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Let's Eat

Shoku: il ristorante a Treviso tra Giappone e Thailandia

06 ottobre 2015

Eccellenze gastronomiche locali non mancano di certo nelle numerose osterie e cucine tipiche di Trevizo (già vi abbiamo raccontato, ad esempio, di uno dei ritrovi più antichi della città, l’Osteria Arman): radicchio rosso tardivo (si avvicina il periodo giusto!), tiramisù e prosecco dominano queste tavole, con una certa ragione. Esistono, però, anche fari di altre culture, porte aperte su tradizioni, enogastronomiche e non solo, più lontane della Valdobbiadene e della laguna.

Il Giappone e l’Oriente tutto attraggono facilmente l’occhio del visitatore, con il loro stile inconfondibile. Lo sa bene chi, passeggiando tra le mura di Trevizo, è stato conquistato dalla vetrina di Ikiya, o chi, come nel nostro caso, è capitato poco più ad est, lungo la circonvallazione del centro storico (il cosiddetto PUT).

Siamo su viale Nino Bixio, a pochi passi da porta Piave e dalle mura orientali del centro storico. Ma qui, tra le auto che sfrecciano, di orientale non ci sono solo queste: Shoku – questo il nome del nostro punto di interesse – può vantare di essere il primo ristorante thailandese della città, e non solo. Oggi il suo menu si è decisamente allargato, fino a comprendere specialità del paese del Sole Levante: anche un amante di sushi e affini giapponesi troverà quindi, tra queste mura, delizie per il suo palato.

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La natura fusion della cucina proposta –  la capacità di unire elementi propri di tradizioni nazionali differenti, per quanto attigue –  si riflette visibilmente anche in ogni dettaglio dell’arredamento. Nelle suppellettili, ad esempio: statuette dorate thailandesi, bamboline giapponesi, un grosso maneki neko (avete presente i gatti in porcellana col braccio alzato? In Giappone danno il benvenuto nelle case e hanno anche la fama di portare fortuna).

Da ogni angolo un pezzo d’Oriente ci sorride mentre muoviamo i primi passi in una tranquilla sala tatami, con tavolini bassi di legno nero e la caratteristica pavimentazione giapponese di paglia di riso: occorrerà un attimo per prendere le misure, ma vale la pena sedersi in uno spazio insolito per godersi il relax in un’atmosfera dal rigore zen, cullati dalle note registrate di pianisti orientali.

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Nota: nonostante la tradizione in Giappone preveda l’obbligo di camminare sul tatami solo con calze o a piedi nudi, da Shoku nessuno vi chiederà per questo di togliervi le scarpe.

Se, però, anche quando gustate pad thai o ramen proprio non riuscite a rinunciare alle misure di un tavolo alto e alla comodità di una sedia imbottita, una sala più interna a assai meno orientaleggiante risponderà alle vostre esigenze di cittadini dell’Occidente.

Che tra le mani ci siano un paio di bacchette o una forchetta, la costante resta la cura per il dettaglio. Quando ancora stiamo leggendo il menù (ricchissimo, con le due sezioni “thai” e “giappo” ci si mette un po’ a spulciare il tutto), ci viene servito un piattino di benvenuto di alghe verdi, e capiamo subito che da Shoku la cortesia è di casa.

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Non solo: da Shoku è tutto freschissimo. Aspetto di una certa rilevanza per una cucina che, per tradizione, fa ampio utilizzo di pesce, di verdure, di sapori delicati. Noi di Nuok non resistiamo alla tentazione di mettere sul tavolo i sapori e gli aromi di entrambe le culture, per dare giustizia alla natura doppia del locale (e soddisfare la nostra curiosità, e il nostro stomaco).

Immediato è il richiamo del sushi, proposto alla carta nelle sue tante varianti – e servito con cura, sempre con zenzero e wasabi ad accompagnare. Noi abbiamo provato un Temaki (arrotolato a forma di cono e servito, a pezzo singolo, su un supporto di legno), un piatto di Hosomaki (il sushi con l’alga nori esterna. Delizioso quello al tonno), un piatto di Uramaki: la nostra tipologia preferita per via dei suoi abbinamenti interessanti. Un consiglio? Il California Flower: riso, patate dolci e sesamo.

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Shoku si difende benissimo anche con le sue proposte thailandesi. Il pad thai che ci viene servito – tagliolini di riso con germogli di soia e verdure – è una vera e propria esplosione di sapori asiatici (fate solo attenzione se non amate i piatti piccanti). E poi, è un vero piacere affondare i denti nei gamberetti interi che danno sostanza al piatto.

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La selezione dei dolci si dimostra altrettanto curata, e delicata, con ampio utilizzo di riso, cocco, mango e altra frutta fresca. La nostra tentazione ha ceduto alla fine all’esotico Sakumalag, perle di tapioca in latte di cocco: raccomandato anche solo per provare la sensazione di avere in bocca tapioca sotto forma di tante piccole sfere gelatinose.

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I prezzi a portata non sono modici, ma restano comunque apprezzabili considerando i costi medi della città e l’unicità delle proposte di questa cucina: un piatto di sushi Hosomaki oscilla sui 4 euro, così come una buona birra giapponese. Ci vorrà almeno il doppio per un piatto di pad thai o di sushi più elaborato come l’Uramaki (che può superare anche i 12 euro). Segnaliamo comunque la possibilità di conoscere i sapori di Shoku in una soluzione più economica, ogni giorno a pranzo: 10€ per un menu degustazione di tre portate a scelta. 

Prima di ritornare nella Trevizo che scorre al di fuori, oltre le vetrine adornate di (finto) bambù, c’è ancora il tempo per un ultimo gesto di infinita cortesia orientale: la cameriera viene a porgerci su un vassoio un caldo oshibori, un asciugamano inumidito e ben strizzato che dà sollievo alle mani col suo torpore. Da questo angolo di Oriente, a cavallo tra Thailandia e Giappone, ora sì che possiamo ritornare in Veneto. Ma se volete ritrovare un’oasi di tranquillità, sapete dove poter ritornare.