
:: Quando e perché sei venuto a Pittsburgh?
Sono arrivato a Pittsburgh da Ann Arbor nel Michigan via Cleveland, dove facevo il musicista perché mi fu data l’opportunità di entrare nel campo dell’editoria musicale, che mi interessava molto. Dopo otto anni in Michigan ho avuto il desiderio di muovermi verso est, in città più grandi che offrissero una vita culturale più interessante.
A Pittsburgh, nel corso di un’investigazione per un articolo che dovevo fare a proposito delle università e della vita musicale, venni in contatto con la Carnegie Mellon University e con la Pittsburgh Symphony Orchestra e notai una gentilezza e una voglia di collaborare così tremende che decisi di trasferirmi.
Avevo abbandonato la vita musicale attiva in cambio di quella di musicologo e del mio interesse per il cinema e ci fu l’accoglienza da parte della Carnegie Mellon che all’epoca stava pensando di instaurare gli studi interdisciplinari e siccome era un campo che mi interessava particolarmente, ho deciso di accodarmi.
:: Quando sei arrivato in America?
Risale a tantissimi anni fa da musicista, violinista, fresco di Conservatorio, si parla dei primi anni ’60. Ci furono le opportunità di partecipare a due tournée di musica da camera abbastanza famose negli Stati Uniti: una che durò quattro mesi e mezzo e l’altra di un mese. Furono un’opportunità anche di visitare il Paese in lungo e largo e di avere una visione abbastanza ampia della vita americana, di come si lavorava, di come i musicisti erano ricevuti.
Facevo già parte dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma quando nel ’68 le cose in Italia non andavano bene e nel nostro ambiente si diceva: “Chi può se ne vada”. Ci fu l’opportunità di venire negli Stati Uniti a suonare e anche ad insegnare e così il passo fu fatto nel febbraio del ’68, sotto l’etichetta di “proviamo”. Beh! Sono passati molti anni.
Non mi bastava poi fare solo il musicista, così c’è stata l’opportunità di munirsi di titoli accademici più sostanziosi, anche perché a me interessava vedere come si imparava dall’altra parte.
:: Che cosa ha Pittsburgh in più rispetto ad altre città americane e cosa invece manca?
Tradizione, quel senso di una città nuova ma che ha delle radici in un passato.
Ti potrei dire che manca il mare, però ci sono tre fiumi, che sta a significare movimento, un continuo andare e venire di cose, quindi per me non manca niente.
Stiamo vedendo il trapasso dalle vecchie industrie, adesso c’è l’alta tecnologia con la Carnegie Mellon, c’è Google e tantissime altre iniziative.
:: Come è nata l’idea di rivisitare Balli Plastici? Rivisitazione futurista del futurismo?
Assolutamente, è la rivisitazione per l’era del digitale. L’idea è nata nel 2009 con Don Marinelli per il centenario del Futurismo e siccome siamo entrambi appassionati di Futurismo ci siamo chiesti cosa dovevamo fare per l’occasione. Abbiamo puntato su Depero e abbiamo pensato ai Balli Plastici perché il materiale originale era a portata di mano, perciò le ricerche si potevano fare tranquillamente. Lo abbiamo realizzato a tre dimensioni, ma non è un cartone animato, sono realizzazioni digitali, che vengono fatte attraverso lo studio dell’immagine che da figura disegnata diventa concreta. Abbiamo studiato le marionette, che esistono ancora e sono a grandezza d’uomo, però per le riproduzioni ci siamo basati sulle fotografie e sui disegni di Depero stesso. Dai disegni viene fatta una digitalizzazione a tre dimensioni del carattere con uno scanner e viene fuori l’immagine, la si fa muovere e si applicano tutte le teorie e pratiche di animazione. C’è la musica che è la stessa del 1918 e tutto viene calibrato, articolato a seconda dei ritmi e quello che ho dovuto fare è di inventare una trama, una coreografia.
Sono stati ricostruiti quanto più fedelmente possibile, non abbiamo voluto fare Disney, anche perché queste erano marionette di legno, i movimenti erano limitatissimi, c’erano delle cerniere e delle viti, non potevano flettere, bisognava fare dei movimenti obliqui per dare la sensazione dell’ondulazione con figure angolari. Nello stesso tempo si è dovuto inventare un sistema per far muovere le marionette come volevamo noi, allora è stato inventato un software che può essere usato indipendentemente perché non è un fisso e si possono estrarre le marionette una per una e le si può far muovere come si vuole. Su quindici marionette, se ne possono usare anche solo cinque. Il software è stato brevettato dalla ETC ed è di proprietà intellettuale di quelli che lo hanno inventato, loro hanno concesso i diritti e hanno una percentuale degli introiti sulla vendita, perché abbiamo voluto commercializzare il dvd anche su incitamento del MART.
Questa è una dimensione che i Futuristi non avevano potuto nemmeno immaginare, così, come ti dicevo prima, si riproduce il Futurismo di cento anni fa, ma non come punto di arrivo, ma come nuovo punto di partenza.
:: Progetti futuri con Balli Plastici?
Adesso stiamo facendo un altro balletto che si chiama Anihccam del 3000, che significa macchina al contrario, che Depero fece nel 1924, ma sono rimasti un paio di disegni. E’ molto più complicato, ci sono delle metamorfosi, locomotive che diventano umanoidi, cominciano a sviluppare degli affetti. Per ora lo stiamo realizzando, poi se decidiamo di commercializzarlo brevetteremo anche il software.
Abbiamo in programma la realizzazione di tre balletti di Depero.
:: Posto preferito a Pittsburgh.
La vista all’uscita dal tunnel venendo dall’aereoporto e da Mount Washington e sono utili anche per spiegare anche la topografia della città.
Per quanto riguarda i ristoranti io consiglierei Casbah, Soba, Plum o Lucca.


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