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Day Trip

Viaggio surreale tra i mostri di Villa Palagonia a Bagheria

29 marzo 2015

Con i suoi primi tepori e le giornate che si allungano, questo è il periodo dell’anno ideale per spendere una giornata fuori porta, alla scoperta delle piccole perle che circondano le nostre città e che – nel tran-tran di tutti i giorni – ci sembrano più lontane di quanto siano realmente. Ci vogliono, infatti, solo quindici minuti di treno e – traffico permettendo – altrettanti di autostrada, per raggiungere Bagheria, la meta del nostro day trip di primavera.

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L’aria di questa città deve avere qualcosa di speciale, visto che i suoi figli più celebri sono tutti accomunati dal sacro fuoco delle arti: la poesia per Ignazio Buttitta, la fotografia per Fernidando Scianna, la pittura per Renato Guttuso e il cinema per Giuseppe Tornatore, che ha reso omaggio alla suo paese natio col film candidato all’Oscar del 2009, Baarìa (antico nome della città). Ma l’estro che accomuna i bagheresi non è un carattere recente; l’esempio più lampante, anzi, è stato impersonato da Francesco Ferdinando Gravina e Alliata, VII Principe di Palagonia, vissuto a metà del Settecento, e conosciuto con l’inquietante pseudonimo del “negromante” per la sua eccentricità e l’aria di mistero che circondava la sua persona.

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Ciambellano personale del Re di Napoli, curato nei modi ed affascinante per stile e cultura, si dice che non fosse esattamente un bell’uomo, e forse proprio tale complesso lo ha spinto a costellare il palazzo di famiglia di centinaia di statue di incredibile bruttezza e deformitàUn’altra ipotesi molto accreditata – collegata alla fama di negromante che accompagna la figura del Principe di Palagonia – sostiene che la disposizione dei mostri lungo le mura della villa riproduca uno schema alchemico: in particolare, rappresenterebbe la ricerca dell’armonia attraverso la musica e la materia (questo spiega la presenza di numerosi musici tra i “mostri”, e di simboli legati a Mercurio, dio della trasformazione della materia, appunto).

Nel Settecento, per arrivare alla villa si doveva percorrere quella che oggi è via Palagonia: un lungo viale d’accesso ornato con statue e grandi vasi e intervallato da due maestosi portali, di cui solo uno – quello chiamato “arco del Padreterno”, vigilato da grandi statue di soldati spagnoli – è ancora visibile.

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L’ingresso della villa è sorvegliato da due grandi strambe sculture di ispirazione asiatica, realizzate in “pietra d’Aspra” (tufo) da manovalanza locale; ma basterà continuare a guardarci intorno per scorgere una variegata serie di figure inquietanti che ci osservano appollaiate lungo tutte le mura perimetrali del rigoglioso giardino.

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La varietà di questi esseri deformi ha colpito profondamente anche l’illustre drammaturgo tedesco Goethe, che, portato a visitare la Villa nel 1787 durante il suo viaggio in Italia, ne uscì disgustato, tanto da descriverla con queste parole: “(…) quanto di non naturale possa concepire un cervello anomalo, si colloca nel recinto e nella parte interna di essa, la quale avrebbe potuto essere delizia e fu invece nausea a quanti vi si recano. Uomini con teste di donne, donne con teste di uomini, cavalli con zampe di cani e rostri di uccelli rapaci, bestie tricipiti, bipedi senza piedi, esseri con la bocca nella fronte e nasi all’ombelico, soldati, pulcinelli, turchi, spagnuoli e mostri delle più stravaganti forme; e con essi nani, gobbi, sbilenchi, sciancati, figuracce orride(…) immaginate questi zoccoli e piedistalli e deformità allineate a perdita d’occhio: e proverete il penoso sentimento che opprime chi si trova a passare sotto le verghe da questa follia.  Di sicuro, questa descrizione che oggi potrebbe apparirci esagerata, rispecchiava il pensiero del tempo, se da allora si tramanda la diceria che i mostri potessero addirittura provocare aborti o parti deformi alle donne incinte che avessero incrociato il loro sguardo.

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Nonostante l’impianto architettonico della villa sia squadrato e lineare, le bizzarrie continuano anche al suo interno. Saliamo una delle due rampe del maestoso scalone che conduce al portone principale, su cui campeggia il grande stemma della famiglia Gravina, ed entriamo nel piccolo vestibolo – affrescato con le fatiche di Ercole – da cui si accede alle uniche sale oggi visitabili: il salone degli specchi, la sala del biliardo e la cappella.

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Sulla porta d’ingresso alla sala degli specchi, una scritta invita il visitatore a guardarsi nei vetri deformanti che adornano il soffitto e le pareti della stanza, per riflettere su quanto sia magnifica, ma allo stesso fragile, l’immagine che ci rimandano, e con essa la nostra stessa esistenza. Tra i marmi e gli specchi spiccano i busti di antenati dei Gravina e di altri nobili dell’epoca; si narra che la sala fosse decorata con statue che muovevano gli occhi automaticamente e sedie senza una gamba o con i cuscini imbottiti di spilli: elementi che, sicuramente, saranno restati nella memoria degli ospiti più dell’eleganza policroma di soffitto, muri e pavimento.

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Le sale sono ormai prive di qualsiasi arredo, ma è lo stesso semplice lasciarsi andare alla suggestione e immaginare l’atmosfera che doveva regnare a palazzo. Uscendo sul terrazzino posteriore, adiacente al corridoio che conduce agli appartamenti privati del piano nobile (oggi non visitabili), si scorge la chiesetta privata, su cui campeggia una statua della Madonna sorretta da piccoli angeli, che contrasta con i mostri in tufo appollaiati sulle mura vicine.

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All’interno della chiesa, ancora aperta al culto, le stranezze continuano: la statua del crocifisso che pende dal soffitto, è ancorata a terra a quella di un uomo in ginocchio (probabilmente lo stesso Principe) grazie ad una catena che gli parte dall’ombelico. Inquietante è anche la statua di una donna bella ed elegante, ma divorata dai vermi, come a ricordarci ciò che – indistintamente – ci attende dopo la morte. E proprio legata alla morte del Principe Francesco Ferdinando è la diceria secondo cui, nei giorni seguenti la sua dipartita, la villa venne interamente dipinta di nero in segno di lutto!

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Tante stranezze hanno affascinato noi come altre migliaia di visitatori, anche illustri, che – da quando la Villa è divenuta di proprietà privata, ma aperta al pubblico – vi hanno trascorso momenti di svago misti ad una certa inquietudine: tra loro non potevano mancare personalità eccentriche come Borges (che la visitò insieme a Scianna nel 1984) e Dalì, il quale fu talmente colpito dal racconto che gli fece la moglie Gala (che aveva visitato la villa nell’agosto del 1965), da proporsi come acquirente, con l’intento di trasformare Villa Palagonia nel suo atelier siciliano. La trattativa evidentemente non andò a buon fine, ma la villa ha continuato ad esercitare il suo fascino tra visitatori e artisti, tanto da essere stata set di pellicole cinematografiche e soggetto di alcune opere del baariòto GuttusoPassare qualche ora ad osservare le stranezze dei mostri di Palagonia è un’esperienza che non può essere provata in nessun’altra villa italiana (qualcosa di simile però si trova vicino Viterbo e noi di Nuok ve ne abbiamo parlato qui), quindi approfittate delle prime belle giornate di primavera per scoprire questo posto surreale!

 

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