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Urban Safari

Il Càssaro: la storia di Palermo in Via Vittorio Emanuele

30 settembre 2015

Il problema di Palermo, si sa, è il traffico; ma ciò, da un paio di mesi, non vale più in due tratti delle sue arterie principali – Via Maqueda e Via Vittorio Emanuele, entrambe fino ai Quattro Canti – che sono state trasformate in isola pedonale per permettere ai turisti una fruizione migliore dei numerosi monumenti presenti nell’area, soprattutto dopo l’inserimento dell’itinerario arabo-normanno palermitano nel patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Armiamoci, dunque, di curiosità e scarpe comode, e iniziamo la nostra passeggiata lungo una delle vie più antiche della città: Via Vittorio Emanuele, o il Càssaro, come amano ancora chiamarla i palermitani.

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Risalente all’epoca dei Fenici, che ne fecero la strada principale del loro agglomerato nell’VIII secolo a. C., assunse ancora più importanza in epoca araba, quando – unica in tutta la città – venne ricoperta di lastre di marmo (“al balat”, da cui deriva il termine “balate”, ancora in uso per indicare una precisa tipologia di rivestimento del manto stradale). Sempre a quell’epoca risale la sua denominazione più comune: il “Càssaro” (in arabo “al qasr”), infatti, era la fortezza che oggi conosciamo come Palazzo dei Normanni, da cui si dipanava – scendendo lievemente fino al mare per un chilometro e mezzo – la lunga strada che, nel corso dei secoli, è diventata il punto focale del potere religioso e laico.

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Partiamo da Porta Nuova, lasciandoci alle spalle il rumore di Piazza Indipendenza; la Porta, attualmente in fase di restauro, venne costruita come accesso alla città a metà ‘500, per celebrare la vittoria di Carlo V sui turchi: questo spiega la presenza di grossi telamoni dalle fattezze orientali sulla facciata verso Monreale. Distrutta nel ‘600 dall’esplosione di un deposito di polvere da sparo, venne ricostruita con l’aggiunta della piramide policroma che la sovrasta, su cui spicca l’aquila, simbolo di Palermo. Fino al 1940, la Porta fungeva anche da “particolare” orologio cittadino: cercarne i resti sulla facciata, però, sarà completamente inutile, perché, per indicare l’ora, veniva steso ogni giorno – pochi minuti prima delle 12 – un drappo bianco, che veniva ritirato a mezzogiorno in punto!

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Alla nostra destra costeggiamo le mura dell’imponente Palazzo dei Normanni, oggi sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, e già corte di Federico II. Al suo interno merita una visita la celebre Cappella Palatina, completamente intarsiata di mosaici dorati in stile bizantino (vi si accede da Piazza Indipendenza), mentre all’esterno, su Piazza del Parlamento, l’ingresso al palazzo è vigilato dalla grande statua di Filippo V, re di Spagna. La fontana e la statua originale vennero distrutte durante i moti del 1848 e sostituite con le attuali, che riproducono il sovrano con otto statue ai suoi piedi (le otto nazioni su cui si estendeva il suo dominio). Attraversando il rigoglioso giardino di Villa Bonanno impegniamoci a cercare – tra busti e panchine – i resti del complesso di epoca romana: scavi, statue acefale, e, soprattutto, dei bellissimi mosaici policromi, ci porteranno in un’altra epoca ed in un’altra dimensione, rispetto a quella normanna che ci siamo appena lasciati alle spalle!

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Ma continuiamo la passeggiata e fermiamoci ad ammirare lo splendore della Cattedrale. Il piazzale antistante, chiuso da una balaustra decorata con statue di santi siciliani, venne appositamente creato a ridosso del Càssaro nel 1452. Su quell’area sorgeva già una chiesa bizantina, trasformata in moschea in epoca araba e ridestinata al culto cristiano dai normanni, che – nel 1185 – ne fecero una cattedrale consacrata a Maria Assunta. Circumnavigando l’enorme struttura, sono ancora ben riconoscibili i tratti distintivi delle varie dominazioni (soprattutto quelli arabi nel prospetto in direzione dell’abside); spiccano il portico in stile gotico fiorito catalano, e i merli e le guglie della facciata, che danno l’impressione di essere al cospetto di un enorme castello di sabbia! Gli ultimi interventi (spesso aspramente criticati) risalgono a fine ‘700, quando venne costruita la grande cupola e venne smantellato il soffitto di legno (secoli prima le pareti interne erano state private dei preziosi mosaici da cui erano rivestite). A questo è dovuto l’aspetto spoglio e austero dell’interno della Cattedrale, che stona con la ricchezza del suo esterno; ma non fatevi ingannare, vi si nascondono comunque molti tesori!

