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Tre indirizzi della Milano slow living in zona Sottocorno

10 aprile 2016

Milano è senza dubbio la città che, più di altre, va notoriamente di fretta. I tram si prendono al volo, in fila alla cassa si sbuffa, le chiavi di casa si preparano almeno cinquanta metri prima del portone. E non è una questione di carattere, né di attitudine. E’ Milano che ti cambia.

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Nuok, in controtendenza, vuole raccontarvi invece la bellezza d’altri tempi di una città che si sveglia lenta e che ha imparato a godere dei suoi angoli più autentici. Perché Milano, di fatto, è anche questo. E’ l’amica del cuore da manuale, quella che non finirà mai di sorprenderti. Passeggiamo in via Pasquale Sottocorno, ad esempio, e ci scordiamo di essere in centro città. Ci scordiamo di tutti i luoghi comuni sul grigiore, sull’aspetto da polo industriale e sul ritmo della vita che corre pazzo lungo le rotaie del tempo. Gli incroci delle vie comprese tra Piazza Tricolore e Piazza Cinque Giornate sembrano chiederci sottovoce di fermarci a fotografarli. A respirarli.

L’architettura liberty delle palazzine d’epoca racconta di tempi passati e immortala i segreti della Milano che è stata. I fiori sui davanzali sanno che la primavera è arrivata. Il silenzio è incredibilmente bello da ascoltare. Lo sa bene Giacomo Bulleri, cuoco (guai a chi lo chiama chef!) e uomo dall’alto valore aggiunto, che in via Sottocorno ha deciso di dare forma ai prodotti della sua passione, facendola vivere per sempre. Quattro gli indirizzi a marchio Giacomo che, infatti, si rimbalzano da un civico all’altro della via: Giacomo Pasticceria, Giacomo Tabaccheria, ristorante Da Giacomo, Giacomo Bistrot. Ognuno concepito per rispondere all’incalzante voglia di fare di Bulleri, le cui idee si moltiplicano nonostante i novant’anni, i quattro indirizzi sono oggi dei veri e propri luoghi di culto della Milano che sa come concedersi una pausa a base di eccellenza.

Torta Giacomo Pasticceria

Ma facciamo un passo indietro. Giacomo Bulleri è nato a Collodi nel 1925 e il parallelismo con Pinocchio viene subito spontaneo. La cucina, la sua amante, lo ha accompagnato da sempre: durante gli anni fervidi della primavera torinese, prima, e nel periodo dell’affermazione milanese, poi. Piatto dopo piatto, aneddoto dopo aneddoto, Bulleri è riuscito a conquistare i palati del suo pubblico, che via via si è fatto più variegato e raffinato. Del cuoco-cantastorie dobbiamo riconoscere la lungimiranza d’aver saputo interpretare i cambiamenti che la società stava vivendo, parallelamente al suo successo di ristoratore: il “concetto Giacomo”, in origine cucina tradizionale, è dunque stato declinato in quattro diverse formule, tali da rispondere in modo esaustivo alla crescente differenziazione della domanda. Non a caso il marchio Giacomo è oggi saldamente radicato nel tessuto sociale milanese, di cui è punto di riferimento del panorama gastronomico, un po’ status symbol, un po’ indirizzo del cuore.

Ispirata alle antiche botteghe italiane con uno sguardo alle boulangeries parigine, la pasticceria Giacomo, di cui vi avevamo già accennato qui, è un luogo poetico, intimo e raccolto. La cornice raffinata che accoglie tanto pregio non trasmette ostentazione, né vuole chiamarsi lusso; fa, anzi, sperimentare a chi si affaccia il calore delle pasticcerie di un tempo. La tela sulle pareti e il soffitto, entrambi dipinti con motivi floreali, risalgono alla metà dell’Ottocento e custodiscono premurosamente l’atmosfera. I banconi in marmo bianco ospitano dolcezze di ogni tipo, ognuna preparata e servita con la cura artigianale degna di una realtà esemplare. Proprio dietro la vetrina delle meraviglie si apre a vista il laboratorio, dove i mastri pasticceri compongono e compongono, per far sì che i croissant siano sempre soffici e le crostate di frutta sempre fresche.

Appena dietro l’angolo, là dove via Sottocorno introduce via Cellini, fa capolino un altro di quei luoghi sempreverdi, nella rubrica dei must-seen di Milano annotato alla lettera A: Altalen. Ha il suono di un gioco da giardino e la composizione volutamente tronca, come se l’assenza di una vocale finale volesse comunicare un’eco di infinito. Dopo tutto, Altalen non è solo un atelier artigianale di headpieces, ma una testimonianza del Made in Italy che mantiene il fascino d’altri tempi.

