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Coffee Time

Nero o gocciato? Tour tra i caffè letterari di Trieste

09 aprile 2016

Il volto di una città, mutevole come le vite di chi la abita, spesso cambia rapidamente. Eppure restano forme di eredità dal passato, tradizioni sempre uguali a se stesse e ricorrenti che rimarcano, da parte dei cittadini, un affetto ostinato – quasi una sacralità – per alcuni modi di stare al mondo o, almeno, di vivere la propria città.

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A Triest, in fatto di eredità del passato, la storia si fa complicata: è Triest stessa ad avere una storia particolarmente complicata, e stratificata. Da sempre città di confine, crocevia di lingue diverse e molteplici passi, di eredità non ce ne è soltanto una.
La Trieste italiana e mediterranea, la Trieste mitteleuropea, la Trieste slava: tante facce che trovano la più netta espressione e la più precisa motivazione nel grande porto della città. Gli ampi fondali hanno sempre favorito l’attracco di navi direttamente alla riva, nel XVIII sec. l’imperatore asburgico Carlo VI addirittura ne dichiarò la natura di porto franco, con tutte le agevolazioni fiscali che in parte si conservano ancora oggi.

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È proprio alle fortune del porto di Triest che facciamo risalire il legame, forse un po’ strano, tra una fredda città dell’Adriatico settentrionale e una pianta abituata a climi più miti: il caffè.

Grandi traffici di chicchi lungo la costa, centri di torrefazione nell’entroterra, botteghe specializzate in centro. È da un paio di secoli che la città si confronta quotidianamente con quello che, mai come da queste parti, può esser definito “il rito del caffè”.
Non a caso vi è un rapporto speciale, tutto intimo e privato, tra il triestino e il suo caffè la mattina (e, in realtà, a ogni ora del giorno).
C’è proprio un modo speciale, tutto intimo e privato, anche solo per ordinarne uno al bancone di un bar – il che lascia fuori chi triestino non è, e queste consuetudini può impararle solo a poco a poco.
A Triest un normale espresso è chiamato “nero”, se si va su un macchiato allora parleremo di un “capo”; il cappuccino qui per tutti è il “caffelatte”, esiste addirittura un modo preciso (“gocciato”) per indicare il caffè non macchiato, ma solo con un po’ di schiuma, e non pensate che il campionario di nomi si esaurisca così rapidamente!

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Il Coffee Time che oggi vi proponiamo, a dire il vero, non ha per protagonista soltanto il caffè, ma più precisamente i caffè della città: segni tra i più evidenti di un’eredità mitteleuropea ancora viva, gli eleganti caffè fondati tra ’800 e ’900 hanno diffuso la cultura della bevanda, ma anche tanti modi di sedere a un tavolino e vivere l’ambiente intorno, con le persone intorno.
Ancora oggi, non allontanandosi mai troppo dal lungomare e dal porto, possiamo immergerci in un’eleganza sospesa nel tempo, cercando di mettere i nostri passi in quelli, precedenti ai nostri, dei grandi letterati triestini che proprio di questi caffè furono assidui frequentatori.


Caffè degli Specchi

Conosciuto da sempre come “il salotto” di Triest, per via della sua eleganza e della sua posizione centrale, affacciato direttamente su piazza dell’Unità d’Italia e a due passi dal mareOggi avrà un po’ perso la sua funzione di salotto culturale per l’élite cittadina, ma il Caffè degli Specchi resta un luogo elegante e raffinato, quasi una porta su un’altra epoca, sull’Europa Centrale (Vienna, in particolare), sugli inizi del ’900.

