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	<title>nuok &#187; Leonardo Staglianò</title>
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		<title>Alice e la realta’, un matrimonio complicato</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 22:03:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Staglianò</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4770" title="20448_270784461667_96787126667_3220000_3225897_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_270784461667_96787126667_3220000_3225897_n.jpg" alt="20448 270784461667 96787126667 3220000 3225897 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="306" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4779" title="20448_273342346667_96787126667_3227824_7627678_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_273342346667_96787126667_3227824_7627678_n.jpg" alt="20448 273342346667 96787126667 3227824 7627678 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="307" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4778" title="20448_273342341667_96787126667_3227823_6000369_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_273342341667_96787126667_3227823_6000369_n.jpg" alt="20448 273342341667 96787126667 3227823 6000369 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="305" /></p>
<p>In una delle sue “Lezioni Americane”  Italo Calvino, con grandissima efficacia, sintetizza la qualità essenziale  di una fiaba: <strong>le cose accadono, punto e basta</strong>. Mentre in un romanzo,  uno spettacolo teatrale o un film <em>normale</em> ci aspettiamo che gli  eventi abbiano una spiegazione più o meno razionale, o quanto meno  che il principio di causa ed effetto sia ancora valido, in una favola  ce ne freghiamo bellamente. Vogliamo l’azione: vogliamo sapere <em> che succede</em>. Il romanzo di Carroll rispetta questa convenzione,  e lo fa in maniera a dir poco spudorata: <strong>Alice è in giardino annoiata,  la sorella legge un libro senza disegni e un coniglio parlante la invita  a seguirlo. Alice gli corre dietro senza pensarci e l’avventura comincia</strong>.  Facile, liscio, pulito: zero domande. That’s it. È il mondo delle  fiabe.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4771" title="20448_270784471667_96787126667_3220001_6213032_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_270784471667_96787126667_3220001_6213032_n.jpg" alt="20448 270784471667 96787126667 3220001 6213032 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="305" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4777" title="20448_273342326667_96787126667_3227822_346347_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_273342326667_96787126667_3227822_346347_n.jpg" alt="20448 273342326667 96787126667 3227822 346347 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="307" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4783" title="20448_285801096667_96787126667_3270582_7365327_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_285801096667_96787126667_3270582_7365327_n.jpg" alt="20448 285801096667 96787126667 3270582 7365327 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="305" /></p>
<p>Ebbene, <strong>Tim Burton fa qualcosa di veramente  coraggioso, e azzardato</strong>: mette in discussione la natura “favolistica”  della storia. A modo suo, ed è un’operazione molto raffinata, il  regista californiano trasforma “Alice in Wonderland” in un storia <em> normale</em>, e al di là degli effetti speciali – splendidi – è  quello il suo vero tentativo di <strong>dare la terza dimensione al film</strong>. Anticipiamo  subito che, a nostro parere, la sfida non è stata vinta completamente  e questo un po’ ci fa rabbia, perché <strong>il ritratto psicologico che  Tim Burton ha creato per Alice è geniale</strong>, ma dobbiamo anche dire che  il film è una tale meraviglia per gli occhi, un tale concentrato di  invenzioni, <strong>visioni e sorprese che difficilmente uscirete insoddisfatti dal cinema</strong>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4772" title="20448_270784476667_96787126667_3220002_1249065_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_270784476667_96787126667_3220002_1249065_n.jpg" alt="20448 270784476667 96787126667 3220002 1249065 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="306" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4782" title="20448_285801146667_96787126667_3270584_5011406_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_285801146667_96787126667_3270584_5011406_n1.jpg" alt="20448 285801146667 96787126667 3270584 5011406 n1 Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="305" /></p>
<p>Le innovazioni principali che Tim Burton  apporta al personaggio di Alice sono tre: <strong>non è una bambina ma  una giovane donna; c’è un prologo e un epilogo</strong>, ovvero scopriamo  il mondo di Alice fuori dal “mondo delle meraviglie”; <strong>ha le occhiaie</strong>.  L’ultimo particolare è il più importante. Fin da quando era bambina,  <strong>Alice fa strani sogni, popolati di personaggi bizzarri</strong>, e questo –  oltre a toglierle il sonno – la porta ad avere una relazione complessa  con la realtà: da sveglia ha delle visioni, la mattina a colazione pensa  a <em>sei cose impossibili contemporaneamente</em>, e prima di addormentarsi  si chiede se sia matta o meno. <strong>Suo padre, un avventuriero, non le suggerisce  di evitare questi pensieri,</strong> ma le dice invece che sì, è possibile,  forse è davvero pazza; ma, le assicura, “<strong>all the good ones</strong>” hanno  in sé una scintilla di follia. Alice, pertanto, non è preoccupata  quando vede il coniglio bianco, e neanche quando trova una fiala con  la scritta “drink me”: beve il liquido, diventa minuscola e senza esitazioni supera la porticina che la conduce al mondo delle meraviglie. <strong>Insomma,  è tutto ok.</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4773" title="20448_270784481667_96787126667_3220003_5738197_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_270784481667_96787126667_3220003_5738197_n.jpg" alt="20448 270784481667 96787126667 3220003 5738197 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="306" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4776" title="20448_273342321667_96787126667_3227821_5305206_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_273342321667_96787126667_3227821_5305206_n.jpg" alt="20448 273342321667 96787126667 3227821 5305206 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="306" /></p>
<p>La nostra eroina non si scompone neanche  quando le cose si fanno più serie: <strong>i pizzicotti non la risvegliano,  e i draghi volanti la graffiano fino a farla sanguinare… </strong>Be’, si  dice, starò sognando, devo essermi addormentata. Alice, di fatto, si  comporta come un personaggio delle fiabe, agisce senza farsi troppe  domande, ma è cosciente di giocare un gioco, di essere in un mondo di  sogni in cui le cose vanno così. <strong>Quello che la metterà in crisi, pertanto,  sarà la scoperta che questo mondo è sì frutto della sua fantasia,  ma è anche vero, reale</strong>: il sangue gocciola, e i bizzarri esseri con  cui ha a che fare possono morire. Alice non si meraviglia della  follia del cappellaio matto (un Johnny Depp in grandissima forma), ma  è scossa dalla scoperta che quell’essere è una parte si sé: e dunque,  se lui è matto, forse lo è anche lei.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4774" title="20448_270784486667_96787126667_3220004_3254303_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_270784486667_96787126667_3220004_3254303_n.jpg" alt="20448 270784486667 96787126667 3220004 3254303 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="306" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4775" title="20448_273342301667_96787126667_3227820_6973462_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_273342301667_96787126667_3227820_6973462_n.jpg" alt="20448 273342301667 96787126667 3227820 6973462 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="361" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-4780" title="20448_280230281667_96787126667_3255544_5272512_n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/03/20448_280230281667_96787126667_3255544_5272512_n.jpg" alt="20448 280230281667 96787126667 3255544 5272512 n Alice e la realta’, un matrimonio complicato" width="544" height="305" /></p>
