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New York secondo Giulio D’Antona

06 maggio 2016

Fresco fresco di stampa per minimumfax, Non è un mestiere per scrittori è una guida agli Stati Uniti, e in particolare a New York, davvero non convenzionale. Negli intenti ufficiali è un brillante racconto su “come funziona il più importante mercato editoriale del pianeta, un’industria culturale che ancora influenza in maniera profonda il nostro immaginario“, nella pratica è un avventuroso viaggio nella città che non dorme mai, anche quando si parla di libri, librai, librerie e sì, anche letteratura. Giulio D’Antona è bravissimo a portarci alla scoperta di un lato della Grande Mela fino a oggi ancora inesplorato, e noi di Nuok siamo pronti a seguirlo, con qualche domanda in più. Buona scoperta.

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Il tuo libro ha tutto il sapore di un road trip letterario, ma che cosa ha New York rispetto a tutte le altre città americane?

C’è un vecchio modo di dire, che come molti dei modi di dire americani è poco proverbiale e molto vero: «New York non è l’America». Questo è quello che ha. Oppure, volendo ribaltare l’assunto, New York è tutta l’America nello spazio di una città, pur grande. Oppure ancora, New York è il punto d’ingresso all’America, e questo la rende straordinariamente complessa. È una città che si è costruita in decenni di immigrazione e che, come un retino, come una vasca di smistamento, come un imbuto, ha trattenuto qualcosa da ogni esemplare umano sia passato di lì. Una specie di filtro. E quello che ha trattenuto si è trasformato in quartieri, ha generato la stratificazione e costruito la città. Questo ha, rispetto a tutte le altre città Americane: il resto d’America e il resto del mondo, a disposizione.

La grande America. Raccontaci una esperienza che hai vissuto o una persona che hai incontrato e che ti è rimasta impressa.

Domanda enorme. La verità è che io agli americani voglio proprio bene. Uno per uno, gli voglio bene. Fuori da New York, poi, ci sono persone meravigliose, generose e disponibili. Sembra che tutti vogliano esserti amici. Anche nei posti che incutono più timore, dove la diffidenza è palpabile, dove la gente si gira a guardare i forestieri, c’è modo di trovare qualcuno con cui bersi una birra nella giusta disposizione d’animo. Forse la persona e il luogo a cui rimango più legato in seguito a questo libro, è il mio amico Nick Butler, uno scrittore straordinario che vive lassù nel Wisconsin in mezzo alle foreste e i bisonti e i coyote. Non c’è un episodio che mi ricordi più di un altro (o ce ne sarebbero decine tutti ugualmente significativi), ma credo che i falò di Nick nell’estate del Midwest siano tra le cose che ricordo con più affetto.

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Che posto ci suggerisci nella City per leggere il tuo libro?

Se per “City” si intende Manhattan, io amo molto l’Upper West Side, Amsterdam Avenue intorno all’Ottantesima. Ma leggendo si rischia di perdersela, quindi quello è un posto dove passeggiare. Ho una certa passione per Central Park verso Harlem, vicino all’Harlem Meer, ci sono dei begli angolini dove fermarsi e riflettere. Ma il mio posto preferito per rilassarmi è senz’altro il museo di storia naturale: dietro, nel parchetto che dà su Columbus Ave d’estate (magari con un bagel al salmone di Barney Greengrass) oppure dentro il museo d’inverno, nella Evolution Hall, sotto la balenottera azzurra.

Se solo potessi, che cosa importeresti in Italia da New York? E viceversa?

Se potessi mi porterei dietro l’intera città. I diner per pranzare o fare colazione, le bodegas con gatti annessi, le lavanderie e i bar del porto giù a Red Hook. Ma fuori dalla città sarebbero spiazzati e spiazzanti. A New York mi mancano la pasta come si mangia a Roma e le montagne come le vedo dalla mia finestra quando sono in Italia.

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Ci sono altre città nel mondo che ritieni essere il posto giusto per uno scrittore?

Ogni città è giusta per il giusto scrittore. Ho un amico (molto più bravo di me, uno scrittore vero) che non se ne andrebbe mai da Milano, la ama profondamente e lì ha scritto cose straordinarie. Se dovessi scegliere qualcosa che non sia New York, per me stesso, direi Istanbul o Tel Aviv. Sono città autentiche, ricche e abbastanza chiassose.