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Al locale hanno dato nome i famosi specchi che ne adornavano le pareti, usati anche strategicamente per dare luminosità al locale nonostante la luce del tramonto fosse più fioca, consentendo così il prolungamento della permanenza dei clienti nel locale senza l’uso di lampade ad olio. Oggi, che degli specchi originali in mostra ce ne sono soltanto tre, ci accontentiamo (si fa per dire) della bella luce del mattino che proviene dalla piazza.
Il nostro tour si è svolto quando la primavera doveva ancora arrivare, quindi abbiamo preferito rifugiarsi nel clima più caldo dell’interno, ma ovviamente la possibilità di sedere al di fuori del caffè e godere della vista di tutta la piazza dell’Unità farà facilmente propendere per un’altra soluzione, in una calda giornata di sole.
La scelta del tavolino, però, non cambia molto la sostanza: al Caffè degli Specchi, in fatto di caffè e cioccolate ne sanno decisamente parecchio. Nella vastità della scelta possibile, ci facciamo affascinare da un’ottima cioccolata calda caraibica (senza aggiunta di latte, per non nascondere il sapore esatto del cacao) e dal Caffè Peratoner: marchio friulano d’eccellenza, che qui dà nome a un caffè servito tra “pareti” di cioccolato e sormontato da panna. Una goduria per il palato (forse un po’ meno per l’apporto calorico).

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Le tazze arrivano circondate da piccoli biscotti e un assaggio di torta, per gradire: squisite dolcezze mattutine – ma con un tasso glicemico adatto per accompagnare l’intera giornata.
C’è anche il tempo per prendere un caffè – pardon, un nero! – al banco: gentilmente offerto dalla casa, utilizzando un elegante coupon servitoci al tavolino insieme alla cioccolata calda.


Caffè Tommaseo

A due passi da piazza dell’Unità d’Italia, ci spostiamo in piazza Verdi e al teatro comunale omonimo. La nostra destinazione è storicamente legata proprio al teatro lirico, essendo stata a lungo ritrovo abituale per cantanti, attori e intellettuali all’uscita degli spettacoli.
Alle spalle del teatro, lì dove via Einaudi finisce e si apre sul lungomare, troviamo infatti il Caffè Tommaseo.
Il suo primato è di certo invidiabile: primo caffè triestino, fondato nel 1830, ancor prima che un vero e proprio boom di amanti del caffè e dei caffè portasse la città, ai primi del ’900, a contarne circa cento.
Da Tomaso (nome originario del locale, da quello dello storico fondatore) a Tommaseo, il passo è stato breve: una volta entrati, date un’occhiata alle vetrine laterali che conservano cimeli storici sulla vita di Niccolò Tommaseo, patriota dalmata.

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Il gusto raffinato per i locali viennesi da queste parti incontra un rigore e un equilibrio classico: ci sediamo, questa volta avvolti dal candore delle pareti, per una pausa pomeridiana dalle scarpinate su e giù per la città al di fuori. E di un vero (Tea) Break si tratta.
Umberto Saba, a quanto pare, andava matto per un gelato al pistacchio che gli veniva servito solo al Tommaseo – e in effetti, stando alle fonti storiche, proprio qui per la prima volta a Trieste arrivò questa grande novità culinaria di inizio secolo.
Oggi, che sul menu non sembra esserci traccia di gelato al pistacchio, ci accontentiamo (ancora una volta, si fa per dire) di una miscela di tè verde, accompagnata da biscotti, pane tostato, burro in fiocchi, marmellata d’albicocca e una fetta di torta a scelta (noi non abbiamo resistito alla sacher).

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Il tutto a 9,50€ – se siete amanti di queste proposte, allo stesso prezzo c’è anche la selezione “Gran Mattino”. Per una grande colazione, aggiungiamo noi.


Caffè Stella Polare

Proseguendo lungo le Rive in direzione nord, ci lasciamo stupire dal Canal Grande: uno scorcio veneziano che si finge giuliano e si nasconde al centro di Triest.