<p>Davanti a questa evidenza, davanti  alla spiazzante fisicità del mondo della sua fantasia,<strong> Alice può ancora  credere alle parole di suo padre?</strong> Può ancora sopportare l’idea che  il suo complicato rapporto con la realtà sia una cosa positiva, controllabile,  e anzi un segno di genio? È questa la domanda vera che Tim Burton pone  a tutti noi, è su questo che ci interroga: <strong>la nostra capacità di conservare  la follia che</strong> – in dosi più o meno massicce –<strong> tutti abbiamo, e  che ci portiamo dentro dall’infanzia</strong>. Detto in termini disneyani,  la nostra volontà di sognare. Ma a differenza del famoso cartone animato  prodotto dallo stesso studio hollywoodiano, qui i toni sono decisamente  più dark: <strong>la follia non è solo una metafora, è reale</strong>. E se il coniglio  iperteso a furia di bere the ci fa ridere e basta, gli eccessi del cappellaio  matto (e di riflesso quelli di Alice) hanno un che di inquietante, che  ci intriga e ci fa venire voglia di saperne di più su questi personaggi,  perché sentiamo che la loro inquietudine è anche la nostra, di spettatori  moderni che vogliono qualcosa di più di una favola. Per il semplice  fatto di averlo capito, di aver dato sfogo a questa intuizione, <strong>diamo  a Tim Burton un voto alto</strong>. Ma, a dirla tutta, gli neghiamo la lode perché  questo enorme potenziale meritava una risoluzione più adeguata di un’Alice  in versione cavaliere medievale che trancia di netto la testa di un  drago con la spada fatata.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.nuok.it/team/leonardo-stagliano/"><strong>Leonardo Staglianò</strong></a></p>

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		<title>SPECIALE James Franco: Fare il Goblin nella Metro di New York</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 09:20:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Staglianò</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3691" title="pineapple" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/pineapple.jpg" alt="pineapple SPECIALE James Franco: Fare il Goblin nella Metro di New York" width="500" height="332" /></p>
<p><strong>James Franco</strong> è un giovane attore  americano molto noto anche in Italia. Ha raggiunto il successo internazionale  grazie alla trilogia di <em>Spider-Man</em> in cui interpreta Harry Osborn  (l’amico di Peter Parker che si trasforma nel nuovo Goblin verde),  mentre <strong>in America è ancora più noto per i ruoli comici nella serie  tv</strong> <em>Geeks and Freaks</em> e nel film <em>Pineapple Express</em>. Ma il  suo curriculum è in realtà molto vario: <strong>ha recitato anche in film  impegnati e meno di cassetta</strong>, tra i quali <em>Milk</em> e <a href="http://www.imdb.com/title/tt1049402/"><em>Howl</em></a>,  ispirato alla figura di Allen Ginsberg e recentemente presentato in  concorso al <a href="http://www.berlinale.de/en/programm/berlinale_programm/datenblatt.php?film_id=20103535">Festival di Berlino</a>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3689" title="SPIDER-MAN 3" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/sm3009.jpg" alt="sm3009 SPECIALE James Franco: Fare il Goblin nella Metro di New York" width="500" height="306" /></p>
<p>Quello che forse è meno noto  è che da anni Franco sta conducendo un serio percorso di crescita  artistica allo scopo di diventare un filmmaker e un attore pienamente  cosciente dei suoi limiti e delle sue possibilità. La sua ricerca si  sviluppa su due versanti: uno più “accademico”, all’interno delle  Università americane, e un altro meno convenzionale, legato <strong>al suo  interesse nel campo della Performance Art</strong>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3692" title="Immagine 21" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-211.png" alt="Immagine 211 SPECIALE James Franco: Fare il Goblin nella Metro di New York" width="500" height="381" /></p>
<p>Dopo aver studiato scrittura alla UCLA,  al momento Franco frequenta due Master a New York: <strong>Creative Writing  alla Columbia e Filmmaking alla Tisch School della New York University</strong>.  Quando parliamo di percorso accademico, tuttavia, è bene specificare  che si tratta di Università americane: Creative Writing alla Columbia  vuol dire scrivere racconti e romanzi, presentarli a scrittori quali  <a href="http://www.nuok.it/2010/02/la-manhattan-di-jonathan-lethem/">Jonathan Lethem</a>, e riscrivere in base alle loro indicazioni. Filmmaking  alla NYU significa scrivere, <strong>montare e girare corti e lungometraggi  sotto la guida di Spike Lee</strong>. Chi vuole studiare storia e critica del  cinema, per intendersi, si iscrive a dei Master completamente diversi,  altrettanto prestigiosi e selettivi (per esempio, quello in Cinema Studies).</p>
<p>Nel frattempo, Franco continua a girare  film, e il suo ultimo progetto come attore – a giudicare dal suo curriculum  – è una vera sorpresa: <strong>una soap opera</strong>. Per la precisione, <em>General  Hospital</em>, <strong>la seconda soap opera più longeva nella storia della  televisione americana</strong>. Questa scelta, che a primo acchito potrebbe apparire  come una semplice (e magari un po’ deludente) operazione commerciale,  rappresenta invece un gradino all’interno del suo percorso di maturazione  artistica. E la cosa bella è che lo stesso Franco, in un serissimo  e ben argomentato <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704107104574570313372878136.html">articolo al Wall Street Journal</a>, spiega come mai ha  accettato di girare una soap.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3690" title="James-Franco-General-Hospital-Guest-Spot-500x333" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/James-Franco-General-Hospital-Guest-Spot-500x333.jpg" alt="James Franco General Hospital Guest Spot 500x333 SPECIALE James Franco: Fare il Goblin nella Metro di New York" width="500" height="333" /></p>
