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Visita al Museo della Guerra per la Pace di Trieste

17 luglio 2017

Oggi, noi di Nuok, vi invitiamo a fare un giro d’eccezione al Civico Museo della Guerra per la Pace “Diego de Henriquez”, il cui cortile d’entrata è in comune con il Civico Museo di Storia Naturale del quale ci già siamo occupati. I due luoghi, distanti dal centro meno di mezz’ora in autobus, condividono anche lo stesso scopo divulgativo e la stessa esposizione permanente all’aria aperta: il cannone pesante tedesco Krupp da 172 mm. Entrato in servizio a partire dal 1941 e dalla gittata massima di 26900 m, fu a lungo uno dei più costosi e potenti dell’epoca e fu impiegato specialmente in Europa e nelle sponde meridionali del Mediterraneo.

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Nonostante queste somiglianze, il museo voluto da Diego de Henriquez all’indomani della seconda guerra mondiale ha una storia molto diversa da quella del “vicino”. Il suo fondatore, infatti, originario del capoluogo del Friuli-Venezia Giulia e affascinato dall’archeologia fin da sempre, aveva combattuto al fronte a partire dal 1941 e aveva preso a collezionare ordigni, divise, armi e mezzi di trasporto di ogni tipo, dimensione e fazione, facendo addirittura da mediatore culturale dopo il 1943 pur di arricchire il proprio repertorio con pezzi unici. Non tutti sanno che la sua proposta di un Museo dedicato alla rieducazione civile post-bellica, però, non fu accolta con entusiasmo dal Comune di Trieste e rischiò di essere inaugurato dapprima a Roma, poi in altri piccoli centri del Carso e addirittura a Verona.

cannone_museo_henriquez

Nel 1969, infine, i diversi enti locali si risolsero a inaugurare il sito, che tuttavia è rimasto preda dei debiti e dell’incuria fino a qualche anno fa, sia per via della prematura morte di Henriquez sia per il fatto che l’obiettivo del museo era più chiaro al suo ideatore che alle amministrazioni pubbliche. Non a caso, inizialmente la denominazione completa è stata Centro internazionale abolizione guerre e per la fratellanza universale – museo scientifico storico e guerrologico Diego De Henriquez – primo centro al mondo per la lettura e modifica del passato e del futuro – per mezzo della inversione del tempo quale conseguenza dello svincolamento dallo spazio tempo per abolire il male e la morte, divenuta Museo della Guerra per la Pace nel 2014, quando la struttura ha assunto i connotati odierni.

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Chi entra nel museo nel 2017, dunque, si trova di fronte a una sede rinnovata a e ristudiata, che si sviluppa su due piani e che ha per fulcro la storia della città anno dopo anno, a partire dal 1914 e fino ad arrivare al secondo dopoguerra inoltrato. Punto fermo della visita sono i pannelli esplicativi che guidano tanto i neofiti quanto i più esperti in un excursus curato e ricco di dettagli, a cui in certi casi si aggiungono statistiche graficamente molto intuitive, foto d’epoca e brevi filmati.

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Per quanto riguarda la collezione in senso stretto, spiccano in particolare i numerosi esemplari di artiglieria pesante che riempiono la grande area centrale del piano terra: obici da quasi quaranta tonnellate, autocarri, carri usati come ambulanza e ippotrainati, autoblindate, cannoni, bombarde, bossoli per canna, carri porta-barche da ponte e modelli più unici che rari nei musei italiani, quali le stufe da disinfestazione e le cucine da campo. Tutto intorno a loro, sotto i pilastri laterali, materiale militare e civile, che parte dai cartelli stradali d’epoca e arriva a manifesti di propaganda o per la stipula di un’assicurazione sulla vita.

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Il resto del piano ospita divise a maggioranza italiane, tedesche e asburgiche, accompagnate da cimeli imperiali, bombe di diverse dimensioni, elmi, oggetti appartenuti alla nobiltà prima del conflitto armato e utensili da trincea degli anni 1915-18, anche se il pezzo forte dell’hangar è senza ombra di dubbio l’imponente carro funebre installato di fronte all’entrata, costruito agli inizi del Novecento e molto simile a quelli che raggiunsero Trieste il 2 luglio 1914, per trasportare la salma di Francesco Ferdinando e della sua consorte, dopo l’attentato subìto a Sarajevo, da piazza Grande (l’attuale piazza Unità) fino alla stazione meridionale, che oggi ospita il Museo ferroviario.

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Salendo al secondo piano, ci si immerge gradualmente in una dimensione storica di respiro sempre più locale e meno nazionale, cosicché la cronologia si lascia alle spalle la Conferenza di Versailles e racconta la vita quotidiana di una cittadinanza di confine, legata all’Italia e allo stesso tempo separata da quest’ultima, una volta siglata la pace del 1918. Non a caso, la sezione è stata chiamata Cento anni di guerre e si sofferma anche sui periodi intercorsi fra l’una e l’altra, con una notevole attenzione al ventennio fascista.

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Spiccano, così, stralci di giornale che invogliavano la popolazione ad assecondare il Duce e le sue aspirazioni internazionali, specialmente dopo l’affiancamento esplicito alla posizione della Germania nazista. Durante le battaglie al fronte, poi, non mancò l’esaltazione della patria scontro dopo scontro, con omissioni o modifiche vere e proprie dei fatti in quanto tali: “l’Austria, come la Bulgaria e la Turchia, subisce il suo fato. La Germania vacilla e sta per cadere. Il trionfo completo è vicino”, si legge, per esempio, in un volantino distribuito per strada.

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Non meno importanti sono le testimonianze dei Comitati delle Signore, addette alla raccolta di provviste per i soldati al campo, gli striscioni e le uniformi degli anni Quaranta, le pseudo-banconote con cui si potevano pagare pane e beni di prima necessità presso i fornitori autorizzati dal regime, i riferimenti alla difficile situazione di Trento e Trieste fino al 1954 e, in parallelo, la biografia dello stesso Diego de Henriquez, ricostruita attraverso istantanee color seppia, documenti ufficiali e diari privati aperti in pagine di incredibile spessore, attraverso cui rendersi conto dell’importanza del suo ruolo in un momento tanto cruciale per il capoluogo e per il Paese intero.

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Raggiungere il museo significa, quindi, riconoscere e valorizzare il significato di un’opera magistrale, portata a compimento quasi esclusivamente da una sola persona e con una grande dedizione e convinzione. Come, infatti, è spiegato nel sito ufficiale del museo, Diego de Henriquez decise “di mostrare la guerra per educare alla pace ed è in quest’ottica che il Comune oggi sta svolgendo il suo operato accettando donazioni e facendo acquisizioni anche di materiale relativo alla tecnologia civile per poter invitare a riflettere – soprattutto le nuove generazioni – sui diversi esiti dell’impiego dell’ingegno umano a fini bellici ed a fini di pace”.

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