La comune passione per i cappelli fa sì che le storie di Antonina de Luca, detta Nafì, ed Elena Todros si intreccino negli anni Novanta, quando la prima si occupava di prototipia e produzione per conto di una ricercatissima linea di cappelli e l’altra, fashion editor patinata, sviluppava la sua ricerca creativa in termini di sperimentazione. La complicità avvertita da subito fece sì che Nafì ed Elena si lanciassero, insieme, in una nuova avventura, addirittura sovvertendo quelli che erano i percorsi di studio e lavoro già intrapresi (e senza dubbio più “canonici”). Le sinergie collaborative si sono così concretizzate nel progetto che le ha rese meritatamente note: la partecipazione all’edizione di Pitti Uomo del 2010 con una collezione di cappelli disegnati su misura. Dato il riscontro positivo, le due decidono di proseguire in modo ancora più deciso questo cammino. Oggi Altalen è un luogo in cui si vive seguendo con gli occhi l’andamento del filo e dell’ago, e garantendo al cliente l’intimità necessaria affinché trovi il cappello perfetto per la propria testa. Elena e Nafì la chiamano “hat theraphy” e anche a noi piace pensarla così.

La ricerca stilistica di cui Altalen si fa portavoce implica la volontà di rivalutare il peso specifico dell’accessorio, educando le generazioni contemporanee ad usarlo al di là di ogni forma di omologazione alle mode del momento. Non un oggetto di secondo rilievo, ma un pezzo d’arte: ecco perché calendario di attività del laboratorio coinvolge frequentemente fotografi, artisti, scultori, registi, video maker, a cui viene chiesto di dare una propria lettura dell’ecosistema Altalen.

D’incredibile rilevanza è stato l’incontro con Helen Nonini, di professione “brand experience advisor”, di fatto “problem solver”. La donna, rapita dal fascino delle creazioni di Nafì ed Elena, è oggi ambasciatrice e amica, veicolo umano del cortocircuito di creatività che solo il re degli accessori + tre donne possono innescare. Ne è una dimostrazione il successo, tutto rosa, dell’iniziativa Pink Is Good, coadiuvata dalla Fondazione Veronesi per la prevenzione del tumore al seno e concepita da Altalen per raccogliere fondi a favore della ricerca scientifica, a partire dalla vendita di una capsule collection di turbanti realizzati ad hoc. Come potevamo non raccontarvi questa bellissima storia?

Pensando al concetto di slow-living, tra le varie declinazioni del relax, vi verrà in mente una passeggiata spensierata tra i mercatini di antiquariato e modernariato, a rovistare tra le bancarelle sempre troppo cariche di oggetti. In zona Sottocorno c’è anche questo. Si chiama Mercatino Penelope e lo trovate al numero 6 di Via Melloni, con ingresso da via Guicciardini. Direttamente dall’insegna del negozio, l’illustrazione di una donna anni 50 vi confermerà che state andando nella giusta direzione.

Mercatino Penelope_Oggettistica

Mercatino Penelope è il paradiso del decòr, lo si capisce da subito a giudicare dalla quantità di oggetti in vendita. Un corteo di fenicotteri rosa in plastica rigida si dispiega lungo tutta l’area del mercatino, tra pezzi firmati Fornasetti, lettere luminose (che compreremmo anche solo per instagrammare) e cucine vintage. E poi ancora, servizi da tè della nonna, poltrone d’antiquariato, scatole di latta per custodire gelosamente i propri biscotti preferiti e macchina da scrivere che resistono al progresso tecnologico. Inizialmente, l’elevatissima quantità di oggetti in vendita vi distrarrà dal trovare quel pezzo in ceramica inglese che state cercando per la vostra collezione, ma basterà rivolgersi ad uno dei ragazzi del mercatino per recuperare l’orientamento. Oltre a essere un ottimo serbatoio di pezzi di modernariato per soddisfare la sete di collezionismo, Mercatino Penelope è anche il luogo ideale per quelli che, trascorrendo troppo tempo sulle bacheche di Pinterest, si sono innamorati di pezzi di interior decòr così particolari che temevano di doverci rinunciare. Sopra la cucina azzurra anni ’50, infatti, si riposa un Kinder Brioss gigante in gomma piuma mentre, tra i fenicotteri, si staglia il mezzo busto della Venere di Milo in plastica azzurro puffo. Così, per dire.

Mercatino Penelope_Interno

I prezzi del mercatino sono assolutamente abbordabili, il che è un pesante punto a favore. Ad esempio, le lettere luminose che tanto vi piaceranno, quelle in metallo con le lampadine incastonate nell’interno, rimangono al di sotto dei quaranta euro e fungono da idea regalo perfetta per stupire senza far lacrimare il portafoglio. Che di questi tempi ci sembra una combo da non sottovalutare.

E con una brioche calda da portare a chi ci sta aspettando a casa (consigliamo al pistacchio, ma ovviamente sono tutte buonissime), un cappello nuovo in testa che ci insegna il buonumore ed un fenicottero appena adottato da posizionare al lato del letto, ce ne torniamo, lentamente, verso le strade della Milano che corre incontro al suo destino.

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