<p>Il personaggio di James Franco in <em> General Hospital</em>, <strong>con una buona dose di autoironia</strong>, si chiama “Franco,  just Franco”. E come indica la scelta del nome, il giovane attore  ha deciso consciamente di giocare con la sua immagine pubblica e catapultarla  nella fiction. La sua recitazione, infatti, è volutamente sopra le  righe: in ogni istante lo spettatore è come sbalzato fuori dal famoso <em> patto di sospensione dell’incredulità</em>, ovvero la convenzione  per cui – quando ci sediamo davanti a uno schermo – <strong>sappiamo di  guardare un’opera di finzione, eppure accettiamo di lasciarci coinvolgere</strong> ed emozionare come se quei personaggi fossero persone reali. Franco  si presenta sullo schermo come James-Franco-che-fa-finta-di-recitare-in-General-Hospital:  tu guardi, e non riesci a fare alcuna distinzione fra la persona reale  (James Franco) e il suo personaggio (Franco, just Franco). Per intendersi,  <strong>sarebbe un po’ come se Riccardo Scamarcio</strong> comparisse in <em>Un posto  al sole</em> interpretando un personaggio che si chiama “Riccardo,  solo Riccardo” e recitasse in maniera chiaramente forzata, in modo  che tu guardi e non pensi mai che sia un personaggio, ma Scamarcio (la  persona reale) che va sul set di <em>Un posto al sole</em>. <strong>Lo vedi parlare  con gli attori della fiction napoletana, come se vivesse nel loro stesso  condominio</strong>, ma è tutto così falso che – da un momento all’altro  – ti aspetti di vedere Valeria Golino che gli fa cenno di andare,  perché hanno un impegno o devono fare la spesa. Insomma, <strong>un totale  spiazzamento delle nostre convenzioni</strong>.</p>
<p>Franco, in maniera assolutamente ironica  e provocatoria,<strong> sceglie il luogo meno sofisticato e intellettuale</strong> (una  soap!) per giocare questo tiro mancino allo spettatore, ovvero per indurci  a riflettere su come percepiamo le immagini di fiction. <strong>E il fatto che  sia una soap è decisivo, necessario quasi</strong>: la soap, in qualche modo,  è il nostro sogno meno sofisticato, quello più falso e posticcio.  Nella soap, per definizione, la recitazione è finta, gli scenari hanno  i colori sbagliati e i dialoghi sono penosi, eppure in tanti ci facciamo  fregare e sogniamo quel sogno. Quello che Franco vuole testare, in qualche  modo, <strong>è la sopportazione del pubblico</strong>: fino a che punto sei disposto  a sopportare questa palese falsità, pur di salvaguardare il tuo <strong>bisogno  di viaggiare con la fantasia</strong>?</p>
<p>Nell’<a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704107104574570313372878136.html">articolo per il Wall Street  Journal</a>, Franco spiega questa idea con un esempio: “Quando mi vesto  di verde e volo sui tetti in <em>Spider-Man 3</em>, sto lavorando come  attore, ma se facessi la stessa cosa davanti al binario della metropolitana  si aprirebbe un numero indefinito di possibilità. Fare finta di essere  il Goblin verde nella metropolitana non genererebbe più l’illusione  che sto volando. Sarebbe piuttosto come collocare me stesso in uno spazio  familiare <em>[la metropolitana]</em> ma in una maniera tale da renderlo  più strano della finzione, in linea con quello che sto facendo in <em> General Hospital</em>”.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3694" title="Immagine 23" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-23.png" alt="Immagine 23 SPECIALE James Franco: Fare il Goblin nella Metro di New York" width="500" height="361" /></p>
<p><strong>Come è arrivato Franco a queste conclusioni? </strong> Da cosa è stato ispirato? Al cuore delle sue riflessioni c’è la  messa in discussione della relazione fra l’attore, e dunque il corpo  umano, e il contesto in cui si muove. Tra gli artisti che hanno esplorato  questo tema nelle loro performances, ve ne sono due che Franco cita  nel suo articolo come esplicite influenze: <strong>Tino Sehgal e <a href="http://www.moma.org/visit/calendar/exhibitions/965">Marina Abramovic</a></strong>.  Ed entrambi, in questo periodo, saranno al MoMa per presentare nuovi  progetti. Di Sehgal abbiamo già parlato.</p>
<p>Quello che ci piace sottolineare non  è solo l’originalità di un attore che gira blockbuster, presenta  il suo ultimo film a Berlino e quarantottore dopo (testimonianza diretta!)<strong> è a New York per frequentare la sua Masterclass come uno studente qualunque</strong>.  Ci piace evidenziare anche il sincero tentativo di un artista di riflettere  sul suo <em>fare arte</em>, e di coinvolgere il pubblico – in maniera  ironica e provocatoria – nella sua ricerca. Le puntate di <em>General  Hospital </em>con “Franco, just Franco” come protagonista sono pensate  <strong>come una versione pop, ma non per questo meno degna di attenzione, dei  lavori di Sehgal e <a href="http://www.moma.org/visit/calendar/exhibitions/965">Abramovic in programma al MoMa</a></strong>. Al di là del giudizio  di merito sul valore ultimo di questo esperimento, a noi colpisce il  fatto stesso che un attore di successo si metta così apertamente in  discussione. La vicenda di James Franco <strong>rappresenta una miscela di umiltà  e spirito pratico</strong> che – permetteteci di fare un po’ di retorica  – difficilmente riusciamo a immaginare al di fuori degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.nuok.it/team/leonardo-stagliano/"><strong>Leonardo Staglianò</strong></a></p>

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		<title>ESCLUSIVA: Youth in Revolt</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 07:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Staglianò</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Youth in Revolt]]></category>

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		<description><![CDATA[“Mi chiamo Nick. Il mio cognome, che odio, è Twisp. Se un giorno diventassi un malefico infermiere in un ospedale psichiatrico, comunque, avrei un buon nome. Sono un vorace lettore di classici, un aspirante romanziere, e credo che il mondo sarebbe un posto migliore se ogni radio trasmettesse My one and only love di Frank [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2952" title="Immagine 53" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-53.png" alt="Immagine 53 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p>“Mi chiamo Nick.<strong> Il mio cognome,  che odio, è Twisp. Se un giorno diventassi un malefico infermiere in  un ospedale psichiatrico, comunque, avrei un buon nome. </strong>Sono un vorace  lettore di classici, un aspirante romanziere, e credo che il mondo sarebbe  un posto migliore se ogni radio trasmettesse <em>My  one and only love</em> di Frank Sinatra almeno una volta ogni ora. Neanche  a dirlo, sono ancora vergine”. È così che si presenta a noi Nick  Twisp (Michael Cera), il protagonista di <em>Youth in  Revolt</em>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2953" title="Immagine 54" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-54.png" alt="Immagine 54 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p><strong>Nick è un adorabile nerd. </strong>Vive a Berkeley  con la madre, cinquantenne divorziata che si tiene stretta ogni uomo  che le riservi un minimo di attenzione, sia uno sguaiato scommettitore  pieno di debiti (Zach Galifianakis) o un poliziotto tamarro e allampadato  (Ray Liotta). Il padre (Steve Buscemi) è un mediocre copywriter che  ha solo due passioni: <strong>la sua Bmw e Lacey, una ragazza poco più che  ventenne, e con entrambe se la spassa alla grande</strong>. Il migliore amico  di Nick è un compagno di scuola che pur avendo una ragazza non si sente  pronto per un vero rapporto sessuale, poiché teme di iniziare troppo  presto l’inevitabile declino che lo trasformerà in un adulto depresso  e fallito. Nick, con una sana dose di autoironia, commenta che tutte  le persone intorno a lui sembrano avere una vita più movimentata della  sua. <strong>Finché non trascorre una vacanza a Ukiah, una comunità di ferventi  religiosi, e incontra Sheeni </strong>(Portia Doubleday).