Tre premesse al pezzo teatrale Thom Pain (based on nothing).
1. Pain, in inglese, significa dolore.
2. Will Eno è uno scrittore di Brooklyn.
3. Il sottotitolo tra parentesi è una bugia.
Da un po’ di anni Will Eno si sta facendo strada nel panorama teatrale di New York, al punto che il critico del New York Times l’ha definito “a Samuel Beckett for the Jon Stewart generation“. Thom Pain è stato addirittura finalista nel 2005 per il Pulitzer Prize in Drama (e nello stesso anno è arrivato il Fringe Award dall’Edinburgh International Festival). Nella Grande Mela è stato prodotto dal Flea Theatre, NY Power Company ed il gruppo di artisti Naked Angels.
In Italia è arrivato qualche giorno fa, con la Produzione BAM teatro – Pierfrancesco Pisani: il debutto è stato martedì 20 luglio al Mittelfest 2010 di Cividale del Friuli. Il personaggio di Thom è stato affidato ad uno dei nostri orgogli italiani più grande: Elio Germano.

L’attore – che ha recentemente dedicato la sua meritatissima vittoria a Cannes “all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere il paese migliore nonostante la loro classe dirigente” sottolineando che “non è vero che tutti gli italiani parlano male del proprio paese” – in una sua nota, descrive così il personaggio e la difficoltà di interpretarlo:
Thom Pain è solo. Entra in scena al buio. Non ci sono tecnici sul palco, non c’è l’uomo del suono ad aiutare la sua entrata con una musica. Non c’è una scena. E’ un uomo solo, che soffre sotto il tiro delle luci del palco. Ha parole che non suonano come le battute di un testo teatrale, ma hanno il linguaggio e la forza di un uomo che parla, mettendosi in fila come in un flusso di coscienza, continuamente sospeso tra memoria e paura.
Credo che questo testo non faccia sconti a nessuno, tanto meno a me. Non puoi entrarci a meno di non “essere” Thom Pain. E questa è stata la grande difficoltà richiesta al mio lavoro: essere e non provare d’imitare, essere lui dal primo momento, senza indugi, senza giudicarlo, senza recitare le sue intenzioni. C’è solo Thom Pain e il pubblico con cui cerca di stabilire una relazione, pur essendo terrorizzato dall’idea di una possibile sintonia.
Ho pensato continuamente, provando, che Thom Pain parlando fissi gli spettatori e scorga nei loro sguardi gli spunti di conversazione che lo portano continuamente a cambiare argomento del suo discorso iniziale.
Noi di Nuok, durante la nostra breve pausa estiva in Italia, siamo stati a vederlo a Calamandrana, nell’ambito di “Teatro e Colline”, la manifestazione che da 20 anni porta nel suggestivo borgo in provincia di Asti i migliori spettacoli di teatro contemporaneo del mondo.
Dalla presentazione:
Curioso uomo, Thom Pain.
Antieroe solitario, narratore, amante tormentato, pazzo, esistenzialista, comico, caustico, poeta, filosofo, animatore, prestigiatore, consigliere, canaglia, confessore, seduttore, ottimista ferito e pessimista speranzoso.
Intrappolato in riflessioni apparentemente inconsistenti e sconnesse, ci introduce alla memoria e agli incidenti che hanno plasmato la sua infanzia e ne hanno fatto l’uomo che è.
Raccontando di sé, continuamente a metà tra memoria e paura, si abbandona ad altre storie, a barzellette, tenta giochi di prestigio, deviando in apparenza dal filo del suo discorso.
Un’autentica cavalcata di parole, al servizio del teatro.
Andare a teatro è un’esperienza del tutto personale. Partecipare – perchè di partecipazione si tratta – a questo monologo, lo è ancora di più. Thom Pain parla, parla, si muove, e parla, si siede e si alza dall’unica sedia in scena, si mette alla luce e poi si toglie, e parla.
Si rimane ipnotizzati come davanti alla risacca, all’avanti e indietro del mare. Il personaggio ha la sua forza, ti guarda strafottente come un’onda mentre si infrange sugli scogli: è il suo gioco sottile, controllato e trasparente, tra superficie e profondità. I pensieri di Thom Pain, tra la distanza e l’abbandono, sono – per dirla con Baudelaire – un fuoco latente che si lascia indovinare, che potrebbe ma non vuole divampare.

