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Macerata e l’Arte del Novecento: Palazzo Ricci apre le porte

20 aprile 2017

Chi dice che per osservare e confrontarci con delle grandi opere d’arte si debba per forza raggiungere una grande città? Molto spesso anche i piccoli e medi centri riservano piacevoli sorprese dal punto di vista culturale, confermandosi realtà importanti, di cui essere fieri portavoce. Ed è proprio tra i vicoli di Macerata che prende vita una rete di poli museali di tutto rispetto, che spaziano dall’arte antica all’arte contemporanea, tra collezioni di rara importanza e bellezza per il patrimonio artistico italiano e non solo.

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Noi di Nuok oggi vi apriamo le porte di Palazzo Ricci, una delle perle architettoniche della città di Macerata, precisamente al Museo dell’Arte del Novecento. Struttura tardo-rinascimentale, il palazzo venne costruito sull’area di una ex chiesa di Santa Caterina, per poi passare, nei secoli successivi alla nobile famiglia Ricci. La maestosità e la ricchezza degli ambienti si avvertono immediatamente, già dall’ingresso si ha l’impressione di passare dal ritmo frenetico del 2017, agli sfarzi e all’agiatezza di un’altra Macerata.

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Il museo nasce all’inizio degli anni ’70 grazie all’idea di menti lungimiranti e illuminate e agli investimenti della Fondazione Cassa di risparmio della provincia di Macerata che da poco ha deciso di gestirlo in collaborazione con il Comune di Macerata. La collezione si divide tra i due piani principali del Palazzo e vi si accede tramite biglietto alla modica cifra di 4 euro che, se presentato presso le altre strutture del polo maceratese, permette di avere una riduzione di prezzo sui biglietti successivi.

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I tour hanno durata di circa un’ora e sono sempre accompagnati da una guida che traccia il percorso tematico che lega opere d’arte ed artisti: vicende umane che si snodano tra storia e vita personale e che caratterizzano l’Italia di quegli anni. Si incomincia con il lusso del piano nobile. Il visitatore si trova proiettato in una dimensione del tutto nuova e interessante, in cui la contemporaneità viene incorniciata dagli affreschi sul soffitto che ritraggono le Metamorfosi di Ovidio. Mito e arte del ‘900 si fondono perfettamente, tra le suggestioni di quei modelli figurativi propri dell’arte primitiva che si affaccia periodicamente nei secoli per incontrarsi poi con le innovazioni tecnologiche e culturali.

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La Casa-Museo ospita tra i più grandi esponenti di tutti i movimenti che hanno fatto del Novecento un secolo plurale e istrionico che ha nel cambiamento, nella velocità e nel movimento le sue direttrici. Passeggiando e attraversando le diverse sale, Futurismo, Cubismo e Astrattismo si alternano agli splendidi arredi di fine ‘700, appositamente acquistati dalla Fondazione, per arredare il piano nobile.

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Le linee di forza tipiche del Futurismo, movimento tutto italiano con a capo l’artista a 360 gradi Filippo Tommaso Marinetti, caratterizzano lo spazio nelle opere di Giacomo Balla. Gino Severini rende propria la poetica cubista e con essa trasforma la realtà: si diverte a scomporre e a ricomporre un gatto e un pesce in un ambiente che ricorda il Picasso più avanguardista.

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L’Umanità viene ridotta a forme tubulari e a geometrie ardite e la macchina si fonde con la carne per dare vita ai Pagliaccetti e ai Danzatori Lunari di Fortunato Depero. La sala 3 riserva all’osservatore una panoramica piuttosto ricca sull’Aereo-pittura di Wladimiro Tulli, Bruno Tano, Umberto Peschi e Gerardo Dottori, altra felice interpretazione delle idee futuriste: i velivoli, il loro rapporto con il cielo, le loro forme plasmate dal movimento e dai fiocchi di nuvole che si fondono con le eliche, in un turbinio di colori e linee. C’è tutta la visione di una Natura che lascia ampio spazio alla tecnologia in tutte le sue espressioni e forme.

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Il percorso continua con le ricerche di Ivo Pannaggi, artista marchigiano a tutto tondo, che ha sperimentato la pittura e il design di quegli anni. Dalla più familiare visione di una cucina della sua infanzia, si passa a un treno in corsa che taglia l’aria e la luce, perdendo i suoi contorni in un vortice di colori. Pannaggi si presenta attraverso le sue astrazioni prospettiche e le rappresentazioni “paradossali” dell’uomo, visto quasi come un omino di latta.

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La sala 5 ci emoziona con la metafisica e il mondo immaginato dal grande Giorgio de Chirico. Nelle sue opere troviamo la solitudine e la compostezza perfettamente rappresentate nelle Muse Inquietanti, come anche l’attenzione alla mitologia e alla civiltà greche, alle sue forme, alle sue monumentali architetture. Un sogno ad occhi aperti che lascia spazio sia ai rigidi canoni prospettici, che alla liquidità del fantastico.

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Si “ritorna all’ordine”, lasciamo indietro le suggestioni espressioniste e il colore puro, con le figure di Carlo Carrà e Primo Conti, prima di incontrare le Composizioni di Mario Sironi. Il Novecento italiano si esprime in ogni sua declinazione, tra le rimembranze di Cézanne nei volumi di Soffici, tributi a Picasso, e al sintetismo di Gaugin con Casorati. Le forme spezzate di Massimo Campigli e Mario Tozzi si alternano agli acquerelli dai toni tenui di Filippo De Pisis e alla pittura lenta e “polverosa” delle nature morte di Giorgio Morandi.

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La sala 11 si dedica invece ai ritratti e alle visioni di Gino Bonichi, in arte Scipione. I colori si induriscono, gli sfondi cupi inghiottono quasi il soggetto e la scala dei rossi sembra infinita nelle mani di uno dei grandi esponenti della Scuola Romana di Via Cavour, insieme a Mario Mafai. A Palazzo Ricci le vie dell’Astrattismo vengono percorse attraverso l’essenzialità di Atanasio Soldati e le “dissonanti” composizioni di Enrico Prampolini, per poi approdare al paesaggio magico e malinconico di Osvaldo Licini, altro orgoglio marchigiano. Giriamo l’angolo e ci aspettano Burri e Fontana, con il loro unico e ineguagliabile approccio all’arte attraverso l’uso di materiali eterogenei, sempre pregno di un profondo significato che rimanda alla loro visione della vita e della storia.

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La visita al secondo piano si chiude con un fresco e colorato omaggio alla Pop Art, tra la pittura diretta di Schifano e la serigrafia di Stefanoni, ricordandoci il momento in cui la produzione in serie, la pubblicità e la ripetizione incontrollata degli eventi come degli oggetti si sono inseriti nella vita di tutti i giorni.

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La visita finisce qui, ma le sorprese non sono finite. Ad attenderci c’è una splendida visione del panorama maceratese e degli Appennini innevati, attraverso le ampie vetrate del Palazzo, l’ennesima opera d’arte, ciliegina sulla torta di un’esperienza che merita di essere vissuta.

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Non ci rimane che dirvi di prendervi un’ora per lasciare tutti gli impegni della routine alle spalle, e per darvi la ghiotta occasione di conoscere un Novecento che ci ha plasmato e che ancora incide sul patrimonio artistico di oggi, con la sua voglia di essere sempre un passo avanti, alla luce, alla velocità, alla stessa idea di Umanità.

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