</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2954" title="Immagine 55" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-55.png" alt="Immagine 55 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p><strong>Sheeni è bella e sveglia, adora la  Francia e ha un odioso fidanzato</strong> che non solo è campione di nuoto ma  scrive anche poesie. Ma questo per Sheeni non è esattamente un problema:  Nick le piace, e i due hanno una storia. <strong>Tanti baci, ma niente sesso</strong>,  anche perché la vacanza di Nick dura solo pochi giorni. Sheeni sembra  rassegnata; il nostro eroe, invece, non vuole che finisca lì. I due  allora elaborano un macchinoso piano per potersi ricongiungere: Nick  farà in modo di andare a vivere col padre, e Sheeni si adopererà per far assumere lo sfigato copywriter dal giornale locale. L’impresa non è facile, perché  la madre di Nick non lavora, e il suo unico sostentamento è l’assegno  di mantenimento per il figlio. Questo significa che Nick, <strong>per riuscire  davvero a farsi buttare fuori di casa, dovrà essere cattivo</strong>: “Very,  very bad…”, come dice Sheeni.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2956" title="Immagine 57" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-57.png" alt="Immagine 57 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p><strong>A questo punto il film ha un inaspettato  colpo di scena</strong>: sullo schermo irrompe Francois, l’alter ego – <strong>stronzo  e francese </strong>– di Nick. Francois è un concentrato di cattiveria e cinismo,  ma è anche la forza che spinge il nostro timido protagonista a diventare  finalmente attivo e lottare per ciò che più desidera: Sheeni. <strong>E la  terapia d’urto funzionerà, eccome! </strong>Spinto da Francois, infatti, Nick  ne combinerà di tutti i colori: causerà un incendio nel cuore di Berkeley,  s’intrufolerà nel collegio femminile di Sheeni, ruberà e distruggerà  – in una sequenza esilarante – l’amata Bmw del padre&#8230; E altro,  molto altro, in un tourbillon di invenzioni e risate.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2957" title="Immagine 58" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-58.png" alt="Immagine 58 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p><em>Youth in  Revolt </em>è l’<strong>adattamento dell’omonimo romanzo di C. D. Payne,  che negli Stati Uniti è un piccolo cult</strong>, come testimoniano i ben tre  sequel e i due tentativi di adattamento televisivo (entrambi falliti)  operati da Fox ed Mtv. La giusta miscela è venuta dalla collaborazione  fra lo sceneggiatore Gustin Nash e il regista Miguel Arteta, due autori  che hanno già dimostrato di muoversi a loro agio nel territorio delle  teen-comedies. E la familiarità con questo genere cinematografico è  senza dubbio uno degli elementi che ha aiutato Nash e Arteta a elaborare  il particolare <em>tono narrativo </em> della storia, che a nostro avviso rappresenta la vera forza del film.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2958" title="Immagine 59" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-59.png" alt="Immagine 59 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p>Molti dei personaggi sono basati su  stereotipi, ma la versione che ci viene offerta è divertente e non  banale. Il fidanzato stronzo di Sheeni, come detto, non è solo bello  e sportivo, ma anche poeta, e le sue non sono semplici poesie, ma liriche  “futuriste percussive”… <strong>E quando Sheeni ne recita una per Nick  rischierete seriamente di farvela addosso.</strong> La “principessa” che  il nostro eroe deve salvare non è affatto dolce e pura, ma è una vera  manipolatrice: Sheeni vuole che Nick sia <em>bad</em>, anzi,<em> very, very bad</em>. Ma la cosa forse più sorprendente è che Nick diventa  davvero cattivo, e addirittura rivolge la propria perfidia verso la  stessa Sheeni, pur di averla per sé. <strong>Il film gioca così con le aspettative  degli spettatori, ormai abituati a certi cliché, e ha il merito di  non cadere nell’eccesso</strong>: l’intelligenza e l’ironia sono vive e  misurate, mai manieristiche. Un’altra nota di merito è la totale  assenza di volgarità, cosa non da poco, di questi tempi, nel cinema  americano che ha per protagonisti gli adolescenti.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2959" title="Immagine 60" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-60.png" alt="Immagine 60 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p>Un aspetto che invece convince di meno  è l’intreccio. È chiaro che Nick vuole Sheeni, ed è chiaro  anche il modo in cui lotterà per averla: sarà cattivo, giocherà sporco.  Ciò che risulta confuso e disordinato è la successione degli eventi:<strong> il film appare episodico</strong>. Nick affronta una sfida dopo l’altra, ogni  volta diversa, e sia i luoghi che i suoi compagni d’avventura cambiano  continuamente. Fa avanti e indietro fra Berkeley e Ukiah almeno un paio  di volte. Di punto in bianco compare un – divertentissimo! – <strong>amico  indiano dall’impeccabile accento inglese, che poi scompare altrettanto  di colpo</strong>. Altri personaggi, solo citati o appena intravisti all’inizio,  ricompaiono quando più fa comodo… <strong>La sensazione a tratti è di assistere  a un road-movie</strong>, un genere in cui accettiamo che ci siano incontri e  separazioni continue, perché tale è la natura del viaggio: ma questa  struttura episodica non sembra riflettere la natura della storia e l’effetto  è quello di una mancanza di compattezza.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2960" title="Immagine 61" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-61.png" alt="Immagine 61 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p>Qusta frammentarietà incide anche  nel giudizio sugli attori. Liotta e Buscemi, due fra i nostri preferiti  di sempre, appaiono sottoutilizzati, e lo stesso Galifianakis non ha  abbastanza spazio per esprimere al meglio le sue potenzialità. Altri  due comprimari, Frank Willard e Justin Long, invece, riescono a essere  più incisivi, ma ciò – a nostro avviso – dipende essenzialmente  dalla scrittura: <strong>i loro personaggi sono decisamente sopra le righe,  e questo li rende efficaci nell’arco di poche battute.</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2961" title="Immagine 62" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-62.png" alt="Immagine 62 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="500" height="300" /></p>
<p>Un altro elemento che aggiunge confusione  è il doppio di Nick, Francois. Quello che disorienta è il fatto  che noi vediamo Nick e Francois insieme, nella stessa scena, e li vediamo  non solo parlare fra loro (come una visualizzazione di un monologo interiore),  ma anche interagire con gli altri. La scelta in sé non è nuova, è  già stata usata in vari altri film, ma il problema è che non viene  gestita in maniera coerente, e dunque abbiamo difficoltà a comprendere  la “grammatica” di questa doppia visione. In una scena, per esempio,  Nick parla con Sheeni, e accanto a lui vediamo Francois che gli suggerisce  delle frasi: in quel momento, noi <em>sappiamo </em> che la situazione reale è Nick-davanti-a-Sheeni, e in effetti nella  scena successiva vediamo Nick da solo con lei. Questa sequenza rende  chiaro che Francois è <em>l’amico invisibile</em>. In un&#8217;altra scena,  invece, Francois guida l’auto e Nick è al suo fianco. <strong>Sembra un dettaglio  marginale, ma l’effetto è spiazzante</strong>: la scena, d’istinto, ci sembra <em> sbagliata</em>. Ci aspetteremmo che sia Nick a guidare, e che Francois  sia al suo fianco. Pensate per un attimo al <em>Sesto senso</em>: in quel  film il gioco funziona perché non vediamo mai Bruce Willis fare cose  che sarebbero impossibili per un fantasma; non apre il frigo, non preme  il pulsante dell’ascensore, e non guida. E lì, in fondo, potrebbe  anche passare inosservato se lo facesse, perché – fino alla fine  – non sappiamo che è un fantasma. Qui, invece, noi siamo informati  subito che Francois è una proiezione mentale di Nick, e il suo interagire  con oggetti ed esseri umani suscita dubbi e domande che ci distraggono.</p>