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Alla fine del canale, superate le vele delle piccole imbarcazioni ancorate, arriviamo al Caffè Stella Polare: un tempo sala da ballo per la bella gioventù triestina (si dice che non poche ragazze della città qui conobbero militari americani, se ne innamorarono e con loro partirono per gli USA alla fine della guerra), ancor prima il punto di ritrovo abituale per il personale della Berlitz School poco distante. Tra questo, anche un giovane James Joyce, trasferitosi in città da Dublino per un posto di docente d’inglese alla Berlitz. Non è un caso che la statua di Joyce, opera dello scultore triestino Nino Spagnoli, sia stata collocata su uno dei ponti che permette di attraversare il Canal Grande, come ci ha raccontato la nostra nuoker Martina nel suo Urban Safari.

Ci sediamo a uno dei tavolini interni del Caffè (è nascosta per chi guarda da fuori, ma la sala sul retro è molto ampia), ordinando un aperitivo serale e sorseggiando uno Spritz Stella Polare, all’aroma di ciliegia.

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Guardando gli stucchi alle pareti, in buona parte originali, immaginiamo le conversazioni che, proprio a questi tavolini, devono essere avvenute tra James Joyce e Italo Svevo. Come ci ricordano due targhe all’ingresso, infatti, negli anni questo caffè divenne luogo prediletto per i due letterati. Nella tranquillità serale del Canal Grande, si dice che parlassero a lungo di letteratura e di arte, e che leggessero i propri testi l’un l’altro.


Caffè San Marco

Spostandoci dal lungomare e inoltrandoci all’interno, passeggiamo per viale Carducci e tra i platani di viale XX Settembre, fino a sbucare in una sua parallela, via Cesare Battisti. Qui, al numero 18, da un secolo ormai il simbolo di un leone veneziano dà identità a un intero locale. Non solo per via del nome (che comunque deriva proprio da quel famoso leone), ma anche per le attività patriottiche che nel corso del tempo si sono svolte al suo interno, sotto il simbolo dell’italianità irredenta.
Il Caffè San Marco, ad esempio, è stato ritrovo di attivisti anti-asburgici, con tanto di laboratorio segreto per la produzione di passaporti falsi, per permettere la fuga in Italia dei patrioti anti-austriaci.

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Ma anche un Caffè a tutti gli effetti, tra i più vivaci della città: chiacchiere, serate letterarie, partite di scacchi, il tutto al di sotto di un suggestivo soffitto decorato da artisti locali con la ricorrenza di altri simboli, come foglie di caffè e fiori.

La nuovissima gestione, avviata da un paio di anni, ha conservato l’identità antica del luogo per dargli nuove anime: caffè letterario, certo, ma anche ristorante e libreria, con una sezione puramente “libraria” che occupa con i suoi scaffali un’ala del locale.

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Ci sediamo a uno dei tavolini di mogano scuro, prendendo da uno scaffale vicino un numero del New Yorker – qui le contaminazioni letterarie passano anche per annate intere di riviste. Gli avventori di questo caffè sembrano mediamente più giovani: sarà perché al tavolo, oltre al caffè, viene fornito accesso libero e gratuito a una rete wi-fi, facendo così diventare il Caffè San Marco una sorta di Starbucks iper-locale in stile ’900. E con un caffè più buono.

Claudio Magris, noto volto triestino che proprio al Caffè San Marco è di casa, ha avuto modo di scrivere che “il caffè è il luogo in cui si può stare contemporaneamente da soli e fra la gente”.
Forse è questa l’eredità più importante che i caffè triestini ancora oggi hanno da offrire: quell’opportunità di gestire il tempo sospeso che ci avvolge una volta entrati all’interno, di essere contemporaneamente parte integrante del raffinato tessuto sociale intorno, e singoli avventori alla ricerca di quiete, in compagnia soltanto dei propri pensieri.
È un movimento esatto, limpido: da soli, con gli altri, seduti a un tavolino, in piedi al bancone. Basta poco per esserne attratti, ancor meno per rimanerne affascinati: il buon profumo di una miscela di caffè, un’improvvisa voglia di cioccolata calda, il desiderio di ritrovarsi in un luogo intimo ma – ed è questo il bello – neppure troppo.

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Se avete ancora qualche indugio, in certi giorni basterà ancor meno: ci penserà la bora a spazzarli via tutti.

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