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Alice e la realta’, un matrimonio complicato

06 marzo 2010

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In una delle sue “Lezioni Americane” Italo Calvino, con grandissima efficacia, sintetizza la qualità essenziale di una fiaba: le cose accadono, punto e basta. Mentre in un romanzo, uno spettacolo teatrale o un film normale ci aspettiamo che gli eventi abbiano una spiegazione più o meno razionale, o quanto meno che il principio di causa ed effetto sia ancora valido, in una favola ce ne freghiamo bellamente. Vogliamo l’azione: vogliamo sapere che succede. Il romanzo di Carroll rispetta questa convenzione, e lo fa in maniera a dir poco spudorata: Alice è in giardino annoiata, la sorella legge un libro senza disegni e un coniglio parlante la invita a seguirlo. Alice gli corre dietro senza pensarci e l’avventura comincia. Facile, liscio, pulito: zero domande. That’s it. È il mondo delle fiabe.

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Ebbene, Tim Burton fa qualcosa di veramente coraggioso, e azzardato: mette in discussione la natura “favolistica” della storia. A modo suo, ed è un’operazione molto raffinata, il regista californiano trasforma “Alice in Wonderland” in un storia normale, e al di là degli effetti speciali – splendidi – è quello il suo vero tentativo di dare la terza dimensione al film. Anticipiamo subito che, a nostro parere, la sfida non è stata vinta completamente e questo un po’ ci fa rabbia, perché il ritratto psicologico che Tim Burton ha creato per Alice è geniale, ma dobbiamo anche dire che il film è una tale meraviglia per gli occhi, un tale concentrato di invenzioni, visioni e sorprese che difficilmente uscirete insoddisfatti dal cinema.

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Le innovazioni principali che Tim Burton apporta al personaggio di Alice sono tre: non è una bambina ma una giovane donna; c’è un prologo e un epilogo, ovvero scopriamo il mondo di Alice fuori dal “mondo delle meraviglie”; ha le occhiaie. L’ultimo particolare è il più importante. Fin da quando era bambina, Alice fa strani sogni, popolati di personaggi bizzarri, e questo – oltre a toglierle il sonno – la porta ad avere una relazione complessa con la realtà: da sveglia ha delle visioni, la mattina a colazione pensa a sei cose impossibili contemporaneamente, e prima di addormentarsi si chiede se sia matta o meno. Suo padre, un avventuriero, non le suggerisce di evitare questi pensieri, ma le dice invece che sì, è possibile, forse è davvero pazza; ma, le assicura, “all the good ones” hanno in sé una scintilla di follia. Alice, pertanto, non è preoccupata quando vede il coniglio bianco, e neanche quando trova una fiala con la scritta “drink me”: beve il liquido, diventa minuscola e senza esitazioni supera la porticina che la conduce al mondo delle meraviglie. Insomma, è tutto ok.

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La nostra eroina non si scompone neanche quando le cose si fanno più serie: i pizzicotti non la risvegliano, e i draghi volanti la graffiano fino a farla sanguinare… Be’, si dice, starò sognando, devo essermi addormentata. Alice, di fatto, si comporta come un personaggio delle fiabe, agisce senza farsi troppe domande, ma è cosciente di giocare un gioco, di essere in un mondo di sogni in cui le cose vanno così. Quello che la metterà in crisi, pertanto, sarà la scoperta che questo mondo è sì frutto della sua fantasia, ma è anche vero, reale: il sangue gocciola, e i bizzarri esseri con cui ha a che fare possono morire. Alice non si meraviglia della follia del cappellaio matto (un Johnny Depp in grandissima forma), ma è scossa dalla scoperta che quell’essere è una parte si sé: e dunque, se lui è matto, forse lo è anche lei.

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Davanti a questa evidenza, davanti alla spiazzante fisicità del mondo della sua fantasia, Alice può ancora credere alle parole di suo padre? Può ancora sopportare l’idea che il suo complicato rapporto con la realtà sia una cosa positiva, controllabile, e anzi un segno di genio? È questa la domanda vera che Tim Burton pone a tutti noi, è su questo che ci interroga: la nostra capacità di conservare la follia che – in dosi più o meno massicce – tutti abbiamo, e che ci portiamo dentro dall’infanzia. Detto in termini disneyani, la nostra volontà di sognare. Ma a differenza del famoso cartone animato prodotto dallo stesso studio hollywoodiano, qui i toni sono decisamente più dark: la follia non è solo una metafora, è reale. E se il coniglio iperteso a furia di bere the ci fa ridere e basta, gli eccessi del cappellaio matto (e di riflesso quelli di Alice) hanno un che di inquietante, che ci intriga e ci fa venire voglia di saperne di più su questi personaggi, perché sentiamo che la loro inquietudine è anche la nostra, di spettatori moderni che vogliono qualcosa di più di una favola. Per il semplice fatto di averlo capito, di aver dato sfogo a questa intuizione, diamo a Tim Burton un voto alto. Ma, a dirla tutta, gli neghiamo la lode perché questo enorme potenziale meritava una risoluzione più adeguata di un’Alice in versione cavaliere medievale che trancia di netto la testa di un drago con la spada fatata.

Leonardo Staglianò

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