triest

Urban Safari

Tutte le aree archeologiche della Trieste romana

19 settembre 2017

Sebbene le vicende del capoluogo triestino siano spesso associate alla lunga dominazione austro-ungarica, in realtà la città ha una storia ben più antica rispetto a quella degli Asburgo. L’antica Tergeste, infatti, è stata colonizzata dalle legioni nel I secolo a.C., diventando presto presto un importante baluardo difensivo romano e una base commerciale di riferimento, come dimostrano le imponenti costruzioni dell’epoca e la rapida espansione del suo porto. Dopo la caduta dell’impero, il luogo rientrò nel dominio bizantino prima e franco poi, per divenire in seguito un Libero Comune e nel 1719 un porto franco austriaco.

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A due millenni di distanza, numerose sono le strutture museali che ne testimoniano l’antico prestigio e ben tre sono addirittura le aree archeologiche a cielo aperto che si possono facilmente visitare durante una passeggiata in centro, immerse come sono in maniera stupefacente all’interno dell’attuale urbanistica e degli edifici di più recente costruzione.

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La prima – e forse quella descritta con meno attenzione dalle guide turistiche, di solito – è quella dell’arco di Riccardo, in cui spesso ci si imbatte quasi per caso, trovandosi a passare nella zona di via del Trionfo. Costruito sotto Augusto, l’arco tuttora viene associato da parte di alcuni a una porta di ingresso in città, da parte di altri alla porta di ingresso al santuario della Magna Mater, come dimostrerebbero alcuni scavi del 1913. Qualunque sia la verità, il fascino del monumento è riconosciuto e condiviso da tutti e il luogo è diventato particolarmente pittoresco grazie all’allestimento di alcuni punti di ristoro nelle vicinanze, nonché alla scelta di organizzare concerti e manifestazioni proprio a ridosso del lastricato.

Da un punto di vista architettonico, i capitelli di ordine corinzio sono ancora visibili e riconoscibili – a differenza del soffitto che, secondo le testimonianze, pare fosse decorato cassettoni. Alto 7,20 metri, largo 5,30 metri e profondo 2 metri, l’arco è caratterizzato da un curioso motivo vegetale scolpito nella pietra. Come si può osservare in foto, inoltre, a rendere singolare la costruzione è il fatto che quasi per metà essa sia stata ormai inglobata nelle pareti di un palazzo adiacente.

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Curiosa è, peraltro, l’origine del suo nome. In molti si sono interrogati circa l’identità storica del famigerato Riccardo a cui si fa riferimento, anche se non sempre con risultati accertabili o accreditati all’unanimità. Quel che generalmente si crede è che il riferimento del luogo, per tradizione, coincida con la figura di Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra nel XII secolo.

Stando a teorie storiche più accreditate, tuttavia, la dicitura non sarebbe altro che una storpiatura. Probabilmente deriverebbe dallo stesso Carlo Magno, sovrano dei Franchi nel IX secolo che, in effetti, passò per la città mentre era di ritorno da una spedizione militare. C’è chi, invece, fa risalire la denominazione a uno strano mutamento del termine latino cardo, che insieme al decumano costituiva uno degli assi viari principali del centro urbano.

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Se, lasciandosi l’arco alle spalle dopo averlo attraversato, si raggiunge via S. Cipriano e si prosegue lungo via del Seminario e via di Donota, in poco più di cinque minuti ci si ritrova nella piccola piazza che costeggia corso Italia e da cui si può imboccare via del Teatro Romano. A due passi, sulla sinistra, si può ammirare a quel punto la costruzione del I-II secolo d.C. che dà il nome alla strada su cui si affaccia: un teatro anticamente in grado di ospitare fino a 3500 persone.

Basta un’occhiata per constatare che il complesso è costruito interamente in muratura, fatta eccezione per il rivestimento in legno del palcoscenico. Peraltro, risulterebbe molto più sfarzoso se non avesse subito la spoliazione di pietre pregiate che toccò nel II secolo d.C. a tutti gli immobili del luogo. Mentre i materiali di allora sono conservati presso il Museo di Storia e Arte, sono invece scomparse del tutto le tracce dei pilastri del vecchio portico. La buona notizia, però, è che, se si guarda con attenzione il muro di cinta, si vedranno ancora al loro posto i fori scavati nella pietra per incastrare le travi.

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Nel corso dei secoli, il teatro è servito esclusivamente come fondamento per le abitazioni soprastanti, finché nel 1814 non è stato rinvenuto in parte da Pietro Nobile. Le sue dimensioni complessive, però, sono rimaste sconosciute per molti anni e l’interesse delle istituzioni non è mai stato rivolto al recupero dell’area, finché quest’ultima non è comunque riemersa nella propria interezza nel 1938, quando una massiccia riqualificazione cittadina gli ha consentito di rivedere la luce e di tornare a contare ben 6000 posti a sedere.

