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New York secondo Aldo Soligno

08 ottobre 2016

Aldo Soligno è un fotogiornalista italiano. È nato a Napoli, è cresciuto a Modena, ha vissuto a Milano e ora, da qualche anno, si è trasferito a New York City. I suoi scatti sono stati pubblicati su riviste di tutto il mondo: MSNBC, Marie Claire Francia, Vanity Fair Italia, Gioia, D di repubblica, il Venerdì di Repubblica, Panorama, Aftenposten e Corriere della Sera. Ha esposto i suoi lavori a Roma, Milano, Amsterdam, Chelsea, Tokyo e Parigi. Le sue foto sono racconti e storie visive, che mettono il fruitore davanti a tutta l’umanità e la bellezza delle persone che Aldo scatta, con un occhio attento e curioso.

Aldo_Soligno_fotogiornalista

Ciao Aldo e benvenuto su Nuok. Veniamo subito al sodo del tuo lavoro, che ci ha molto colpiti. Come definiresti il tuo approccio alla fotografia?

Oggi siamo bombardati dalle immagini, è innegabile. Ci sono tantissimi fotografi, anche amatoriali, incredibilmente bravi nella produzione di “immagini singole”, scatti unici che vivono slegati dagli altri, non all’interno di una storia. Per questo, più che fotografo, preferisco definirmi fotogiornalista. Questo perchè ciò che più mi interessa non è la fotografia fine a sè stessa, bensì la fotografia pensata come racconto per immagini. Solo attraverso una serie di immagini, pensate come parte di un corpo unico, si possono raccontare storie complesse, caratterizzate da molteplici sfumature.

Sei, insomma, non solo un fotografo, ma anche un narratore…

Direi di sì. Credo siano due gli aspetti che mi caratterizzano principalmente come autore. Innanzitutto la volontà di affrontare temi complessi attraverso molteplici punti di vista e poi l’approccio logico e analitico, entrambe le “forme mentis” derivano dalla mia formazione come Fisico. L’unione e l’equilibrio di questi due aspetti è ciò che caratterizza il mio lavoro. La foto perfetta è quella che ad un forte impatto visivo, che incuriosisce l’osservatore, associa un forte contenuto e il maggior numero di informazioni possibili. Solo così l’osservatore “entra” nell’immagine, cercando di decodificarne tutti i simboli e gli elementi. E ne esce arricchito da qualcosa che prima non conosceva.

Le tue scelte di cosa raccontare sono sempre molto coerenti, forti, decise. Sono prese di posizione e storie potenti. Parli di diritti e di ambiente. Come scegli i luoghi e le persone che intendi scattare?

Quando parto per un viaggio, prima ancora di esplorare lo spazio e i luoghi, cerco di esplorarne l’umanità che ne fa parte. Quello che mi interessa di più sono le relazioni tra le persone. E tra queste e l’ambiente che li circonda.

Hai viaggiato tanto, in posti incredibili e spesso “rough”. Parte del tuo lavoro sta proprio anche nel viaggio in sè, e nelle molteplici esperienze che si possono assorbire arrivando e inserendosi in nuovi contesti e con nuove culture. Cosa significa per te esplorare posti come l’Uganda, la Striscia di Gaza o Haiti?

Ho avuto modo di raccontare tante situazioni piuttosto “estreme”, come guerre, povertà o malattie. Quello che mi ha sempre lasciato stupito è la forza e la tenacia che tante volte queste situazioni instillano nell’uomo. Spesso, quando torno a casa e racconto le mie esperienze, molte persone fanno fatica a credermi. Non si capacitano di come ci possa essere ancora tanta umanità, coraggio e voglia di riscatto. Eppure, sono proprio questi contesti estremi a indurre le persone a ritrovare qualità nascoste che tutti abbiamo, ma che spesso in contesti “normali” restano sopite.

Ogni mio viaggio prevede dunque sempre una doppia esplorazione: innanzitutto culturale, di luoghi e persone lontani dalla nostra quotidianità, e poi umana, legata alla nostra umanità in senso lato. Un senso di essere e di esistere che è uguale in ogni parte del mondo. Nel bene e nel male.

Veniamo ora a New York, la città in cui hai scelto di vivere da qualche anno. Come sei finito qui?

Devo ringraziare mia moglie se sono venuto a vivere qui. Eravamo già stati qui nel 2012, quando ho seguito la rielezioni di Obama per il magazine italiano Gioia. Ovviamente, ci siamo subito innamorati della città. Due anni dopo poi, mia moglie ha avuto una proposta di lavoro da una start-up situata proprio qui a New York. Quella è stata l’occasione perfetta per trasferirci. Dopotutto, con la mia agenzia Echo Photojournalism pubblichiamo spesso qui in America su Time Magazine, New York Times o Newsweek. Dunque poter avere l’opportunità di essere più vicino a queste realtà era sicuramente qualcosa da non farsi scappare.

