
Edward Norton ci ha abituato a ruoli incentrati sulla figura del “doppio”: in “Primal Fear”, il suo primo grande successo, era un timido chierichetto con una personalità segreta e assassina, mentre in “Fight Club” aveva un alter ego immaginario e violento, portato sullo schermo da Brad Pitt. In “Leaves of Grass” abbiamo un caso ancora diverso: Norton stesso impersona due fratelli gemelli, con tutte le difficoltà che ciò comporta (uso dello split screen, controfigure e via dicendo). Ma la novità vera è che si tratta di una commedia, e vedere Norton che fa il tamarro dell’Oklahoma con una outrageous parrucca bionda, credetemi, vale da solo il prezzo del biglietto.
Bill e Brady sono uno l’opposto dell’altro. Bill è un professore di filosofia molto cool: affascina studenti (e studentesse…) parlando di Socrate e ha appena ricevuto un’offerta nientemeno che da Harvard. È originario di Tulsa ma, racconta lui stesso, dopo un paio di sfortunate uscite in società ha lavorato duro per cancellare ogni traccia dell’impresentabile accento originario. Brady invece continua a vivere in Oklahoma e ne è un fiero rappresentante: la parlata, i tatuaggi, il fucile nel retro dell’auto… Tutto contribuisce a marcare la differenza fra i due.
Brady coltiva droga insieme al fedele amico Bolger (Tim Blake Nelson), è in attesa di un figlio, ha dei debiti e dei nemici, ma soprattutto ha un affare in ballo – qualcosa di losco – e ha bisogno di Bill. Brady vuole che Bill sia in città: se la gente lo vede e pensa che sia lui, Brady nel frattempo può portare a termine i suoi imbrogli e avere anche un alibi. Ma come convincere Bill a tornare a Tulsa? Il brillante intellettuale se n’era andato anni prima, scappando da una famiglia di sessantottini inaffidabili e autodistruttivi: un padre morto suicida e una madre (Susan Sarandon) ridotta a vivere in una comunità di recupero a causa dei tanti eccessi. La situazione non è semplice ma Brady è un tipo pieno di risorse, e anche se non si parlano da tanto sa che il fratello è ancora legato a lui, per cui pensa bene di fingersi morto: Bill non mancherà di certo al suo funerale…
Bill effettivamente torna a Tulsa, e da questo momento in poi (a) riderete, (b) salterete sulla sedia per improvvisi colpi di scena, (c) riderete ancora, (d) assisterete a una sfilata di fantastici comprimari, tra cui una super charming Keri Russell, un esilarante Josh Pais e un altrettanto irresistibile Richard Dreyfuss.
Il film ha un ritmo davvero coinvolgente, ma aspira anche a essere qualcosa di più di un semplice divertissement, come evidenziano i tanti riferimenti letterari. “Leaves of Grass”, infatti, è anche il titolo di una famosa raccolta di poesie di Walt Whitman in cui si riflette sul rapporto fra il mondo materiale e quello spirituale; Bill, parlando con una studentessa, cita la contrapposizione nietzschiana fra apollineo e dionisiaco; e Brady, in uno dei pochi dialoghi con Bolger che possiamo definire seri, cita il concetto delle rette parallele che all’infinito però convergono. È fin troppo chiaro che i due fratelli incarnano queste opposizioni, e il gioco funziona: i personaggi sono un po’ over the top, ma lo sono tutti allo stesso livello, e sono ben tratteggiati, per cui c’è un equilibrio di fondo che permette di godersi il film senza farsi troppe domande sulla plausibilità del plot e dei personaggi. Ma il regista e sceneggiatore, Tim Blake Nelson, decide di osare, e nel bel mezzo della storia opera un inaspettato cambio di tono: la vicenda diventa dark, pulp addirittura, e di colpo ci troviamo in un mondo che ricorda la provincia americana cupa e goffamente criminale descritta dai Fratelli Coen in “Blood Simple” e “Fargo”.
Abbiamo avuto la fortuna di assistere a una proiezione in anteprima seguita da una Q&A con Edward Norton e Tim Blake Nelson, e durante l’incontro l’attore ha rivelato di aver accettato la parte non tanto per la sfida del doppio personaggio, quanto proprio per l’originalità dello script, che gioca consapevolmente con i generi e vuole mettere alla prova le aspettative degli spettatori. E Norton è stato a tal punto convinto dal progetto da decidere di coprodurlo con la sua società, Class 5. Il suo coinvolgimento come investitore, ha chiarito Nelson, ha permesso non solo di attirare altri validi attori, ma anche di salvaguardare l’autonomia del progetto.
Da questo punto di vista ci piace rimarcare, ancora una volta, come il mercato cinematografico americano sia vario e ricco di possibilità, e come il valore di un’idea – in questo caso un buono script – possa davvero bastare per realizzare un film. Allo stesso tempo, e con altrettanta onestà, dobbiamo dire che a nostro avviso il film fallisce proprio dove la sua ambizione era maggiore, ovvero nel tentativo di essere effettivamente nuovo e originale. Intendiamoci: la storia è divertente, gli interpreti molto bravi, è una commedia e riderete, no doubt. Detto questo, il cambio di tono è più un colpo a effetto che una necessità della storia. Sul momento sarete sorpresi e incuriositi, ma se vi interrogherete sul significato di questa scelta, non troverete molto su cui riflettere. Per fare un parallelo con i già citati Fratelli Coen, “Fargo” non è solo una commedia con sangue e omicidi, ma anche un commento al nichilismo dell’età contemporanea, in cui bene e male, vita e morte, si confondono senza marcare significative differenze. Il corpo umano triturato nel finale di quel film è stato considerato da molti un simbolo, insieme truce e ironico, della dissoluzione patita dalla società americana (e occidentale) negli ultimi decenni: dopo aver perso ogni valore morale, non resta che il corpo, e forse neanche questo, sembravano dirci Joel ed Ethan Coen. Be’, “Leaves of Grass”, in alcune sequenze, vi strapperà risate decisamente più sonore di quelle provocate da “Fargo”, ma non abboccate ai tanti piccoli segnali che vi invitano a cercare qualcosa di più, perché potreste rimanerne delusi.








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