Quello che non tutti sanno è che, nonostante le numerose rappresentazioni organizzate sulla scena e ai concerti ospitati in certe fresche sere d’estate (uno fra tutti, il Rock Summer Festival), gli spettatori del passato sono stati forse più fortunati rispetto al presente, dal momento che hanno potuto assistere a spettacoli naturali d’eccezione: in epoca imperiale, infatti, la via dava direttamente sul mare e permetteva di ammirare degli splendidi tramonti oltre le rive della città.

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Raggiungere la terza tappa del nostro tour, a questo punto, è intuitivo e al contempo molto suggestivo. La distanza che separa il teatro dalla nostra destinazione, infatti, è colmata da una fitta e ripida rete di erte, spesso molto strette e a passaggio pedonale, che svelano una Trieste essenziale e poetica insieme, molto simile a quella descritta da Saba nelle sue liriche.

Più nel dettaglio, il percorso che noi di Nuok vi suggeriamo di intraprendere si imbocca risalendo il fianco sinistro del teatro e lasciandosi così la questura alla spalle. In tal modo, è possibile osservare la costruzione da una prospettiva insolita e dall’alto, mentre nel frattempo si arriva in un batter d’occhio dietro il famoso colle di San Giusto, il quale condivide il nome con il castello costruito nel XV secolo, così come con la cattedrale romanico-bizantina celebre per il suo magnificente rosone.

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Una volta in cima, il verde della natura e il color mattone degli edifici si mescolano e incantano a lungo lo sguardo, finché non ci si raccapezza circa le dimensioni del grande spiazzo circostante. L’istinto collettivo è di percorrerlo inizialmente in lungo e in largo, voltando di continuo la testa di qua e di là come se si stesse assistendo a una partita di golf.

A questo punto, a farsi notare gradualmente è una vista mozzafiato sul golfo di Trieste, che permette di riconoscere in un colpo d’occhio il Borgo Teresiano, il porto e numerosi altri punti d’interesse culturale del centro. Dopodiché, a ridosso del castello, si nota la squadrata e vasta area che un tempo accoglieva la basilica civile e il propileo del I secolo a.C., collocati all’interno del foro eretto cento anni prima.

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Del loro indiscutibile fasto non rimangono, ormai, che qualche colonna e una parte del lastricato: i bambini giocano a pallone fra le basi di pietra, i turisti scattano fotografie in piedi sopra i massi e gli abitanti di vecchia data si siedono fra le rovine per godere di un maestoso e riposante silenzio nelle ore di punta, o sul far della sera. Di tanto in tanto, i sempreverde ondeggiano con il vento e accompagnano lo sguardo lungo il panorama sottostante, mentre d’inverno si agitano con molta più violenza al sopraggiungere della bora, quando triestini e viaggiatori si tengono alla larga dalle zone collinose e soprelevate per ragioni di sicurezza.

Dove ora permangono in condizioni piuttosto dignitose i resti dell’antica urbs, in epoca medievale state costruiti il vescovado, la chiesa di San Sergio e un vero e proprio monastero. Eppure, i tre edifici sono letteralmente scomparsi, risucchiati in maniera incredibile dall’incedere dei decenni e ridotti ormai a un qualche progetto su carta o a pochissimi rinvenimenti sparuti, mentre gli scavi archeologici degli anni Trenta hanno permesso di rinvenire strutture ben più antiche e che, a rigor di logica, avrebbero avuto più chance di essere spazzate via dallo scorrere del tempo.

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Il fascino di Tergeste, naturalmente, non si esaurisce in queste tre sole aree. Finché si è nella piazza della cattedrale, per esempio, vale la pena soffermarsi nella zona per visitare dentro e fuori il castello con il suo imponente Lapidario, così come il già nominato Museo di Storia e Arte che, a propria volta, include l’Orto lapidario. Entrambe le costruzioni risalgono all’epoca della dominazione imperiale e custodiscono importanti testimonianze dei primi secoli d.C.: per la maggior parte si tratta di busti e iscrizioni, sebbene non manchino incisioni e mosaici restaurati di recente, grazie ai quali la collezione sta diventando via via più ricca e più prestigiosa nel mondo.

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Da non perdere neppure l’Antiquarium con annesso sepolcreto di via Donota, imperdibile per gli appassionati e occasione di numerose scoperte per chi abbia ancora da approfondire l’entità e la quantità dei lasciti di epoca romana nella regione. Un’ultima tappa davvero d’eccezione è senza ombra di dubbio la basilica paleocristiana di via Madonna del Mare: riscoperto solo nel 1963, il luogo di culto costituisce una testimonianza senza eguali dell’architettura religiosa del V-VI secolo d.C., imperdibile almeno quanto le tre aree all’aperto di cui vi abbiamo appena raccontato.

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