<p><img title="Immagine 56" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/02/Immagine-56.png" alt="Immagine 56 ESCLUSIVA: Youth in Revolt" width="499" height="300" /></p>
<p><strong>Nonostante queste imperfezioni</strong>, il  film ha un’energia e un’ironia davvero ammirevoli, e senza dubbio  gran parte del merito va ascritto a Michael Cera. Il suo sguardo è  incantato e ingenuo, il sorriso disarmante, e quando lo vediamo nei  guai non possiamo fare a meno di tifare per lui. Se analizzassimo le  azioni che il suo personaggio compie nel film, dovremmo concludere che  siamo davanti a un delinquente psicopatico, ma in realtà non percepiamo  mai Nick come minaccioso, nemmeno nella versione stronza e francese,  Francois. Questa leggerezza è un di più di cui beneficia l’intero  film, e la regia di Arteta è altrettanto delicata ed essenziale. <strong>Il  cuore del film è nel sentimento di Nick verso Sheeni, un amore –  nonostante tutto – puro e sincero</strong>, e Cera e Arteta sono bravi a proteggerlo  e consegnarcelo intatto.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.nuok.it/team/leonardo-stagliano/"><strong>Leonardo Staglianò</strong></a></p>

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		<title>ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 08:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Staglianò</dc:creator>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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		<description><![CDATA[STATEN ISLAND, New York. Sully (Ethan Hawke) si guadagna da vivere ripulendo fosse biologiche. Ogni sera torna a casa e deve farsi almeno due lunghe docce, se non di più, perché sua moglie Mary possa abbracciarlo senza tapparsi il naso. Mary ama Sully, vuole anche avere un bambino con lui, ma questo non evita che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2057 alignleft" title="Immagine 56" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-56.png" alt="Immagine 56 ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco" width="216" height="167" />STATEN ISLAND, New York. <strong>S</strong><strong>ully</strong> (Ethan Hawke) <strong>si  guadagna da vivere ripulendo fosse biologiche.</strong> Ogni sera torna a casa  e deve farsi almeno due lunghe docce, se non di più, perché sua moglie  Mary possa abbracciarlo senza tapparsi il naso. Mary ama Sully, vuole  anche avere un bambino con lui, ma questo non evita che lo annusi. È  proprio che Sully, poverino, puzza. E, in cuor suo, il nostro se ne  vergogna. Sully è un bravo ragazzo, si vede. <strong>Non dev’essere molto  istruito, e non è neanche un furbacchione.</strong> È un tipo un po’ naive,  ma una cosa ce l’ha ben chiara in mente: suo figlio non sarà come  lui. Costi quel che costi, dovrà essere migliore del padre. Ebbene,  in città c’è una clinica che sperimenta un programma genetico: l’obiettivo  è far nascere bambini più intelligenti della norma. Quando lo scopre,  Sully è affascinato; Mary un po’ meno, anche perché c’è un grosso  ostacolo: il trattamento costa parecchi soldi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2059" title="Immagine 59" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-59.png" alt="Immagine 59 ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco" width="474" height="257" /></p>
<p>Sully ha un amico, <strong>Jasper</strong> (Seymour  Cassel), <strong>un macellaio muto</strong>, e ogni tanto si confida con lui. Jasper  ama il suo lavoro. <strong>Quando affetta il prosciutto e lo offre ai clienti  sembra che danzi</strong>: i suoi gesti sono leggeri, il sorriso radioso. Ma  ci sono giorni in cui, di colpo, si rabbuia. Periodicamente in negozio  fa la sua comparsa un tipo alto e grosso, con occhialoni quadrati e  un lungo impermeabile scuro. Quando lo vede, Jasper sa già cosa fare.  Si ritira nel retrobottega e lascia che il tizio depositi un sacco nero  sul suo tavolo da macellaio.<strong> Dentro quel sacco, ogni volta, c’è un  nuovo cadavere.</strong> Jasper, con grande pena, taglia a pezzi il cadavere  e cancella ogni prova della sua esistenza. Neanche Jasper sembra essere  un tipo troppo svelto, e anche lui – come Sully – desidera una vita  migliore. E per ottenerla trascorre tutto il suo tempo libero a fare  calcoli per individuare il cavallo giusto su cui scommettere.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2060" title="Immagine 58" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-58.png" alt="Immagine 58 ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco" width="474" height="259" /></p>
<p>L’uomo occhialuto, alto e scuro che  affida i cadaveri a Jasper si chiama <strong>Parmie </strong> (Vincent D’Onofrio), ed è un piccolo mafioso italoamericano. Parmie,  lo abbiamo già capito, è capace di vera violenza, ma è anche una  persona soggetta a improvvisi sbalzi emotivi. <strong>Ha una sola vera confidente,  la madre, e quando le parla dei suoi sogni ha spesso gli occhi lucidi. </strong> Già, anche lui, come gli altri due protagonisti della storia, ha un  sogno. Parmie vuole diventare il boss più potente dell’isola. Siamo  a New York, ma l’isola in questione, signori, non è la wonderful  Manhattan, bensì la sfigatissima Staten Island. Quella, per intenderci,  <strong>dei pendolari che ogni giorno vanno al lavoro col traghetto</strong>, come faceva  Melanie Griffith in “Una bionda in carriera”. O, se siete stati  a New York, il quinto dei Five Boroughs, quello di cui si dimenticano  sempre tutti, compresi gli stessi newyorkesi (Manhattan, Brooklyn, Bronx,  Queens and… Oh, yes, Staten Island!). <strong>Appunto: the forgotten island.</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2062" title="Immagine 60" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-60.png" alt="Immagine 60 ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco" width="474" height="240" /></p>
<p>Lo scrittore e regista di questo sorprendente  esordio è <strong>James DeMonaco, uno “statenislandiano” puro</strong>, e la cosa  non stupisce: la sua capacità di descrivere i luoghi e i personaggi  è veramente efficace. Un esempio su tutti: Manhattan vista dai tre  personaggi. Sia Sully che Jaspers che Parmie, almeno una volta nel film,  guardano l’altra isola, e tutti e tre con un senso di invidia e –  in fondo – di resa. <strong>Tutti e tre hanno dei sogni e lottano per realizzarli,  e tuttavia sono anche coscienti che le loro saranno imprese piccole,  confinate al microcosmo del loro mondo dimenticato.</strong> Ognuno dei tre osserva  i grattacieli di Wall Street, e ognuno con una diversa tonalità emotiva,  e da un diverso punto dell’isola. Si tratta di nuances, ma piace evidenziarle  perché danno l’idea di quanto bene DeMonaco conosca quel posto e  la vita delle persone che lo abitano.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2063" title="Immagine 61" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-61.png" alt="Immagine 61 ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco" width="474" height="252" /></p>
