sheeni, e accanto a lui vediamo Francois che gli suggerisce delle frasi: in quel momento, noi sappiamo che la situazione reale è Nick-davanti-a-Sheeni, e in effetti nella scena successiva vediamo Nick da solo con lei. Questa sequenza rende chiaro che Francois è l’amico invisibile. In un’altra scena, invece, Francois guida l’auto e Nick è al suo fianco. Sembra un dettaglio marginale, ma l’effetto è spiazzante: la scena, d’istinto, ci sembra sbagliata. Ci aspetteremmo che sia Nick a guidare, e che Francois sia al suo fianco. Pensate per un attimo al Sesto senso: in quel film il gioco funziona perché non vediamo mai Bruce Willis fare cose che sarebbero impossibili per un fantasma; non apre il frigo, non preme il pulsante dell’ascensore, e non guida. E lì, in fondo, potrebbe anche passare inosservato se lo facesse, perché – fino alla fine – non sappiamo che è un fantasma. Qui, invece, noi siamo informati subito che Francois è una proiezione mentale di Nick, e il suo interagire con oggetti ed esseri umani suscita dubbi e domande che ci distraggono.

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Nonostante queste imperfezioni, il film ha un’energia e un’ironia davvero ammirevoli, e senza dubbio gran parte del merito va ascritto a Michael Cera. Il suo sguardo è incantato e ingenuo, il sorriso disarmante, e quando lo vediamo nei guai non possiamo fare a meno di tifare per lui. Se analizzassimo le azioni che il suo personaggio compie nel film, dovremmo concludere che siamo davanti a un delinquente psicopatico, ma in realtà non percepiamo mai Nick come minaccioso, nemmeno nella versione stronza e francese, Francois. Questa leggerezza è un di più di cui beneficia l’intero film, e la regia di Arteta è altrettanto delicata ed essenziale. Il cuore del film è nel sentimento di Nick verso Sheeni, un amore – nonostante tutto – puro e sincero, e Cera e Arteta sono bravi a proteggerlo e consegnarcelo intatto.

Leonardo Staglianò



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