Diari newyorkesi: Tiziano Fratus

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Inizia oggi questa rubrica dedicata alla poesia e alla prosa poetica su New York. Si tratta di testi scritti da chi vive qui o da chi ci ha solo trascorso qualche giorno sedotto o respinto, ma comunque mai indifferente alla grande forza della vita e dell’ingegno umano che caratterizza questa travolgente città. Il primo a visitarci è Tiziano Fratus che per New York e l’America ha una passione sanguigna come si capisce bene dalle sue poesie narrative debordanti di energia e di partecipazione.

Potrete ascoltarlo al Bowery il 4 aprile e a alla Italian Academy for Advanced Studies in America (Columbia University) il 5 in un evento a lui dedicato dalla rivista Italian Poetry Review (diretta da Paolo Valesio e da me).

Alessandro Polcri

Tre poesie newyorkesi
di Tiziano Fratus

fratus_2010Tiziano Fratus ha pubblicato diverse opere di poesia in Italia fra cui Il molosso, Il ventre, Il vangelo della carne, La staticità dei pesci martello, Il respiro della terra, e diversi in giro per il mondo fra i quali A inquisiçao (Lisbona), Poèmes chuchotes sur la berge du Po (Lugano), 5PX2 (Edinburgo), Double Skin (Singapore), A Room in Jerusalem (Brooklyn). Ha presentato la sua poesia in diversi Istituti Italiani di Cultura, in Università, festival nazionali ed internazionali. La sua poesia è stata tradotta e pubblicata su rivista e in volume in nord e sud America, Europa occidentale e orientale, nel Sud est asiatico. Sono in uscita tre nuovi libri: la raccolta di poesie e poemi erotici Historias de Malo Amor in Italia, due antologie della sua poesia, una in lingua inglese negli Stati Uniti d’America, Creaturing. Selected Poems (Grosse Pointe Farm, Detroit) ed una in lingua portoghese in Brasile, O Molosso e outros Molossos (Belo Horizonte). Vive nel torinese ai piedi delle Alpi.

A proposito di.. Le tre poesie che seguono fanno parte della seconda “bocca” o sezione del mio ultimo libro pubblicato in Italia, Il respiro della terra (Manifattura Torino Poesia, 2009); questa “bocca” è dedicata a componimenti scritti durante la mia prima tournée avvenuta negli Stati Uniti nel dicembre 2008, quando era stato pubblicato il mio primo libretto in versi in nord America, A Room in Jerusalem (Farfalla Press / McMillan & Parrish) e Obama era appena stato eletto presidente. Si tratta di tre tessiture in cui emergono sensazioni, oggetti, volti, il mio solito sguardo “vorace” che trova interesse e fascino in qualsiasi cosa, nelle voci per strada, nei movimenti di un individuo, nel tasso di elettrostaticità presente in una piazza, e molto nell’intersezione fra “storia” e “vita quotidiana”.

divinità laiche a south manhattan

a union square le bancarelle di natale offrono
cappelli di lana alla charlie brown, borse in pelle
e cuoio e altre inutilità del periodo, uno sterminio
di pini giace accatastato per i futuri alberi
addobbati negli appartamenti di south manhattan:
vi fermate alle bancarelle delle confetture artigianali
che assaggiamo, e in effetti…, ne comprate alcune
da portare a casa, domani sera, al vostro ritorno a nord:
il giorno prima gary mi ha portato da un bar all’altro,
anche nella birreria che frequentava dylan thomas,
un salto nel tempo che là dentro sembra non essersi
mai smosso, facce gonfie d’irlanda e scozia, gli occhi
sagaci e saettanti, le bocche pronte a sgranarsi in risate
mareggianti, tavoli rotondi carichi di discussioni e di
incisioni con coltellini e chiavi, una foto di samuel
beckett in un quadretto alla parete, pinte di birra che
fanno più in fretta a svuotarsi che a riempirsi,
sotto i rubinetti lucidati: alla televisione si discute
del dato sull’occupazione del mese di novembre,
mezzo milione di persone senza lavoro, una vecchia
gloria del football condannata per detenzione di
armi illegali, o qualcosa del genere, il governatore
dell’illinois arrestato, immagini di schiacciate
di alti e muscoli giocatori di basket in maglia gialla:
si dice che bisogna apprendere dall’esperienza: mai
cedere alla tentazione di cercare la conferma, all’estero,
delle abitudini più intime, mi incido sulla pelle davanti
a un paio di jeans appesi ad un muro e sopra, scritto,
il testo cinquantenario di howl di allen ginsberg,
spirito santo della poesia americana