<p>Come avrete potuto intuire dalla presentazione  dei tre protagonisti, però, il regista non vuole portarci a Staten  Island per <em>cantare </em>romanticamente la sua terra: tutt’altro!  L’<strong>originalità del film</strong> non risiede tanto nella sua ambientazione,  quanto nella sua <strong>struttura narrativa</strong> e nella coraggiosa scelta  di <strong>mischiare diversi generi</strong> cinematografici. DeMonaco, con intelligenza,  ha scelto un luogo che conosceva bene per raccontare una storia inedita  in maniera inusuale. È quella la sua vera sfida, e – lo anticipiamo  subito – a nostro avviso l’ha vinta. Proviamo a essere più chiari.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2064" title="Immagine 63" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-63.png" alt="Immagine 63 ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco" width="474" height="254" /></p>
<p>Il film ha una struttura a episodi,  per cui è come guardare tre cortometraggi, uno dopo l’altro: <strong>tre  storie piccole, ognuna con un tono e un protagonista diverso. </strong>Dapprima  seguiamo Parmie e il suo tentativo di ascesa al potere, e qui siamo  decisamente nel filone dei gangster movies, ma virato in una tonalità  sottilmente surreale e sopra le righe. Si potrebbe pensare a Tarantino,  ma la relativa lentezza del ritmo, unita alla non semplice psicologia  del personaggio (resa bene da un ottimo Vincent D’Onofrio), ci ha  fatto venire in mente l’ironia di Wes Anderson più che l’autore  di Pulp Fiction. La seconda storia è quella di Sully, e – con un  certo stupore – ci ritroviamo nel territorio del melodramma. Sembrerebbe  un gran salto, ma Ethan Hawke è sincero e credibile come non lo vedevamo  da tempo; ci lasciamo coinvolgere dalla sua storia, e il senso di unità  è comunque garantito dal fatto che anche la sua vicenda ha un risvolto  criminale. Infine c’è Jasper, e – se ancora avevamo dubbi – la  sua prova ci convince definitivamente che questo è un film speciale.  L’episodio di Jasper è ispirato alle commedie dell’epoca del muto,  e la grazia e la leggerezza dell’interpretazione di Cassel è davvero  una meraviglia per gli occhi. <strong>C’è una scena che è un esplicito omaggio  al “Grande Dittatore” di Chaplin: la riconoscerete subito, e vi  rapirà, ne siamo certi.</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2065" title="Immagine 62" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-62.png" alt="Immagine 62 ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco" width="474" height="254" /></p>
<p>La seconda peculiarità della  struttura del film è che i tre corti si intersecano, per cui è  come seguire tre versioni parziali di un’unica storia. Sotto questo  aspetto <strong>DeMonaco è sicuramente debitore di Tarantino</strong>, poiché le tre  vicende avvengono in archi temporali differenti, e questo rende il film  un piccolo puzzle: in ogni episodio abbiamo anticipazioni riguardo gli  altri due, oppure scopriamo cose che erano successe prima e di cui non  eravamo a conoscenza. Allo scopo di rendere più esplicito e comprensibile  il meccanismo, l’autore inserisce un chiaro punto di riferimento:  una scena, una sola, in cui compaiono tutti e tre i protagonisti. La  scena è rivista più volte nel film, dal punto di vista di ognuno dei  nostri tre eroi, e questo ci aiuta a mettere definitivamente ordine  nella trama. Anche il <strong>gioco di rimandi temporali</strong>, dunque, è gestito  in maniera soddisfacente, e contribuisce al fascino del film: non sono  solo le nostre emozioni a essere stimolate, ma anche il nostro cervello,  e il tutto in maniera misurata, <strong>senza cadere nell’intellettualismo</strong>.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-2061 alignleft" title="Immagine 55" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-55-300x231.png" alt="Immagine 55 300x231 ESCLUSIVA: Staten Island di James DeMonaco" width="240" height="185" /><strong>Un’ultima annotazione. Il film non  è una produzione americana, come si potrebbe pensare, ma francese</strong>:  è l’EuropaCorp di Luc Besson ad averlo voluto e finanziato, e se  avrete modo di ascoltare il commento del regista e degli attori nel  dvd del film (sì, esatto, in America è già passato dai cinema, e  c’è già il dvd! Come corrono qui, eh?) avrete un assaggio della  loro sincera meraviglia per la libertà creativa di cui hanno potuto  godere. Siamo cresciuti con l’idea che siano le danarose produzioni  americane a cercare professionisti europei da inserire nel loro mercato,  adeguandoli agli standard hollywoodiani. Questo film, relativamente  piccolo, sembra suggerire che sia possibile fare anche il contrario:  garantire la libertà creativa dell’autore europeo ai professionisti  americani, per educazione e tradizione sensibili alle esigenze del pubblico,  e ottenere un risultato valido. <strong>Che sia questa la giusta sintesi fra  l’intellettualismo europeo e la praticità – spesso spicciola –  degli americani?</strong></p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.nuok.it/team/leonardo-stagliano/"><strong>Leonardo Staglianò</strong></a></p>

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		<title>ESCLUSIVA: A Film With Me In It</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 13:18:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Staglianò</dc:creator>
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		<category><![CDATA[A Film With Me In It]]></category>
		<category><![CDATA[Ian Fitzgibbon]]></category>
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		<description><![CDATA[Il galateo di Internet prevede che un articolo che parla di un film avvisi il lettore dell’eventuale presenza di spoilers, ovvero anticipazioni che riguardano i momenti chiave della trama. È davvero fastidioso quando qualcuno, senza chiedere il nostro permesso, ci anticipa il finale di un film. Nel caso di A Film With Me In It, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1049" title="film" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film.png" alt="film ESCLUSIVA: A Film With Me In It" width="501" height="306" /></a></p>
<p>Il galateo di Internet prevede che  un articolo che parla di un film avvisi il lettore dell’eventuale  presenza di <em>spoilers</em>, ovvero anticipazioni che riguardano i momenti  chiave della trama. È davvero fastidioso quando qualcuno, senza chiedere  il nostro permesso, ci anticipa il finale di un film. Nel caso di <em> A Film With Me In It</em>, <strong>l’unico vero spoiler che si può fare è  rivelare subito che si tratta di una storia esilarante.</strong></p>
<p><a href="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film1.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1050" title="film1" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film1.png" alt="film1 ESCLUSIVA: A Film With Me In It" width="501" height="307" /></a></p>
<p><strong>Dublino, i giorni d’oggi. </strong>Mark è  un attore disoccupato che ha ormai superato la trentina. Vive in una  casa malmessa con il fratello disabile, e Sally, l’eterna fidanzata.  Mark è completamente inaffidabile: non solo non trova lavoro, ma si  mangia anche i soldi che Sally gli dà per l’affitto, provocando così  l’ira del loro terribile padrone di casa. Il migliore amico di Mark  è Pierce, e <strong>anche lui è un vero disastro</strong>. Lo conosciamo a una riunione  per alcolisti anonimi in cui si presenta come “regista e cameriere”.  Ma il colpo di genio viene appena qualche scena dopo, quando è Sally  – con una battuta formidabile – a informarci che Pierce non solo  non è mai stato un regista, ma neanche un cameriere (insomma, se va  bene è un ubriacone redento!).</p>
<p><a href="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film2.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1051" title="film2" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film2.png" alt="film2 ESCLUSIVA: A Film With Me In It" width="501" height="306" /></a></p>
