Jim Sheridan è un regista che ama raccontare storie forti e personali, quasi sempre riconducibili all’intimità di un nucleo familiare, ma ha anche l’innegabile talento di riuscire a collegarle organicamente a vicende di più ampia rilevanza sociale. Il mio piede sinistro affrontava il tema dell’handicap e Nel nome del padre aveva come sfondo il conflitto fra protestanti e cattolici nel Nord Irlanda, ma in realtà entrambi i film sono storie d’amore fra padri e figli. Una dinamica analoga si ripropone anche nel suo ultimo lavoro, Brothers, in uscita nelle sale americane il 4 dicembre. Si tratta del remake, piuttosto fedele, di un film danese del 2004; anche il titolo è il medesimo.

I fratelli in questione sono un soldato (Tobey Maguire) e un rapinatore appena uscito di prigione (Jake Gyllenhaal). I due sono diversi, e loro padre – un ex marine decorato – non fa che rimarcarlo, ma il legame fra i ragazzi è comunque molto forte. Il soldato ha una bella moglie (Natalie Portman) e due bambine tenerissime, e quando viene dichiarato disperso durante una missione in Afghanistan è il fratello a prendersi cura di loro. Si forma così una nuova famiglia, e il lutto sembra superato, ma il soldato torna miracolosamente dalla prigionia talebana e l’equilibrio appena raggiunto è rimesso in discussione.
L’intero film ruota intorno a un’unica domanda, incarnata dal soldato e dalla sua lotta per tornare alla normalità: si può sopravvivere a una guerra? A un livello più profondo l’interrogativo viene posto anche a noi spettatori occidentali: anche noi, come il soldato, siamo insieme artefici e prigionieri del conflitto. Che ci piaccia o meno, è in nostro nome che si combatte. Il ruolo di Maguire è dunque molto delicato e la sua prova, anche se valida, non appare soddisfacente come potrebbe. L’attore è dimagrito di diversi chili per affrontare la seconda parte del film, ma allo sforzo fisico non corrisponde un’adeguata intensità dello sguardo e della recitazione. La sua discesa negli inferi non convince fino in fondo. Gyllenhaal, al contrario, è molto naturale ed efficace: il suo percorso di redenzione – da pecora nera a persona matura – è decisamente più credibile.
La sensazione è che questa volta Sheridan non sia riuscito a fondere appieno le istanze sociali e quelle personali: l’Afghanistan, con le sue domande, e il travaglio del soldato restano sullo sfondo. La nostra attenzione è invece catalizzata dalle dinamiche familiari, anche grazie all’interpretazione di un intenso e misurato Sam Shepard e a quella delle due bambine, letteralmente da applauso. Esemplare, da questo punto di vista, la sequenza della cena. Tutti i protagonisti della storia seduti allo stesso tavolo: bastano pochi sguardi e un palloncino per creare tensione.


Lascia un commento