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Urban Safari

Nei luoghi del cambiamento a Trieste tra i refoli di bora

26 gennaio 2017

Le novità viaggiano spesso insieme al vento. Così come le risposte, suggerirebbe Bob Dylan. Il problema è che, quando le raffiche di vento sono così forti come a Triest, può capitare che novità e risposte non vengano sempre intercettate, lasciando un vuoto alla casella “sviluppo urbano”. A volte, invece, c’è la luce giusta e il vento incontra il mare, formando così degli arcobaleni inaspettati.

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Triest appare da decenni in bilico tra un passato glorioso e un futuro che alla fine non arriva (quasi) mai. A muovere la città, un nostalgico immobilismo che lascia poco spazio a progetti per il futuro. Luciano Ligabue girò a Triest il video di una sua canzone famosa, che sembra fatta apposta per lei: Eri bellissima”. L’utilizzo del passato imperfetto (“eri”) suggerisce che in fondo oggi non sia più così. Eppure qualcosa si muove.

Noi di Nuok, in occasione del nuovo anno, vogliamo lasciarci trasportare dal vento in cinque posti chiave per una “nuova vita” a Triest, con la speranza che anche qui si possano creare nuovi arcobaleni.

L’ex Pescheria, l’ex Magazzino Vini e… Eataly

C’è a Triest un luogo sul lungomare in cui passato, presente e futuro si intrecciano. È all’altezza di Piazza Venezia, proprio dove sfocia Via Torino, nuovo crocevia della cosiddetta “movida triestina”. Qui, situate direttamente a ridosso del mare, vedrete l’ex Pescheria e l’ex Magazzino Vini, uno di fianco all’altro. Non aspettatevi però di trovare (solo) pesce e vino: la prima è diventata oggi uno spazio espositivo chiamato Salone degli Incanti, mentre il secondo è da poco (17 gennaio 2017) il nuovo negozio di Eataly.

Andiamo però con ordine e avviciniamoci all’ex Pescheria, arrivando con una folata di vento da Piazza Unità. Subito ci colpisce la presenza di una torre che ricorda molto un campanile. È in realtà un deposito d’acqua, collegato agli spazi del mercato che ospitano l’Acquario.

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Sulle facciate laterali le vetrate ampie e maestose sfidano incautamente i refoli di bora, ma permettono così ad una grande quantità di luce di entrare all’interno dell’edificio. Ci sembra di essere di fronte a una chiesa e infatti l’ex Pescheria venne chiamata fin da subito “Santa Maria del Guatto” (il guatto è un pesce molto comune, detto anche chiozzo).

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Dal 1913, anno in cui venne costruita su progetto dell’architetto Giorgio Polli, l’ex Pescheria è uno dei luoghi simbolo della città. Inizialmente era il principale mercato del pesce in città, negli anni poi è stata anche la location di pellicole cinematografiche quali Senilità di Bolognini (nel 1962) e Il Padrino -Parte II di Francis Ford Coppola (1974). Dopo un attento restauro nei primi anni del 2000, ha preso ora la denominazione di Salone degli Incanti ed è, in teoria, uno spazio dedicato a esposizioni ed eventi. Diciamo “in teoria”, perché non c’è una vera e propria programmazione delle attività e la sensazione è che – per usare una metafora marinara – si navighi un po’ a vista. Nell’incantevole spazio dell’ex Pescheria, non di raro vi capiterà così di guardare dentro e vedere solo lampioni, auto e sole: il riflesso dell’esterno, unica presenza in un ambiente altrimenti vuoto.

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Andiamo avanti e – approfittando della momentanea assenza di vento – attraversiamo lo spiazzo di fronte all’entrata principale del Salone degli Incanti (sulla facciata corta più lontana da Piazza Unità). Arriviamo così all’ex Magazzino Vini. Dopo tanti anni di indecisione sulle sue sorti, ora troviamo qui il nuovo negozio di Eataly, appena inaugurato.

Notiamo che l’interno è caratterizzato dall’inconfondibile stile della catena fondata da Oscar Farinetti. Scaffali e punti ristoro sono distribuiti su due piani, collegati da una scala mobile nel vuoto centrale, che ci ricorda molto una corte interna coperta.

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L’atmosfera del vecchio Magazzino Vini probabilmente è andata persa, ma il collegamento con la sua identità originaria rimane molto forte grazie alle facciate esterne, conservate, e alle connessioni visive con il contesto esterno. All’interno del perimetro delle facciate originarie, è stato costruito infatti il nuovo volume funzionale dove si trova il negozio. Guardando fuori possiamo ammirare proprio l’ex Pescheria, la fine delle Rive (il lungomare di Trieste) e soprattutto – dalla vetrata sul mare – una splendida panoramica sul Golfo di Trieste.