<p>Ecco, questo è il ritmo – e la qualità  – dei dialoghi, davvero invidiabile. Ma ora immaginate questi due  autentici disgraziati che decidono di scrivere un film, una <em>dark  comedy</em>. Pierce lo dirigerà, mentre Mark – è chiaro – ne sarà  il protagonista. <strong>I due sono certi di una sola cosa: qualcuno morirà.  E qui arriva il bello.</strong> I nostri poveri malcapitati non sanno che il  morto – anzi, i morti – ci saranno per davvero, e saranno tutti  concentrati nel disastrato appartamento di Mark! Infatti, per una incredibile  serie di coincidenze legate alla fatiscenza della casa, Mark si ritroverà  circondato di cadaveri, e quando Pierce accorrerà in suo aiuto, le  cose peggioreranno… Non solo i cadaveri aumenteranno, ma Pierce convincerà  Mark che le coincidenze avvenute sono troppe e troppo assurde perché  la polizia possa crederci.</p>
<p><a href="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film3.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1052" title="film3" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film3.png" alt="film3 ESCLUSIVA: A Film With Me In It" width="501" height="300" /></a></p>
<p><strong>Ma allora, cosa farne dei cadaveri? </strong>Pierce, da provetto sceneggiatore, decide che dovranno spostare i corpi  e i mobili all’interno della casa in maniera tale da poter presentare  alla polizia una versione più credibile dei fatti. In altri termini,  la creazione letteraria – la <em>dark comedy </em> – si è trasformata nella realtà di Pierce e Mark, e <strong>scrivere una  buona sceneggiatura è diventata una questione di vita o di morte</strong>. Gli  sviluppi, come anticipato, sono esilaranti.</p>
<p><a href="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film4.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1053" title="film4" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film4.png" alt="film4 ESCLUSIVA: A Film With Me In It" width="501" height="299" /></a></p>
<p><strong>Questo film, a nostro avviso, contiene  due piccoli miracoli, e il primo riguarda proprio il tono della storia.</strong> La sceneggiatura (scritta da Mark Doherty, il Mark della storia) inizia  come una classica commedia leggera, ma via via che la storia procede  lo humour diventa più nero, poiché si ha a che fare con sempre più  sangue e cadaveri. Questo passaggio, tuttavia, non viene percepito come  traumatico, e il merito è dato dalla misura nei dialoghi, nella recitazione  e nella regia. Da sottolineare, a questo proposito, che <strong>si tratta di  un film d’esordio.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film5.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1054" title="film5" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film5.png" alt="film5 ESCLUSIVA: A Film With Me In It" width="501" height="301" /></a><br />
</strong></p>
<p>Ma il regista, Ian Fitzgibbon, insieme  con la produzione ha realizzato un altro piccolo miracolo: <strong>girare un  intero lungometraggio con appena una decina di attori e un numero analogo  di locations</strong>. E, per esser chiari fino in fondo, tutto ciò senza che  il risultato appaia forzato o cheap. Ha senso che la gran parte della  storia si svolga nella casa “assassina”, e non si sente il bisogno  di altri protagonisti. Anzi, in un cast così ridotto risaltano i <strong>cammei  di Neil Jordan e di Jonathan Rhys Meyers</strong>, entrambi a loro agio nel fornire  una versione auto-ironica del loro status di star del cinema.</p>
<p><a href="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film6.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1055" title="film6" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/film6.png" alt="film6 ESCLUSIVA: A Film With Me In It" width="501" height="300" /></a></p>
<p>Questo film, abbiamo detto, è stato  costruito con misura, e – possiamo aggiungere – con coraggio: <strong>si  presenta come una storia semplice, ma in realtà si regge su equilibri  molto delicati</strong>. Uno su tutti: le coincidenze assassine. Le coincidenze,  come sottolinea Pierce, sono davvero tante, ma se così non fosse non  sarebbe necessario inventare una diversa ricostruzione degli eventi. <strong> Se la realtà non fosse incredibile, perché impegnarsi tanto per creare  una bugia credibile?</strong> Basare un intero film su una premessa del genere  è molto rischioso, e infatti, a dirla tutta, in alcuni momenti si rischia  di rompere la sospensione dell’incredulità. Vi sono passaggi in cui  lo spettatore può interrogarsi sulla credibilità degli eventi o sulla  logica che guida il comportamento dei personaggi. E c’è anche da  dire che tutto ruota intorno a Mark, è lui il protagonista, ma per  gran parte della storia il personaggio più attivo è Pierce. Insomma,  ci sono degli squilibri. E tuttavia, nel complesso, prevale l’ammirazione  per un prodotto così originale, e il divertimento per l’irresistibile  humour dei due protagonisti.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.nuok.it/team/leonardo-stagliano/"><strong>Leonardo Staglianò</strong></a></p>

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		<title>Review: Cameron balla con gli Avatars</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 10:37:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Staglianò</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo nel futuro. Pandora è un mondo simile alla Terra, ma molto più colorato e dotato di una natura straripante. I suoi abitanti si chiamano Na’vi e sembrano un incrocio fra un essere umano e un gatto spaziale; sono alti e snelli, blu, hanno la coda e vivono nella foresta, che è selvaggia e popolata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-1030" title="avatar" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/avatar.png" alt="avatar Review: Cameron balla con gli Avatars" width="445" height="250" /></p>
<p><strong>Siamo nel futuro.</strong> Pandora è un mondo  simile alla Terra, ma molto più colorato e dotato di una natura straripante.  I suoi abitanti si chiamano Na’vi e sembrano un incrocio fra un essere  umano e un gatto spaziale; sono alti e snelli, blu, hanno la coda e  vivono nella foresta, che è selvaggia e popolata di animali ibridi:  elefanti con musi da pesce-martello, pantere nere con corna da triceratopo  e via dicendo. Su Pandora ci sono anche degli alieni, e non sono proprio  degli stinchi di santo. Sono lì per trivellare il sottosuolo alla ricerca  di un materiale raro e pregiato, denominato <em>unobtanium</em>, e l’unico  motivo per il quale evitano scontri con i Na’vi è che questi potrebbero  offrirgli informazioni circa la preziosa sostanza. <strong>Gli alieni, è chiaro,  siamo noi.</strong></p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-1029" title="avatar1" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/avatar1.png" alt="avatar1 Review: Cameron balla con gli Avatars" width="445" height="250" /><br />
</strong></p>
