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Urban Safari

Quattro chicche modaiole nel cuore di Firenze

29 aprile 2016

Il 2016, calendario alla mano, sarà l’anno dei ponti. Quei tre giorni perfetti per fare un giro fuori casa, magari in una città non tanto lontana. E magari senza l’ansia turistico-nevrotica di vedere tutto, ma più con la voglia di lunghe lunghissime passeggiate indolenti. Ci piace, quindi, suggerirvi un urban safari a Firenze, sì, la Firenze culla del Rinascimento, sede dei principali – e a volte faticosissimi – musei mondiali, in cui però abbiamo trovato quattro chicche un po’ più frivole.

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Iniziamo proprio dal centro della città, piazza della Signoria: vicinissimo agli Uffizi, proprio ai piedi del David, abbiamo visitato il museo Gucci. La sede, Palazzo della mercanzia, non è casuale visto che questo palazzo era stato edificato all’inizio del Quattrocento proprio per ospitare tutte quelle attività di sostegno agli scambi commerciali tra corporazioni di artigiani fiorentini (oggi lo chiameremmo Camera di commercio). Dicevamo che la scelta non è casuale perché dietro all’unicità del marchio Gucci c’è proprio la tradizione manifatturiera toscana, specie quella della lavorazione delle pelli. Infatti, l’intuizione con cui Guccio Gucci nel 1921 diede vita al proprio marchio fu proprio quella di applicare le tecniche artigianali fiorentine (quelle delle selle, per esempio) a oggetti da viaggio destinati alle élite europee. Quelle élite che, pare, Guccio si vedesse passare davanti quando lavorava come semplice liftboy all’hotel Savoy di Londra.

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E il lusso è probabilmente il concetto ribadito più spesso durante il percorso museale (anche troppo, forse). A camminare tra tutte le vetrine abbiamo avuto la sensazione che da un momento all’altro spuntasse dietro le nostre spalle James Bond, magari dalla fiammante automobile esposta all’ingresso. Oppure che Onassis ci offrisse da bere ripetendoci lo slogan di Aldo Gucci: “quality is remembered long after, price is forgotten”.

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Con i piedi più o meno posati per terra, ci siamo divertiti a sbirciare tra le varie valigie e studiare approfonditamente il contenuto dei vari set da toelette o da picnic. Abbiamo anche trovato una borsa con sgabellino portatile (ovviamente in pelle) e, il nostro preferito, un portacenere da borsa (come vivere senza?!).

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La seconda tappa della nostra passeggiata è il palazzo Ferragamo. Anche qui si tratta di una enorme azienda internazionale nata dall’attività di un singolo artigiano. E anche qui un museo allestito in un palazzo storico della città: Palazzo Spini Feroni. Edificato alla fine del Trecento, è considerato l’edificio più lussuoso della città, secondo, dicono, solo a Palazzo vecchio. Tanto prestigioso che quando, con l’unità d’Italia e Firenze capitale, è stato necessario spostare la sede del comune, Palazzo Spini ha preso il posto proprio di Palazzo vecchio.

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Anche il museo Ferragamo, come per Gucci, celebra anni di lavoro artigianale e ricerca stilistica. Forse qui si punta di più su questi due aspetti che sulla semplice idea del lusso (che pure non manca, viste le numerosissime foto di star con ai piedi scarpe Ferragamo). La visita comincia con la raccolta multimediale di tutti i progetti disegnati nei vari anni. Se ne contano migliaia e circa 350 di essi sono stati depositati all’ufficio brevetti. Una curiosità: è stata scelta una raccolta multimediale solo perché gli originali sono conservati in speciali archivi in cui preservare il deterioramento naturale della carta.

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Si prosegue, poi, con due enormi pareti, tutte ricoperte di scarpe Ferragamo dagli anni Cinquanta ai Settanta. Superato l’impatto iniziale, abbiamo cominciato a guardarle una per una, seguendo quel certosino lavoro di ricerca che evolveva piano piano, stagione per stagione, dettaglio per dettaglio: applicare una piccola piuma sulla punta, l’anno dopo spostare la piuma sulla caviglia, alzare di pochi centimetri il tacco, assottigliare un po’ la punta… E tra tutte le scarpe esposte, uno spazio a parte per i modelli particolarmente interessanti. Uno su tutti, la Rainbow, modello progettato per Judy Garland nel 1938. Rainbow perché dell’arcobaleno questa scarpa ha la zeppa: una gamma multicolor di strisce di camoscio. E del cielo la Rainbow ha anche una certa morbidezza: sembra qualcosa di soffice e leggero come le nuvole. Vi informiamo che il modello è stato riproposto nella collezione di qualche anno fa e, volendo, è attualmente in vendita. Se ve lo state chiedendo, no, il prezzo non è affatto “rainbow”.

Dicevamo delle tante foto di star con piedi “vestiti” Ferragamo. Judy Garland, appunto. Ma anche molte altre. Tanto che nella seconda parte del percorso la visita prosegue verso una sorta di “angolo calzolaio”, lo spazio più evocativo del museo in cui è stato allestito un tavolino rosso con gli attrezzi da lavoro (ovviamente omaggio all’attività artigianale di Salvatore Ferragamo). E, appesi ai lati, tutti i calchi dei piedi più famosi. Quei piedi su cui, celebratissima peculiarità dell’azienda, Salvatore Ferragamo produceva le scarpe praticamente a mano e rigorosamente su misura. Il nostro calco preferito è minuscolo, con l’indicazione “Royal baby”.