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Da qui scorgiamo sulla destra, appena sotto al Faro della Vittoria, la prossima tappa del nostro Urban Safari: il Porto Vecchio.

Il Porto Vecchio, eterno dilemma

A qualsiasi persona di Trieste si chieda cosa succede in Porto Vecchio, si riceverà una risposta che tende sempre allo sconforto. Dagli anni ’70 infatti il Porto è in gran parte abbandonato: 600.000 mq in cui si trovano 38 tra Magazzini e Hangar, molti dei quali in condizioni di disastrosa rovina. Numerosi progetti si sono alternati per immaginare la sua riconversione da porto a parte viva di città, viste anche le sue dimensioni e la sua vicinanza al centro.

Noi, che nel nostro tour seguiamo i capricci del vento, ci lasciamo trasportare su su, in alto. Da qui si vede la dimensione totale dell’area, che si estende dal Faro della Vittoria fino all’inizio delle Rive e dalle rotaie della Stazione Centrale fino al mare.

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Una raffica più forte del previsto ci catapulta ora dall’altra parte del porto, direttamente all’ingresso principale che scopriamo essere vicinissimo (in linea d’aria) al Municipio in Piazza Unità: solo 500 metri. Purtroppo però, a oggi, rimane desolatamente chiuso.

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Negli ultimi anni comunque qualcosa sta cambiando e la speranza è che il processo avanzi. Dal 2011 potete ammirare, all’altezza del Bacino 1, alcuni degli edifici più significativi del Porto completamente restaurati (anche se spesso vuoti). Sono il Magazzino 26, la Centrale Idrodinamica e la Sottostazione Elettrica.

Passando per il Porto Vecchio, del Magazzino ci colpiscono le dimensioni veramente imponenti: è infatti il magazzino più grande dell’intera area portuale. La Sottostazione è un pò nascosta, mentre invece ci salta agli occhi il vivace ed elegante colore giallo della Centrale, in fondo alla strada.

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I lavori di restauro sono iniziati per la Biennale d’Arte diffusa di Venezia del 2011 e sono proseguiti negli anni. Contemporaneamente è stato aperto un passaggio carrabile e nel 2015 si è giunti a un risultato storico: la “sdemanializzazione” del Porto, che è passato così dall’amministrazione demaniale a quella cittadina. Numerose iniziative si sono susseguite per animare l’area e la discussione sul suo futuro finalmente sembra arrivata a una svolta.

Sperando che il vento del cambiamento continui a soffiare anche qui, noi intanto prendiamo un refolo di bora e arriviamo a San Giovanni, in una zona che è stata in gran parte recuperata, mantenendo la sua identità pur acquisendo nuove funzioni e nuova vita.

Il Parco di San Giovanni,
da cui partì una storica rivoluzione

C’era una volta qui il manicomio di Triest. Un luogo chiuso, in cui vivevano le persone alle quali fosse stato diagnosticato un disordine mentale. Una parte di città “addomesticata” per loro, un parco di 220.000 mq circondato da un muro che escludeva qualsiasi contatto con il resto di Triest. Poi dai gialli edifici a padiglione del Parco di San Giovanni partì la rivoluzione.

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Il vento ci lascia in Via Giovanni Sai, di fronte all’entrata inferiore del Parco. Dal 1978 il cancello è aperto a tutti, grazie a una legge ispirata dal direttore del manicomio dell’epoca: Franco Basaglia. Con la legge 180/1978 infatti vennero aperti i manicomi e venne restituita al malato mentale la libertà di vivere un vita “normale”.

Attraversiamo l’ingresso e saliamo, percorrendo una serie di tornanti che si snodano tra i primi padiglioni gialli. Quasi tutti gli edifici sono stati ristrutturati e riaperti nel 2006. Molti sono sede di dipartimenti dell’Università degli Studi di Trieste. Tra loro parte una lunga salita, al termine della quale troviamo una statua che – parafrasando Italo Svevo – potremmo definire “né bella né brutta, ma originale”: è la statua del Cavallo Marco.

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Arrivati in cima alla scalinata in pietra che segue la salita, ci troviamo di fronte a una fila di padiglioni tra cui spicca il teatro, dedicato a Franco Basaglia e alla moglie Franca Ongaro.

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Salendo ulteriormente, la strada ci conduce a un’altro dei luoghi di aggregazione storici del Parco, la piazzetta della chiesa.

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Alla sinistra della Chiesa, troviamo Il posto delle fragole, locale riqualificato da poco. Entriamo a prendere un Capo in B. Il suo interno ci sorprende per il suo gusto semplice e contemporaneo.

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Usciamo e scendiamo sulla destra. Nella parte bassa dell’edificio all’incrocio, vediamo il murales di Ugo Guarino tanto caro a chi conosce San Giovanni e che bene descrive la sua storia: “LA LIBERTÀ È RIVOLUZIONARIA”.

