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La nuova vita delle chiese sconsacrate di Piacenza

05 dicembre 2016

Piacenza annovera tra i suoi appellativi quello di città delle tre C. Qualunque cosa ne pensi Beppe Grillo, le C stanno per Chiese, Caserme e Casini  nella versione censurata “casini” diventa “conventi”. 

Gira la leggenda che Piacenza abbia il più alto numero di chiese per abitante d’Italia, dopo Roma. Vero o meno, sono comunque tante, e oggi se ne contano di abbandonate, sconsacrate, riscoperte e convertite in location suggestive e un po’ hipster per gli usi più disparati. 

E il fatto che nessuno, fuori dalla provincia, sappia delle chiese di Piacenza, è indicativo dello spirito di una città che si accontenta molto e si vende molto poco. Il proverbio «piutost ca gninta, l’è mei piutost» (“piuttosto che niente, è meglio piuttosto”) è un cortocircuito linguistico che ricorre in tanti dialetti del Nord Italia, ma interpreta bene una certa “piacentinità”.

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Del Teatro San Matteo abbiamo già sentito parlare, su Nuok. Lo troviamo in uno degli angoli più caratteristici della città, tra via Castello e via Taverna, dove la scacchiera romana del centro si sfalda in una pianta urbanistica tipicamente medievale. Il teatro si riconosce subito: ha ancora tutta l’aria di una chiesa. San Matteo nasce come tempietto preromanico (cioè risalente a prima del Mille), poi ricostruito come chiesa; conserva questa destinazione fino al 1895, quando la parrocchia viene soppressa. Tra le due guerre mondiali è riadattato a sala cinematografica e d’avanspettacolo, con il nome di “Verdi”. Negli anni Trenta si riduce a un buco «scalcinato dall’atrio al palcoscenico, e all’angusta galleria dove gli spettatori più alti toccavano il soffitto decorato di muffa e ragnatele». Lo ricorda così il fu Giulio Cattivelli, critico cinematografico, con evidente nostalgia. La sala viene chiusa e precipita in una decadenza ancora peggiore fino al 1986, quando la compagnia Teatro Gioco Vita trova i fondi per restaurarla: nasce il San Matteo come lo conosciamo oggi, con il palco sistemato nell’abside e la platea che si allunga e si alza a gradoni nella navata.

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L’auditorium Sala dei Teatini è il capolavoro dei recuperi di chiese dismesse. Si trova all’inizio di via Scalabrini, ed è un edificio strano a vedersi da fuori: sembra ne manchi un pezzo. Senza i salienti, che in genere sono a capo delle chiese, l’effetto è quello di un taglio netto. La prima chiesa di San Vincenzo – nome di battesimo della Sala – è costruita all’inizio del XI secolo; la struttura attuale nasce da un progetto (1595) dell’ordine dei teatini, chiamati a Piacenza nell’effervescente clima culturale della Controriforma. Nel 1810 viene chiusa per un concorso di circostanze: il numero ormai esiguo di confratelli e la scarsa simpatia che Napoleone Bonaparte nutre per gli ordini religiosi. Tutti si dimenticano della chiesa fino alle opere di risanamento (1997-2009); il compito più difficile per i restauratori sarà rimuovere gli interventi dei colleghi dell’Ottocento, che forse avevano sbagliato mestiere. Recuperati affreschi e locali, l’auditorium prende forma: la Sala dei Teatini, che ha riaperto al pubblico come sala prove dell’orchestra Cherubini di Riccardo Muti, oggi è uno degli spazi più belli della città.

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Sant’Agostino è una delle più imponenti chiese cittadine, l’unica con cinque navate. A due passi dal Facsal, dà sullo Stradone Farnese, che costeggia le mura dall’interno. Oggi ospita mostre di fotografia, arte contemporanea e design, ed è aperta al pubblico solo per la durata delle esposizioni. Viene iniziata nel 1569 e consacrata in tutta fretta già nel 1573, coi lavori ancora in corso: i fedeli frequenteranno una chiesa senza facciata per più di duecento anni. Nel Settecento, Sant’Agostino diventa un ospedale militare, e soffre il passaggio delle truppe francesi; dal 1801 a una manciata di anni fa è magazzino, scuderia e maneggio dell’esercito. 

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Alla sede di Fondazione Piacenza e Vigevano, in via Sant’Eufemia,  è annessa una chiesetta che affaccia sul retro. Appare un po’ inaspettata nel vicolo Santa Margherita, intimo come un cortile privato. Oggi è l’auditorium della Fondazione, che ospita, dagli interventi di restauro degli anni Novanta, conferenze, mostre e concerti. Il sito nasce come risultato di tre livelli di costruzione: la cripta paleocristiana di Santa Liberata (ancora accessibile) è inglobata nella chiesa romanica di Santa Margherita, a sua volta riedificata come edificio barocco. 

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San Bartolomeo si trova sulla via omonima, nei pressi delle Mura Farnesiane a ovest del centro. Viene eretta nel XVIII secolo in stile barocco, sui resti di una prima chiesa del 1479 e di una seconda costruita dai gesuati – che non sono i gesuiti scritti con un refuso, ma un vero ordine religioso soppresso trecentoventi anni fa. Nel 1983 viene sconsacrata per un crollo; oggi è il laboratorio creativo e lo spazio di esposizione di Santafabbrica, un progetto creativo di allestimenti e scenografie. 

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La collezione delle chiese recuperate mostra che, in effetti, non è così facile riassumere la città in un proverbio. Tra le tappe di questa passeggiata diventa tangibile l’altra anima di Piacenza, che non si arrende allo stato delle cose, ma mette insieme persone, risorse e creatività per trasformarsi in meglio – e ci riesce pure. Una volontà più potente di tutti i piutost del mondo.

Che poi, se a uno non piacciono le chiese, restano sempre Caserme e Casini.

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