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Visita al Teatro Massimo, tempio della musica di Palermo

01 luglio 2014

C’è una linea sottile che collega il punto di partenza e quello d’arrivo della passeggiata dei palermitani: corrisponde alla Via Ruggero Settimo, cuore commerciale della città che si allunga tra i due teatri più famosi di Palermo, il teatro Politeama Garibaldi e il teatro Massimo Vittorio Emanuele. Arrivati qui tutto cambia: le vetrine dei negozi si trasformano e danno vita ad un susseguirsi di finestre aperte sulle diverse nazionalità che si sono appropriate della storica via Maqueda, fino alla Stazione Centrale.

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Baluardo dello sfarzo che caratterizzava il salotto buono di Palermo, continua ad ergersi in tutta la sua eleganza il Teatro Massimo, progettato da Giovan Battista Filippo Basile a metà Ottocento, su un’area di circa 25.000 metri quadri su cui si trovavano, all’epoca, Porta Maqueda (una delle porte cittadine), quattro chiese e due monasteri, che vennero distrutti per dare il via all’imponente costruzione. Proprio a causa di tale dissacrazione, si dice che ancora oggi il fantasma della madre superiora del convento della chiesa delle Stimmate si aggiri tra il palco e i sotterranei del teatro, con la sua veste candida e i suoi lamenti; ad essa sono imputati gli episodi nefasti che colpirono il teatro già nella sua fase di costruzione (durata più di vent’anni). Ovviamente ciascuno di voi è libero di credere o meno a tale storia, ma se salendo la scalinata vi capiterà di inciampare, sappiate che quello è il “gradino della suora”, che ostacola il cammino degli scettici.

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La leggenda della “monachella”, tuttavia, non è il solo mistero legato al Teatro Massimo: nessuno, infatti, riesce a dire con certezza di chi sia la frase che da centinaia di anni campeggia sul frontone: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Questa sorta di monito è stato attribuito nel corso del tempo ai personaggi più disparati, da Verga a Pirandello a Gioberti, ma in realtà non vi sono certezze storiche che ne confermino la paternità. Di certo c’è che ogni palermitano che si rispetti la ricorda a memoria, soprattutto i conducenti dei calessi che sostano indisturbati in attesa di turisti sotto gli alberi nell’antistante piazza Verdi, tra i due chioschi in bronzo realizzati in stile liberty da Ernesto Basile, figlio di Giovan Battista, che portò a compimento i lavori del teatro iniziati dal padre, nel frattempo deceduto. Nonostante gli intoppi e le polemiche che ne accompagnarono la costruzione (molti, soprattutto esponenti della Chiesa, si chiedevano se una città sin da allora piena di problemi come Palermo avesse realmente bisogno di un teatro così maestoso), il Massimo venne inaugurato dal Falstaff di Verdi nel maggio del 1897, 33 anni dopo l’assegnazione del progetto e ben 22 anni dopo la posa della prima pietra.

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Dietro il suo elegante sipario originale – dipinto a mano dal pittore siciliano Giuseppe Sciuti all’interno del Palazzo dell’Esposizione di Roma (non vi erano infatti altri luoghi abbastanza ampi per contenere l’opera) e raffigurante “L’uscita di Ruggero II Re di Sicilia dal Palazzo reale di Palermo dopo l’incoronazione” – scaldarono le ugole, tra gli altri, Caruso, Mario del Monaco, Mariano Stabile (baritono omonimo del più celebre sindaco di Palermo) e la Callas, che nel 1951 vi rappresentò la Norma.

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L’attività teatrale, basata soprattutto sulla rappresentazione di opere, continuò sino al 1974, quando venne chiuso fino al 1997 a causa di un lungo restauro. Dopo la riapertura, è tornato ad essere uno dei simboli di Palermo più conosciuti nel mondo, grazie all’ampia scalinata di ingresso resa celebre da Francis Ford Coppola nella tragica scena finale de Il Padrino – parte III. Essa è controllata dai due maestosi leoni in bronzo, rappresentanti la Tragedia (a destra) e la Lirica (a sinistra, con le trombe in mano), e realizzati rispettivamente da Civiletti e Rutelli, antenato dell’ex sindaco di Roma e autore anche della quadriga che svetta sul Politeama, altro celebre teatro cittadino. Dalla scalinata, addobbata nel periodo natalizio con un tappeto di stelle di natale policrome, si accede al portico, che ricorda i templi classici; l’eleganza e la formalità del classicismo, presente anche nel grande foyer, si contrappone però alla meccanica moderna utilizzata per rendere la cupola del teatro (visibile da tutte le terrazze della città) completamente scoperchiabile, per permettere l’areazione della sala interna nelle giornate più calde.

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Il teatro è il più grande d’Italia e terzo per dimensioni in Europa dopo l’Opera di Parigi e la Staatsoper di Vienna; conta cinque ordini di palchi più il loggione e la platea (per un totale di 3200 posti) e vanta uno dei palchi reali più grandi ed eleganti (ha il triplo delle dimensioni rispetto ad un palco normale), finemente decorato da Ettore De Maria Bergler – pittore caro ai Florio – con rose e fiori di mandorlo.

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Tra gli stucchi spicca lo stemma reale, rivestito d’oro zecchino. Annesso al palco si trova il Salotto del Re, uno spazio antistante arricchito con poltrone di seta capace di accogliere fino a trenta persone, in cui – su prenotazione e solo dalle 11 alle 14 – sarà possibile degustare un indimenticabile aperitivo preparato dallo chef Natale Giunta. La volta della sala a ferro di cavallo, è riccamente decorata con allegorie mitologiche, presenti sia nel tondo centrale che nei “petali” di tela mobili disposti attorno ad esso, che si aprono verso l’esterno permettendo la circolazione dell’aria.

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Merita una sosta anche la cosiddetta Sala pompeiana (oggi Sala dell’ONU), saletta circolare caratterizzata dal colore rosso dei velluti originali: è decorata da legni pregiati e dipinti di puttini che suonano strumenti musicali alternati ai volti di grandi personaggi; su tutte spicca l’eleganza di Eleonora d’Aragona, scolpita nel marmo da Laurana. Nella sala regna il simbolismo, soprattutto legato al numero sette e ai suoi multipli: quattordici, ad esempio, sono le porte, ma solo sei di queste conducono realmente ad altri ambienti. Provate voi a scoprire quali siano!

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Nelle serate di gala il foyer brulica di signore ingioiellate ed eleganti cavalieri che rivivono la belle epoque palermitana sotto lo sguardo vigile della grande statua in bronzo del progettista Giovan Battista Ernesto Basile, che aveva pensato al teatro Massimo come ad un moderno centro polivalente: le sale al piano terra, infatti, erano state destinate alle riunioni del Circolo dei Nobili, ad un caffè, nonché ad una biblioteca, ancora attiva dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13.30 (solo il martedì e il giovedì anche il pomeriggio fino alle 16.30) dove è possibile consultare e fotocopiare libri, foto, materiale d’archivio e visionare il materiale audio/video relativo alle rappresentazioni più importanti tenute al Massimo.

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Insomma, il Massimo brulica talmente di storia e bellezza che una visita al suo interno è tappa obbligata anche per gli amanti dell’hip hop; e se le dimensioni maestose della struttura non vi consentono di apprezzarla nel suo complesso, stupitevi dei suoi dettagli grazie al fedelissimo modello originale in legno del Teatro conservato nel foyer.

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