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Improvvisamente ritorna il vento e ci porta via. Tra le correnti d’aria ci sembra di sentir echeggiare le parole di Franco Basaglia: “L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile.”

Melara, che con i suoi volumi
in cemento resiste al vento

Una nuova raffica di bora ci porta ora a Rozzol Melara. Anche qui, dalle terrazze ai piani alti, “il mare luccica e tira forte il vento”. Tuttavia, ciò che catturerà la vostra vista saranno probabilmente i graffiti su muri, i vetri rotti e una fredda sensazione di degrado.

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Melara è un complesso residenziale costruito tra il 1969 e il 1982 che ospita circa 2.500 persone. È figlia della stagione delle utopie dell’abitare (come direbbe ogni buon libro di storia dell’architettura). Formalmente, è un quadrilatero formato da duri volumi in cemento armato disposti a doppia elle, in mezzo ai quali è contenuta una piazza con grande quantità di verde. Ad attraversare la piazza e a tagliare il quadrilatero, una diagonale che collega il complesso alle due vie di scorrimento che affiancano il complesso residenziale. Le sue dimensioni sono titaniche e al suo interno sono state progettate non solo abitazioni, ma anche negozi, supermercati, scuole e palestre. Purtroppo però non tutto è andato come doveva e i corridoi per questi servizi sono spesso vuoti.

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Passeggiando all’interno del Quadrilatero, ci accorgiamo in realtà di una vivacità cromatica inaspettata, con pareti ricche di murales colorati che contrastano con l’aspetto esteriore grigio cemento.

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Parlando con alcuni dei suoi abitanti e con ragazzi che lavorano per un presente e un futuro migliore dell’area, scopriamo che in fondo Melara non deve fare affatto paura. È bello sentire che qui si è effettivamente creata una comunità in cui c’è un’atmosfera quasi “famigliare”, tutti si conoscono (anche) perché da piccoli giocavano insieme e, insomma, vivere qui non è così terribile.

Ci sono ovviamente situazioni individuali difficili e rimane uno scollegamento forte con il resto della città: per risolvere tutto questo stanno già lavorando alcuni gruppi presenti sul territorio. Il lavoro è avviato e i germogli per una nuova stagione ci sono già.

Libribelli, un piccolo cambiamento
per una cultura aperta

Il vento ci porta infine a San Giusto, per l’ultima tappa del nostro Urban Safari. Dall’antico foro romano, al quale si affacciano il Castello e la Cattedrale di San Giusto, scendiamo fino ad arrivare in Via Risorta. Qui entriamo da Libribelli, la nuova libreria di Triest dal concept rivoluzionario. Come si legge sull’insegna infatti, “qui il libro non si compra e non si vende”.

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Siamo un po’ confusi. Come funziona la libreria? E perché il vento, dopo posti così rappresentativi della città, ci ha portato in questo luogo così piccolo?

Smettiamo di farci troppe domande e entriamo. L’interno è veramente ristretto, saranno 20 mq circa, ma è pieno di libri. Il che è sorprendente, se si pensa che quasi tutti sono stati donati e la libreria ha iniziato solo poche settimane fa la sua attività (a fine dicembre). Sarà probabilmente merito dell’idea alla base dell’iniziativa: i libri non hanno prezzo, nessuno può comprarli o venderli e non c’è nemmeno l’obbligo dello scambio o della restituzione. È una libreria “libera”, il cui nome d’altronde si può leggere come “libRI belli” o “libri RIbelli”.

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All’interno vediamo un’anziana signora molto gentile: è una dei tre volontari che si prendono cura del posto, insieme al titolare Giorgio Cescutti, il quale lavora nel sociale e presta a sua volta servizio di volontariato come clown di corsia tra i bambini. È stato proprio lui ad aprire la libreria, mettendo a disposizione dei visitatori il magazzino che non usava più. Alziamo gli occhi e, tra le travi su cui più in là poggia il soppalco, vediamo altri libri sospesi nell’aria.

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Ringraziamo e usciamo contenti. Il vento si è calmato improvvisamente. Finisce così, per il momento, il nostro tour tra alcuni dei luoghi di un possibile cambiamento a Trieste. Il vento ci ha portato in posti che sono già cambiati, che stanno cambiando o che devono farlo. I primi quattro sono aree molto grandi e molto importanti della città, il cui futuro è stato per anni in discussione. Il quinto, pur nelle sue piccole dimensioni, esprime più che altro una speranza.

Se ognuno di noi mette a disposizione qualcosa, forse insieme possiamo partecipare a creare un futuro sempre più positivo per le nostre città: chi con uno spazio (come il gestore della libreria, con il suo vecchio magazzino), chi con degli oggetti (come i libri), chi con del tempo (come i volontari), chi con ciò che vuole… e il vento con dei bellissimi arcobaleni.

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