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Il primo, e più evidente sin dall’ingresso, è sicuramente l’enorme urna in argento cesellato che conserva le reliquie di Santa Rosalia, portata in processione per le vie cittadine il 14 luglio. Trovano dimora tra le navate anche le spoglie del beato Don Pino Puglisi, assassinato dalla mafia nel ’93, e i sarcofagi dei re di Sicilia Ruggero II e Federico II (che fu anche Imperatore del Sacro Romano Impero), dei genitori di quest’ultimo, Enrico VI e Costanza d’Altavilla, e di sua moglie Costanza d’Aragona. Già all’epoca della realizzazione del piazzale della cattedrale, le “balate” arabe erano state rimosse (sono tuttavia ancora visibili davanti a Palazzo delle Aquile) e la via era considerata l’arteria cittadina principale, sia per la sua posizione rispetto al potere politico e religioso, che per la sua vivacità commerciale: molte, infatti, erano le botteghe che si susseguivano lungo la strada, e che – col tempo – dovettero dividersi lo spazio con i palazzi dell’aristocrazia e i numerosi conventi dei vari ordini religiosi.

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Lasciandoci alle spalle i palazzi della Diocesi ed alcune dimore nobiliari come palazzo Isnello e palazzo Asmundo (oggi visitabili su prenotazione), scorgiamo alla nostra sinistra la Biblioteca Regionale, nata nel XVI secolo come “Casa degli Studi” e sita all’interno del Collegio dei Gesuiti. Basterà attraversare la strada, per passare dall’area squadrata della sua corte interna agli ambienti circolari della chiesa del SS. Salvatore, l’unica, in città, ad avere pianta ellittica. Danneggiata gravemente dai bombardamenti del ’43, fu riaperta al pubblico qualche decennio dopo, con la funzione di auditorium. Solo da una decina d’anni, la sua navata circolare – decorata con marmi policromi – ha ripreso ad ospitare funzioni religiose.

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Occorre sapere che il Càssaro divenne “Via Vittorio Emanuele” solo nel 1860; prima, era conosciuta come Via Toledo, dal nome del Viceré che – a metà del ‘500 – ne progettò il prolungamento dai Quattro Canti fino all’odierna Piazza Marina e che volle lo sbancamento di quelle che oggi sono Piazza Pretoria e Piazza Bologni. Ed è proprio qui che arriviamo, continuando la passeggiata tra negozietti di souvenir e di libri di testo usati.

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Il vero nome della piazza, sarebbe “Bologna”, da Aloisio Beccadelli da Bologna, un nobile inquilino di palazzo Alliata di Villafranca – una delle dimore storiche che delimita la piazza. Inspiegabilmente, ma ormai definitivamente, il nome di questo slargo è stato storpiato in piazza “Bologni”, nota anche per essere la piazza in cui la statua di Carlo V, dall’alto del suo piedistallo, indica con la mano il livello di munnizza (spazzatura) presente in città! Ovviamente, la mano tesa del sovrano è solo un gesto di saluto ai suoi sudditi, ma i palermitani amano sdrammatizzare anche sui problemi più seri. Proprio di fronte alla statua si trova Palazzo Riso, sede del Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea, aperto nel 2005.

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Siamo quasi alla fine della nostra passeggiata; a pochi passi dalla maestosa chiesa di San Giuseppe dei Teatini, baroccamente decorata con stucchi, affreschi e marmi policromi, si trova quello che è, a nostro avviso, uno dei punti più suggestivi di Palermo: i Quattro Canti di città. In questo punto, la direttrice che dalla montagna arriva al mare, incrocia la secentesca Via Maqueda, dando vita a quelli che storicamente sono i quattro mandamenti in cui si divide il centro storico (Castellammare, Tribunali, Palazzo Reale e Monte di Pietà), e che ancora vivono di caratteristiche culturali, sociali ed architettoniche proprie. L’incrocio di queste due strade principali, modificò per sempre l’assetto urbanistico di Palermo, spazzando via l’intricato disegno di viuzze arabe che costeggiavano il Càssaro, per dar vita ad una serie di parallele e perpendicolari che – nel corso dei secoli – avrebbero nascosto la vista del mare da buona parte della città.

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I Quattro Canti (o piazza Vigliena, dal nome del viceré spagnolo che ne volle la realizzazione) sono conosciuti anche come “ottagono del sole” o “teatro del sole”, poiché, ad ogni ora della giornata, il sole ne mette in evidenza la ricchezza delle decorazioni. Su ogni cantone, infatti – dal basso verso l’alto – spiccano una serie di elementi che rievocano un passaggio simbolico dalla terra (e la natura) al cielo (la sovranità temporale e spirituale); alla base troviamo le fontane che rappresentano i fiumi di Palermo (Oreto, Kemonia, Papireto e Pannaria), su cui spiccano le allegorie delle quattro stagioni (Eolo, Bacco, Venere e Cerere), sovrastate dalle statue dei sovrani borbonici (Carlo V, Filippo II, Filippo III e Filippo IV) e – al livello più vicino al cielo – dalle quattro Sante (Agata, Ninfa, Cristina e Oliva), patrone della città prima di Santa Rosalia. La Santuzza, tuttavia, resta al centro dell’attenzione in questo incrocio durante la sera del “festino” (il 14 luglio): è proprio qui, infatti, che “il carro” si ferma per accogliere a bordo il sindaco della città, che le rende onore donandole dei fiori e gridando, tra il tripudio della folla “Viva Palermo e Santa Rosalia!”. In cima ai quattro cantoni svetta l’aquila simbolo del senato pretorio, e con la testa all’insù concludiamo la nostra passeggiata ricca di storia per questo tratto del Càssaro, in attesa di condurvi ancora oltre fino al Foro Italico.

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