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Day Trip

Ouverture delle osmize di Trieste in otto ottavi

23 maggio 2017

Le osmize sono il luogo dell’anima per molti triestini. In primavera partono i “tour delle osmize”, le case dei contadini in cui si va a mangiare, giocare a carte e bere vino. Ogni tanto salta fuori anche una chitarra e la musica diventa subito contaggiosa.

Noi di Nuok abbiamo deciso di immergerci in una “ouverture” al ritmo di otto ottavi, per scoprire con voi ciò che rende questi luoghi così speciali.

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Siamo sul Carso, l’altopiano che circonda Trieste. Originariamente i contadini potevano aprire le loro case solo otto giorni all’anno per vendere al pubblico l’eccedenza dei propri prodotti. La parola osmiza deriva infatti dallo slavo osem, che significa otto. Oggi i loro tempi di apertura si sono allungati, ma l’atmosfera casalinga e la profonda connessione con il territorio sono rimasti intatti nonostante lo scorrere del tempo.

Primo ottavo: la frasca

In Carso è importante andare dove ti porta la frasca. Ogni volta che un’osmiza apre, lo segnala tramite un ramoscello verde e una freccia in legno (spesso colorata di rosso) che indica la direzione da seguire per arrivarci. Possiamo trovare queste indicazioni proprio dappertutto: anche su cartelli stradali che ci suggeriscono l’assenza di camion e auto nella zona, in cui invece potremmo trovare animali che saltano e camminano in libertà.

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Più la frasca è verde, più è recente la data di apertura. Se invece volete vedere già su internet quali sono aperte, potete consultare osmize.com.

Secondo ottavo: la casa carsica

Sono osmize, oltre alle case c’è di più. C’è quasi sempre un portone con un arco in pietra, una corte, tavoli e panche, dentro c’è un camino, fuori ci sono delle vigne e a volte un prato vicino. In particolare la corte funziona anche come antica strategia di architettura bio-climatica per essere riparati dalla Bora, che come sapete è davvero dispettosa da queste parti.

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Terzo ottavo: il vino

Se l’osmiza avesse un colore, probabilmente sarebbe il “Rosso Terrano”. Il Terrano è uno dei vini più tipici della zona, dal colore rubino scuro e il sapore corposo con note gradevolmente acidule. La sua natura è direttamente legata al terreno in cui cresce, la “terra rossa del Carso”.

Se invece avete voglia di assaggiare un vino bianco, vi consigliamo la Vitovska, vitigno che cresce tra qui e la Slovenia. È ideale per aperitivo, grazie alla sua freschezza piena di note minerali e salmastre, con profumi che ricordano fiori di campo o fieno e agrumi (a seconda del produttore).

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Oltre al Terrano e alla Vitoska, provate comunque il vino della casa e lasciatevi consigliare dalla sapienza degli “osmizeri”.

Quarto ottavo: Viva l’A e po’ bon!

Siamo a metà dell’ouverture. Qualcuno potrebbe vedere il bicchiere mezzo pieno, altri il bicchiere mezzo vuoto. Ciò che il Triestino osserverebbe, in risposta all’eterno dilemma, è abbastanza semplice: “Sempre alegri mai pasiòn, viva l’A e po’ bon!

Un concentrato di leggerezza che piacerebbe molto a Italo Calvino, dove “pasiòn” è traducibile con “preoccupazioni”, mentre non si è mai capito davvero cosa significhi la “A”. Ma non è un problema: “Sempre alegri, mai pasiòn…” e andiamo anche noi al sole.

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Quinto ottavo: il cibo

Normalmente le osmize vendono solo prodotti provenienti dalle proprie coltivazioni e dai propri allevamenti. Quindi prevalentemente salumi, formaggi e uova, erbe speziate e miele. Per i vegetariani alcune osmize offrono delle insalate di matavilz, la varietà locale di valerianella, mentre altre fanno qualche strappo alla regola con verdure grigliate. Per i “carnivori” ci sono anche le salsiccie in crosta di pane. In ogni caso, dal menu vi consigliamo l’ombolo con rucola e grana, servito con l’olio d’oliva del posto. Se è incluso in un tagliere misto è ancora meglio!

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Sesto ottavo: il cielo (è sempre più blu) in osmiza

Che il giorno fiorisca assolato o la notte scenda stellata stellata, in osmiza le ore scorrono con veloce lentezza. Lontano dal ronzio della città, al riparo dal vento ormai non più così forte e così greve, qui si può ritrovare un po’ di serenità e di allegria. C’è chi si consola con qualche bicchiere, chi viene qui con qualche amico a chiaccherare, chi in gruppo a cantare. L’osmizere ci spia discreto, mentre le ombre di vino inventano il mistero di un atmosfera incantata, in cui anche la luna e le stelle si preparano a danzare sul mare.

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Settimo ottavo: le viste in più

Una bottiglia finisce al ritmo di sei ottavi. Poi però arriva inaspettatamente una bonus track, una canzone finale che non pensavamo ci fosse. Succede così che anche in alcune osmize, posizionate in luoghi strategici del Carso, si aprano viste che proprio non ci aspettavamo, verso la città e verso il mare.

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Ottavo ottavo: ricotta e liquore

Una delle regole non scritte delle osmize è che si finisca con il liquore di vin Terrano. Al banco oppure al tavolo, il liquore ci sorprende sempre per il suo gusto dolce e molto facile da bere. Per assaporare al meglio le ultime note dell’ouverture nelle osmize, vi consigliamo di prendere anche un dolce. Il dessert più diffuso è a base di ricotta fresca: una delle combinazioni più armoniose è ricotta, noci e miele.

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Suonano così le ultime note del nostro spartito in otto ottavi. La nostra ouverture finisce qui ma, ricollegandoci al suo significato di “brano di apertura”, speriamo possa essere l’inizio per vostri tour personali alla scoperta delle osmize di Trieste.

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