le ombre di hart crane e altre visite

quando vado al mare lancio uno sguardo in spiaggia,
alla ricerca di ragazzi che si gettano la sabbia in faccia,
schiamazzando come sterne e battendo i piedi sul
bagnasciuga, setacciando conchiglie bianche ed
evitando la profondità crudele: mi chiedi perché continuo
a tirarti in ballo nel mondo dei vivi: lasciami andare, mi
preghi talvolta nel sonno: sento che ti siedi a gambe
incrociate, ai piedi del letto, mi sussurri come un
mantra lasciami andare, non ti rispondo, vorrei dirtelo
ma alla fine resto a bocca chiusa, e pensare che quando
c’é da dire qualcosa di troppo non manco mai: mi dici
che sei riuscito a farti dimenticare, che i tuoi libri nelle
biblioteche raccolgono polvere, che, probabilmente – non
ne sei sicuro al cento per cento – sono rimasto l’ultimo
dei tuoi ossessionati lettori: mi ricordi che se un poeta
desidera capire un pezzo, un piccolo frammento composto
del mondo in cui vive, è opportuno che intraprenda un viaggio
a piedi, taccuino alla mano, matita appuntata sopra
l’orecchio e temperino in tasca: attraversare la città, respirarla,
rovinarsi le suole delle scarpe, graffiare i muri della periferia
e gli intonaci degli edifici in centro, schivare le auto a clackson
spiegato, che sfrecciano, sui marciapiedi, e farsi travolgere dalle
scie di profumo che colorano le piazze pedonali: butta giù dici,
non restare come nei musei sotto una teca di vetro, esci in
strada, senti i corpi, senti le voci, litiga, sporcati e lasciami
andare

il braccio e il fuoco

i nervi che stirano l’aria nell’attesa, le battute gelate, una
scorta d’anidride carbonica da usare quando la temperatura
salirà: il suono della sirena, la fretta improvvisa, la calata
al piano inferiore, la sistemazione e la partenza a razzo,
il vento che sbatte contro la faccia mentre si sfiorano le
automobili nel traffico e i volti si girano, tutti, a dare forma
al suono che si sta infiltrando nel sangue: modelli di
autopompa e autoscala in ferro circolano nelle vene,
accelerando per oltrepassare l’arteria femorale: l’ebbrezza,
a cui non ti sei ancora abituato, dopo anni, all’arrivo,
quando la gente si fa da parte, anche i poliziotti che si
appoggiano le mani ai fianchi, le signore in pensione
che si sporgono sui gomiti dalle finestre: i ragazzini in
bicicletta che restano abbagliati dal fuoco che ruggisce
quanto dal rosso delle cromature: uomini in azione sfilano
capovolti nei suoi occhi, appoggiano scale che allungano
fino a grattare il cielo, decilitri d’acqua che viene spinta
nei tubi per sprizzare nelle finestre frante, in divoramento
progressivo, mentre spariscono sotto gli elmi protettivi e
luccicanti in una scena animata di cannibalismo post-moderno:
una digestione lenta, regolare, con nascita di mani e fazzoletti
e bocche che tossiscono, pelle imbrattata di fuliggine, gatti
disartigliati dalle testiere dei letti – quanta nostalgia dei
recuperi dalle cime degli alberi – asce che sfondano porte e
infissi in pino e acero, fiammate attratte dall’arrivo di pensieri
oscuri contro la presidenza della nazione e la gestione oculata
della cia: giocatori con caschi e imbottiture attraversano in
corsa il quartiere, passando l’ovale nel fuoco, la palla scotta
ma non cade, è un buon test per la finale di lega, l’allenatore
segue con un avana a mezza luce, deformando il muso:
gli skaters si assiepano su una panchina, qualcuno dice che
da grande farà il pompiere, nessuno ride: la nebbia di polvere
del crollo ancora induce rispetto, inalterato, come fosse
successo ieri, la sera precedente, due ore fa: un aereo solca
come un sospiro sfiatato da occidente a oriente, le fiamme
sfumano, resta un odore di plastica e legna bruciata, che
durerà per settimane: i pompieri siedono, c’è chi si dà una
pacca sulla spalla, chi si cura una bruciatura, chi si accende
una meritata sigaretta: dopo la combustione le parole, come
le preghiere, non servono a molto



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