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Urban Safari

Piacenza: dalla scale dei topi alla porta sul Po

01 novembre 2016

A Piacenza, il Po è il confine naturale che divide Emilia e Lombardia. Ma, in effetti, non si può dire che sia un buon confine. La città, su una sponda, non è che l’appendice emiliana della Lombardia; la Bassa lodigiana, sull’altra, è la continuazione lombarda del piacentino. In conclusione, Piacenza sa soltanto quello che non è, proprio come Balto. E lì in mezzo, il fiume più lungo d’Italia è una seccatura, un ostacolo da superare lungo la via che unisce la provincia con la Grande Milano.

Una passeggiata alternativa verso gli estremi di Piacenza può raccontare una città schizofrenica, che mette insieme una natura da porto fluviale con l’istinto di fuggire dall’acqua.

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La scala dei topi

Via Mazzini comincia in piazza Cavalli, la cartolina di Piacenza. Scendendo la strada in direzione nord-ovest, i grandi palazzi aulici lasciano il posto al muro di case strette e colorate in quella che è la fetta di centro meno battuta dagli stessi abitanti, lontana dai cocktail bar e dalle vie dello shopping.

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All’incrocio con via San Rocchino, via Mazzini scende a gradoni: è la leggendaria Muntä di Ratt, l’unica scala in una città che si allontana poco dai suoi 61 metri s.l.m.

La montata ratta, cioè ripida, negli anni ha salvato la parte alta dalle piene del Po; nel linguaggio comune viene però intesa con il significato di montata dei ratti, forse a causa dei topi che la risalivano durante le alluvioni per scampare all’annegamento.

Oggi (così come negli ultimi decenni, in realtà) alla Muntä si trova il suggestivo ristorante “La Muntä Gialeo”, che serve piatti della tradizione locale ma non solo. È molto gettonato dai piacentini che hanno ospiti da fuori, e proposto come biglietto da visita della cucina piacentina.

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Le mura, poi più niente

Imbroccando via San Rocchino, a destra, e poi via Borghetto, a sinistra, la schiera di case si fa via via più minuta fino al Bastione di Porta Borghetto. Là dove la città si interrompe, sorge il più lungo segmento ancora conservato della cinta muraria farnesiana, datata XVI secolo.

Porta Borghetto si apre accanto al Bastione, e una targa di marmo ricorda come da questo varco, «baluardo e transito tra Lombardia ed Emilia, uscirono piegate e disperse le milizie straniere, fra noi duramente accampate, il 10 giugno 1859». Gli stranieri in questione sono gli austriaci, padroni del Ducato sin dal Congresso di Vienna (1815), e la liberazione entra nel contesto della Seconda guerra d’indipendenza italiana – per capire, quella della battaglia di Magenta.

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Oltre la Porta c’è una bella e misconosciuta passeggiata che costeggia le mura: a godersela sono perlopiù i cani e i loro padroni. Si tratta di un sentiero sul fondo del fossato, oggi un prato che scende a conca. Sulla sinistra, la città; sulla destra, solo una strada a scorrimento veloce. E, al di là dei campi e della Torino-Brescia, il Po.

Si nota come il fiume, prima ancora di aver fatto la fortuna storica di Piacenza, ne abbia condizionato la forma: se la punta nord si bagna nell’acqua, qui a ovest il centro regredisce via via nell’entroterra e si chiude a riccio.

Più avanti si incontra un secondo bastione, che dopo gli interventi di restauro degli anni 2011-2014 è diventato un belvedere, e ospita un’area attrezzata raggiungibile dal lato interno della cinta.

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Arrivati al termine del tratto murario, si può girare l’angolo e fare il percorso inverso sulla strada interna, più frequentata. All’ombra di una doppia fila di alberi, le mura si dispiegano con grandi arcate.

Sulla destra, la Basilica di Santa Maria di Campagna: con le volte e la cupola affrescate dal Pordenone, è un must-see di Piacenza. Affaccia sul piazzale delle Crociate, dove Papa Urbano II, nel 1095, avrebbe indetto la prima guerra santa.

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Porto (o non porto) sul Po

Risalito il lato occidentale, ci si ritrova davanti al monumento ai pontieri, la porta sul Po. Il quartiere stretto tra l’acqua e la ferrovia porta il nome di Sant’Agnese; una volta era un borgo di barcaioli e pescatori, che scendevano fino al fiume passando per i canali artificiali.

Come la zona di Borghetto, Sant’Agnese era un abitato extracittadino, fuori dal “sasso”. Il sasso, a Piacenza, indica il tessuto cittadino più vecchio, che rispetto alle mura rinascimentali si trova in posizione leggermente più elevata.

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Per estensione, i piasintёin dal sass (letteralmente: piacentini del sasso), sono quelli che vantano il pedigree più puro; parlano un dialetto granitico, con le vocali chiuse e una forte erre arrotolata. Tutta un’altra cosa, insomma, rispetto al linguaggio morbido dei valligiani.

Il termine nasce ai tempi della migrazione dalle campagne, quando gli abitanti del nucleo antico hanno sentito il bisogno di rimarcare le proprie origini; questo dato dà la dimensione della proverbiale diffidenza piacentina, e racconta una città che è un porto mancato.

Dal monumento ai pontieri si può imbroccare il ponte di Po, che ha una corsia per i pedoni e le biciclette; a una certa altezza, sulla destra scende una rampa sul fiume.

Il lungo Po, che conta un’area verde, non è ancora valorizzato. Ma la zona ha un grande potenziale come sito naturalistico e per l’attività all’aria aperta: la strada sull’argine è una vera e propria via del jogging e della bicicletta, e la vicina foce del fiume Trebbia percorre un ultimo tratto molto selvaggio prima di gettarsi nel Po.

E intanto, a quindici metri dall’acqua, le macchine sfrecciano verso nord.

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Il Po comincia a Piacenza, e fa benissimo perché è l’unico fiume rispettabile che esista in Italia: e i fiumi che si rispettano si sviluppano in pianura, perché l’acqua è roba fatta per rimanere orizzontale, e soltanto quando è orizzontale l’acqua conserva tutta la sua naturale dignità. Le cascate del Niagara sono fenomeni da baraccone, come gli uomini che camminano sulle mani.” – Giovannino Guareschi

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