E’ pazzo? E’ solo? Espone un flusso di coscienza oppure vuole fare il furbo e fregare gli spettatori? E’ un illusionista o un cabarettista fallito? La verità è che Thom Pain non è uno squilibrato: è semplicemente posseduto dal dolore, dal pain. Da sè stesso. A metà tra un esercizio di esistenzialismo e un’esplorazione beckettiana - come scrive il Washington Post – il personaggio affronta i grandi temi universali, uno ad uno, in questo ordine: la paura, il dolore, il tempo, l’amore, la solitudine, la morte, e di nuovo la paura.
Inizia con un vocabolario in mano: cerca la parola paura, il suo significato (“una parola senza definizione” dirà in conclusione dello spettacolo), i suoi sinonimi, che “nient’altro sono che altre parole per dire la stessa cosa”. Poi narra una storia, e poi un’altra, e poi un’altra ancora senza mai finirle – ma lo spettacolo è pieno, nella sua sconclusionatezza. Anche se lascia i discorsi aperti, ha già detto tutto.
Si rivolge al pubblico con toni forti, e fa domande dirette che fanno male: “qual è stato il preciso momento in cui è finita la vostra infanzia? Quando avete visto qualcosa di spiacevole ed avete provato dolore?”. Ride disperato Thom, per il quale non si innesca un riconoscimento, ma lo guardiamo con distacco, con un insano voyeurismo. Ridiamo di lui, come se a noi questi pensieri fossero estranei.
“Ci aggiustiamo il nostro dolore” – dice, non ne siamo mai del tutto coscienti, cerchiamo di mettere delle pezze alle ferite, ce lo facciamo andare bene. Ed il tempo? Che peso ha il tempo in tutto questo? Ci rimprovera Thom, di perdere tempo ad ascoltarlo. Ci sgrida. Ci chiede, “e se questi fossero i tuoi ultimi trenta secondi di vita?”.

Ed ancora, nell’amore, “quanto tempo passa quando perdiamo la cognizione del tempo?”. Thom non lascia tregua: è magnetico, ma rilassante nella sua nevrosi.
L’amore, per Thom Pain, è bieco, non cieco. Racconta di una donna, di un innamoramento istantaneo e che istantaneamente l’ha abbandonato, e l’ha lasciato solo. Racconta della loro passione, consumata in casa “tra stelle e cani”, “nei bagni per handicappati dei grandi musei abbandonati”, nelle lavanderie a gettoni (forse unico riferimento possibile da rintracciare nelle abitudini di Brooklyn).
Dalla solitudine alla morte, il passo è breve. Si nasce e si muore da soli. La riflessione è la stessa di Steve Jobs nel suo magnifico discorso del 2005 in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree a Stanford, di cui riportiamo un estratto:
Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi ci avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione e, da quel momento, per i successivi trentatre anni mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi sapevo di dover cambiare qualcosa.
Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto – le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento - sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere.
E dunque, scende dal palco, si avvicina ad una ragazza e chiede: “se questo fosse l’ultimo giorno della tua vita, come lo vivresti? Cercheresti di essere più felice?”
Molti punti interrogativi, ed una richiesta finale: Thom Pain – il nostro dolore – ci implora di rimanere stabili. “Rimanete stabili. So che non è gran cosa, ma ce lo facciamo bastare. Non è meraviglioso, essere vivi?“

Se potete, non perdetevi le prossime date.
1 settembre: Settembre al Borgo-Teatro della Torre, Caserta
4 settembre: ARS AMANDO 2010, Amandola (Fermo)
2 ottobre: Teatro Bonci- La Notte della Cultura, Cesena (FC)



il peggior spettacolo teatrale che abbia mai visto.
il monologo è effettivamente basato sul niente, nel senso che non lascia niente, non va da nessuna parte, è banale, scontato, insignificante, non si interroga sui grandi temi e di conseguenza non prova a rispondere a nessuno di essi.
L’interpretazione, poi, non è stata eccezionale, almeno considerato il fatto che il buon Elio ha vinto pure la palma d’oro al festival di Cannes.
Si può tranquillamente perdere
sono perfettamente d’accordo con quanto scritto da Jack: è ACCURATAMENTE DA EVITARE.
vorrei segnalare una recensione su http://totanisognanti.blogspot.com/2011/01/elio-germano-e-thom-pain-nulla-e-cosi.html