Come ti ispira NYC nel tuo lavoro?

New York mi ispira in diversi modi. Questa è sicuramente una città molto complessa che richiede molto sforzo ed energia per poterci vivere. Per questo ho dovuto, non solo concentrarmi molto non solo sul mio lavoro tradizionale di fotogiornalista, ma anche affinare altre competenze. Diciamo che New York mi ha costretto a diventare anche imprenditore di me stesso, oltre che semplice autore.

Ti trovi spesso a scattare in città?

New York è una delle città più fotografate al mondo, quindi, a parte qualche foto fatta con il mio iPhone da condividere con gli amici, devo dire che scatto pochissimo in città. Indubbiamente però, il melting pot di culture e persone che garantisce sono uno stimolo incredibile per il mio lavoro.

In quale quartiere vivi? Come lo hai scelto?

Il primo anno abbiamo vissuto a Manhattan, nella zona di Murray Hill. Appena arrivati è stato stupendo, sei nel pieno di Midtown circondato dai grattacieli e dalle grandi Avenue. Senti davvero di essere arrivato New York. Dopo un anno però abbiamo visto l’altra medaglia del quartiere: il rumore incessante delle sirene, della strada e l’assenza di luoghi di vera pace e tranquillità. Per questo abbiamo deciso di trasferirci a Downtown Brooklyn dove abbiamo la comodità di avere Manhattan ad una fermata di metropolitana, ma anche la tranquillità, il silenzio e una serie di luoghi di aggregazione quali piccoli caffè e ristoranti che ti permettono di staccare la spina dalla frenesia della city.

Quali sono i tuoi 4 “spot” preferiti a Manhattan (e Brooklyn)?

Citarne solo 4 è piuttosto arduo. 

Sicuramente il Brooklyn Bridge Park. È vicino casa, con una vista straordinaria e soprattutto la mattina non c’è moltissima gente. Poi la Brooklyn Roasting Company, sempre vicina al Brooklyn Bridge Park, è il luogo dove preferisco lavorare quando sono fuori di casa. Ampio, molto piacevole e con persone estremamente interessanti che lo frequentano. Amo mangiare e amo il cibo semplice e italiano. Per questo un altro dei miei in città è Piada, uno dei locali che frequento di più. Lo gestisce un caro amico (Sebastiano Peluso, che noi abbiamo intervistato su Nuok qualche tempo fa! n.d.r.) ed è un crocevia di Italiani estremamente interessanti. Siccome poi sono cresciuto in Emilia-Romagna, una buona piadina ogni tanto non posso proprio farmela mancare. Infine ci sono due quartieri che amo molto: Soho, dove spesso mi fermo a pranzare da Piccola Cucina, ed il West Village. Mi piace perdermi tra le strade e le case e passeggiare con mia moglie, anche solo alla ricerca di un buon caffé.  Siamo già a 5 spot ma non ho finito. Quando sentiamo che stiamo cominciando a dare per scontata questa città, con mia moglie ci facciamo una passeggiata lungo in waterfront di Brooklyn, prendiamo un paio di hamburger da Shake Shack e ci fermiamo a mangiarli sui tavolini che affacciano su Manhattan. Lì sembra davvero di sentirsi in un film, con il tramonto, le luci del Financial District ed il Brooklyn Bridge. In quel momento, proprio non puoi non ricordarti quanto New York sia meravigliosa e unica.

Dove vai quando devi pensare e dove vai quando devi lavorare?

Come già vi accennavo, spesso mi piace andare a lavorare alla Brooklyn Roasting Company. Se invece ho bisogno di pulire la mente o ispirazione vado al MET. È un luogo immenso, con opere da tutte le epoche e molta arte visiva. L’ideale per perdersi nei propri pensieri. Inoltre vi sono esposti molti quadri di Caravaggio e la sua luce mi ha sempre ispirato molto. Infine spesso anche la bicicletta mi aiuta a staccare, quindi a volte attraverso il Brooklyn Bridge e poi risalgo Manhattan seguendo la pista ciclabile del West River, vari miei progetti fotografici sono nati pedalando per quelle vie.

La tua prossima tappa sarà…

Per ora ho tre progetti in ballo: la continuazione del mio lavoro sulle malattie rare, che mi terrà impegnato tra Novembre e Febbraio, e due progetti sulle elezioni americane che sto portando avanti qui a New York, uno sulla comunità mussulmana ed uno sulla comunità afro americana. Sono molto contento di quello che mi aspetta nei prossimi mesi…

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