<p>Gli umani in missione su Pandora sono  di due tipi: <em>militari</em> che garantiscono la sicurezza, e <em>scienziati</em> che studiano la vita sul pianeta. Per meglio comunicare con gli indigeni,  gli scienziati hanno creato degli <em>avatar</em>, ovvero dei corpi viventi  in tutto e per tutto simili a quelli dei Na’vi, ma comandati mentalmente  da esseri umani adeguatamente addestrati. E qui compare Jake, il protagonista  della nostra storia. Jake è un ex marine, dunque uno che è abituato  a obbedire, ma non gli viene richiesto di combattere: ha perso l’uso  delle gambe, ed è stato portato su Pandora per lavorare con gli scienziati.  Il fratello gemello di Jake era la guida mentale di un avatar, e il  nostro eroe ha accettato di rimpiazzarlo. Chiaramente <strong>è un rischio,  una scommessa</strong>, ma Jake – in una sequenza che strizza l’occhio al  miglior Forrest Gump – strappa subito consensi ai suoi colleghi (e  anche qualche lacrimuccia fra il pubblico). Non appena “prende possesso”  del corpo del suo avatar, Jake fa quello che più desidera, con tutto  il suo cuore: muove le gambe. E non si limita a camminare, ma corre!  Anzi, scappa via, in barba a tutte le regole e le precauzioni del caso.  Quando finalmente si ferma, Jake è stanco e sudato, ma felice: ride,  e noi con lui.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1031" title="avatar2" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/avatar2.png" alt="avatar2 Review: Cameron balla con gli Avatars" width="445" height="250" /></p>
<p>Da questo momento in poi la trama,  come ha riconosciuto lo stesso James Cameron (regista e scrittore del  film), è paragonabile a quella di <em>Balla  coi lupi</em>. Jake entrerà in contatto coi Na’vi, in particolare  con la bella Neytiri, che gli farà conoscere e amare il loro mondo.  Dietro l’impegno di fornire informazioni circa l’<em>unobtanium</em>,  Jake otterrà di vivere con gli indigeni, ma l’esperienza lo modificherà  a tal punto da ribellarsi ai suoi stessi simili – i cattivi trivellatori  – e lottare per i Na’vi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1032" title="avatar3" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/avatar3.png" alt="avatar3 Review: Cameron balla con gli Avatars" width="445" height="250" /></p>
<p>Non sveliamo il finale, ma riportiamo  una notizia che fornisce qualche indicazione a riguardo: tra i rumors  che accompagnano l’uscita del film, vi è quello secondo cui <strong>Cameron  starebbe già pensando al sequel </strong>(anzi, due ulteriori episodi), e di  norma non è tanto facile girare un sequel se il protagonista muore  nel primo episodio&#8230;</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1033" title="avatar4" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/avatar4.png" alt="avatar4 Review: Cameron balla con gli Avatars" width="445" height="250" /></p>
<p><em>Avatar </em> sta facendo molto parlare di sé, e principalmente per due motivi: le <em> tecnologie digitali</em> che utilizza, e i <em>notevoli incassi</em>. In  neanche venti giorni ha guadagnato 1 miliardo di dollari, e tutto fa  credere che supererà il record assoluto (1 miliardo e 800 milioni),  stabilito da un altro film dello stesso Cameron, <em>Titanic</em>. Sotto  questo profilo, senza dubbio ha avuto un ruolo rilevante la massiccia  campagna di marketing legata al film: basti pensare che, <strong>a fronte di  un budget di circa 300 milioni di dollari, ne sono stati spesi almeno  150 in pubblicità.</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1034" title="avatar5" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/avatar5.png" alt="avatar5 Review: Cameron balla con gli Avatars" width="455" height="208" /></p>
<p>Riguardo gli effetti speciali, è noto  che Cameron aveva scritto la storia già una quindicina di anni fa,  ma ne ha rimandato la realizzazione perché insoddisfatto delle tecnologie  dell’epoca. È interessante notare che il regista non fa riferimento  al 3D, ma piuttosto a una particolare tecnica digitale capace di cogliere  le espressioni facciali degli attori (motion capture). Mentre in passato  gli attori recitavano, venivano filmati e in seguito le immagini del  loro viso corrette in post-produzione, adesso è possibile <strong>trasformare  – in tempo reale – l’attore nel suo corrispettivo digitale</strong>. Questo  significa che mentre Cameron filma Sigourney Weaver, nel suo schermo  compare la versione digitale dell’attrice newyorkese (una gattona  blu con l’inconfondibile mascella). Una conseguenza importante di  questa tecnica è la piena restituzione agli attori del loro mestiere: <strong> il computer non crea i loro sorrisi, ma si limita ad adattarli</strong> – fedelmente  – alle dimensioni del viso e del corpo del personaggio digitale. È  questa la vera rivoluzione portata dal film. A un livello di lettura  più profondo, è a questa nuova frontiera della recitazione cui allude  il titolo del film: d’ora in poi, sembra suggerire Cameron, sui nostri  schermi vedremo sempre meno attori in carne e ossa, e sempre più “avatar”  – ovvero creature digitali con le fattezze ed espressioni dei nostri  beniamini.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1035" title="avatar6" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/avatar6.png" alt="avatar6 Review: Cameron balla con gli Avatars" width="455" height="208" /></p>
<p>Allo scopo di sviluppare in tutto il  suo potenziale la tecnica del motion capture, Cameron ha scelto –  con intelligenza e raffinatezza – di non sovraccaricare la nostra  esperienza di spettatori con un 3D aggressivo e ad effetto. In questo  film il tridimensionale ha quale unico scopo quello di farci entrare  – delicatamente, quasi con dolcezza – nel fantasmagorico mondo dei  Na’vi. E il risultato è davvero notevole.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1036" title="avatar7" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/avatar7.png" alt="avatar7 Review: Cameron balla con gli Avatars" width="455" height="208" /></p>
<p><strong>In mezzo a tutto questo clamore, cosa  resta della storia? </strong>Come valutare il film dal punto di vista artistico?  Non c’è dubbio che Cameron ha costruito un progetto organico, in  cui la trama e le immagini (non solo gli effetti speciali) si supportano  a vicenda, e non a caso è sia regista che sceneggiatore del film. È  altrettanto innegabile che la storia ha una struttura salda, che rispetta  alla lettera le regole del blockbuster hollywoodiano: i colpi di scena  sono al momento giusto, i cattivi fanno paura, l’eroe riscuote la  nostra simpatia e c’è anche una storia d’amore. Che chiedere di  più? Rubando le parole a un sagace lettore del New York Times, potremmo  dire che <em>Avatar </em>è <strong>un film 3D con personaggi pressoché bidimensionali</strong>.  I buoni sono davvero buoni, e i cattivi proprio cattivi: mancano le  zone grigie. Jake ci sta simpatico, ma non ci conquista. Fin dall’inizio  è chiaro che sceglierà il mondo dei Na’vi; non vive mai un reale  dissidio. Molti dialoghi mancano di spessore. E, a dirla tutta, la canzone  di Leona Lewis ricorda moltissimo la (già insopportabile) colonna sonora  di <em>Titanic</em>, cantata da Celine Dion. Quello che dispiace, sinceramente,  è che l’accuratezza e l’attenzione dedicate alla (ri)costruzione  del mondo di Pandora non abbiano trovato un’adeguata corrispondenza  nello sviluppo dei personaggi. Non ci si aspettava certo la profondità  psicologica di Godard o l’irriverente intelligenza di Wes Anderson,  ma il film di Cameron – per sua stessa natura – si pone a metà  fra un cartoon e un buon film d’avventura, e se questo vale per le  immagini, deve valere anche per la storia.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.nuok.it/team/leonardo-stagliano/"><strong>Leonardo Staglianò</strong></a></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: left;"><strong>EXTRA: Stai cercando la sceneggiatura originale di Avatar?<br />
<a href="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/JamesCameronAVATAR.pdf">Eccola in PDF!<br />
</a></strong></p>

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