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Se le prime due tappe del nostro giro fanno capo ad aziende private, la terza è stata istituita proprio dal Polo museale fiorentino che ha allestito in un’ala di palazzo Pitti la Galleria del costume. La collezione è enorme e poterla vedere tutta sarebbe interessantissimo. Purtroppo, però, sono esposti solo pochi pezzi e la turnazione del cambio vetrine è lunghissima, addirittura tre anni. Ci sembra un peccato, visto che, al di là del fascino, la Galleria del costume permetterebbe di capire meglio quanto nella moda confluiscano arte, artigianalità, tradizione manifatturiera, imprenditoria, scambi commerciali…

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Una ricchezza simile si intuisce già solo entrando nella prima sala, quella dedicata a Rosa Genoni. Celebrata principalmente per essere stata l’autrice della prima storia della moda, quella della Genoni è stata una vita ricchissima di tante altre esperienze. Partita come “picinina” (una sorta di garzone di bottega per sarte), finì con l’essere premiata all’esposizione universale di Milano del 1906. Nella sua storia confluiscono praticamente tutti i temi legati alla moda che dicevamo prima: da un lato ci furono le attività di promozione e tutela del diritto delle lavoratrici, dall’altro la promozione di uno stile italiano, che prendesse spunto, ovviamente, dall’arte italiana. Gli abiti, quindi, venivano disegnati imitando quadri di Botticelli, Raffaello… Praticamente un Made in Italy ante litteram. Precisiamo che dietro l’intuizione della Genoni più che il sentimento nazionalistico c’era un lucido senso pratico: bisognava inventarsi uno stile da contrapporre alla più blasonata moda francese.

La visita prosegue attraverso alcune delle collezioni private donate alla Galleria. Una su tutte quella di Eleonora Duse. Anzi, più che a Eleonora Duse, l’esposizione è un omaggio a Mariano Fortuny, lo stilista, artista e imprenditore che disegnò quasi tutto il guardaroba della Duse e che contribuì a farne il personaggio iconico che è diventata. Con quelle tuniche così essenziali e al tempo stesso così teatrali che Proust definì “opere d’arte da indossare”.

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E poi c’è una sala più vicina storicamente a noi, con la collezione degli abiti indossati da Patty Pravo nei Sanremo degli anni Ottanta. Quello che riconoscerete per primo, secondo noi, è la tunica metallizzata da cyborg geisha usata per cantare “Per una bambola”.

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Non ha strettamente a che fare con la moda, ma ci sembra che in questo frivolissimo urban safari fiorentino sia perfetta anche una visita all’Officina profumo farmaceutica di santa Maria novella. All’interno di questo monastero, infatti, esiste dal 1612 una vera e propria azienda impegnata nella produzione di cosmetici, profumi, farmaci e tisane. E le fonti possono farne risalire la tradizione addirittura al Quattrocento.

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Attualmente l’Officina è uno spazio particolarissimo, un po’ Sephora, un po’ museo. Percorrendo il marciapiede di via della Scala, non potrete non notarlo, visto che il profumo si sente anche da fuori. A dire il vero, da fuori si riconosce anche la fila di uomini che aspettano mogli e fidanzate. Però, una volta entrati, capirete perché le clienti si attardano tanto ad uscire. Attraversate l’ingresso ed è tutto una girandola di vetrinette e bottigline. Fiori, spezie e nastrini ovunque. Già il listino prodotti è uno spettacolo in sé. E, quando cercherete di decidere cosa prendere, vi troverete abbastanza combattuti.

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Il giro prosegue, con l’erboristeria. Qui, oltre alla dettagliatissima gamma di prodotti in vendita, c’è anche una piccola esposizione di oggetti antichi. Il più originale: un aerosol d’epoca; il più lezioso una scatolina di crema corpo dal nome delizioso “Vellutina” (volendo ancora in vendita); e la chicca: le pasticche antisteriche. Meglio vederle lì, farci quattro risate e non pensare a quanto diverse fossero le terapie psichiatriche di inizio secolo.

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Sempre avvolti da questa atmosfera d’altri tempi, ci siamo spostati nella tisaneria. Ottime le tisane, ma soprattutto buonissimi tutti i dolci e i biscotti, tutti prodotti con ingredienti molto poco comuni, alcuni praticamente introvabili altrove. Come prevedibile, una rassegna di cantuccini (siamo in Toscana!) declinati in vari gusti, dal classico all’agrumato. E poi i cioccolatini, ben dieci gusti diversi. Vi consigliamo di cominciare, ovviamente, da quelli di santa Maria Novella, aromatizzati con un mix di mente. I nostri preferiti, però, sono quelli all’Alkermes.

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L’ultima stanza da visitare nell’Officina è anche quella più sorprendente. Ve ne accorgerete perché sentirete rumori secchi e metallici. Sono le cesoie con cui preparano dei bouquet profuma-ambienti. Non si tratta di normali fiori secchi, anzi, i fiori non sono affatto secchi ma conservati freschi con uno strato di glicerina e olii profumati. Pare che questi profuma-ambienti funzionino anche per anni. Di sicuro sono il prodotto più famoso dell’Officina che, nel frattempo, sta lavorando per aprire varie sedi in giro per il mondo e esportarli un po’ ovunque. Insomma, ve l’avevamo detto: una sorta di Sephora in salsa rinascimentale.

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