Il cortile di Palazzo Strozzi è illuminato in parte dalla luce del sole che cade dall’alto, sulle panchine in marmo scuro giovani solitari cercano una rete wi-fi a cui agganciarsi per leggere la posta e aggiornare lo stato di Facebook. Siamo all’interno di uno dei palazzi più importanti della città e, per bellezza e prestigio, una delle migliori costruzioni in Italia, vero e proprio capolavoro dell’architettura fiorentina del Rinascimento.

La mostra di arte contemporanea dal titolo Declining Democracy, trova spazio in un ambiente minimale, nudo, bianco e candido, che sembra voler sottolineare il dominio dei contenuti sulla forma, della sostanza sul suo involucro. L’installazione nasce dal confronto con l’attuale situazione internazionale, in particolare la crisi occidentale e la crisi finanziaria del 2008 che hanno prodotto un profondo malcontento sociale, portando al disfacimento della fiducia e della credibilità dei valori democratici.

All’ingresso ci consegnano un piccolo foglio pieghettato, di forma quadrata, stesso format e stessa veste grafica di una scheda elettorale, e infatti scopriamo che si tratta di un referendum lanciato dai curatori della mostra, dal titolo La maggioranza ha sempre ragione?

Iniziamo il percorso con questa domanda in testa, sicuri che, prima di imbucare il nostro voto in una teca trasparente posta a metà della mostra, il mood di questo ambiente, assolutamente intimista e stimolante, ci avrà suggerito qualcosa.

La prima opera che ci troviamo di fronte è firmata dal tedesco Thomas Kilpper dal titolo State of Control: si tratta di tre incisioni su linoleum stampate su stoffa, realizzate nel 2009, che affrontano principalmente il tema della migrazione e documentano aspetti dell’esperienza vissuta dall’artista a Lampedusa, dove dal 2008 sta portando avanti il progetto A Lighthouse in Lampedusa, con l’obiettivo di creare un faro costruito in parte con i frammenti delle barche con le quali i migranti sono giunti in questo luogo, avamposto d’Europa e promessa di vita migliore e salvezza.

La sala 2 ospita il lavoro di Thomas Hirschhorn, svizzero con un’esperienza artistica a Parigi con il gruppo Grapus costituito da designers grafici che lasciò qualche anno più tardi per creare quelle installazioni artistiche per cui è diventato famoso oggi, usando materiali comuni come il cartone, la plastica e il nastro adesivo.

Il titolo dell’installazione fiorentina è Where do I stand? What do I want (Dove mi posiziono? Cosa voglio?), vero e proprio manifesto di intenti e di idee in cui l’artista fa emergere le aspirazioni e le motivazioni che guidano il suo lavoro. Nei quaderni a spirale posizionati lungo il perimetro della sala, ci sono tracce di Joseph Beuys, Andy Warhol, Michael Focault e Che Guevara, che si uniscono a disegni, fotografie e simboli di diversa provenienza , ma anche di appunti e sottolineature realizzate di pungo dallo stesso Hirschhorn.

Dopo aver attraversato un arco, piombiamo in una sala ampia, più buia di quella dalla quale proveniamo, e facciamo il nostro incontro con l’opera di Michael Bielicky e Kamila B. Richter, artisti cechi trapiantati in Germania, i quali hanno realizzato una vera e propria installazione interattiva oltre che contemplativa. Si tratta di The Garden of Error and Decay (per vedere la riproduzione consigliamo il sito www.gardenoferroranddecay.net) uno spettacolo visivo che coinvolge lo spettatore come diretto protagonista chiamandolo a interagire con le immagini in continuo movimento. L’estetica degli elementi sembra rifarsi a un immaginario fiabesco ma in realtà i pittogrammi che compongono la scena sono simboli di eventi come catastrofi naturali, atti terroristici, disastri ecologici, guerre, disordini sociali, povertà.
Feed del social network Twitter e dati della borsa sono inseriti in tempo reale nell’opera e per mezzo di un joystick collocato al centro della sala , lo spettatore può colpire i simboli come in un videogioco. Per ogni colpo andato a segno le figure subiscono delle modifiche, generalmente un ingrandimento, e viene segnalato il tweet in cui è contenuta la parola chiave associata al pittogramma.

Lo stesso Bielicky ha definito il suo lavoro come data-driven-narrative game, o semplicemente un film interattivo generato in tempo reale.
Cesare Pietroiusti, romano classe 1955, è il primo italiano che incontriamo lungo il nostro percorso “contemporaneo”, con la sua Scuola Quadri propone un workshop destinato a coloro che intendono fare, o che stanno già facendo, attività politica professionale. Ispirandosi alle forme tradizionali delle cosiddette “scuole quadri” che formavano le classi dirigenti italiane nel passato, l’artista propone una nuova idea di formazione e riflessione sulle modalità dell’azione politica, sul ruolo e le necessità dei futuri leader.

Indiscutibilmente, le tre opere che hanno catturato la nostra attenzione e colpito più di altre il nostro immaginario sono collocate alla fine del percorso.
La prima è firmata dall’artista belga Francis Alys, un video realizzato nel 2002 dal titolo When faith moves mountains: si tratta di un making of di 15 minuti, in cui partendo dall’idea di fornire una risposta epica, al tempo stesso futile ed eroica, assurda e urgente alla grave situazione economica peruviana, nella giornata dell’11 Aprile 2002, in un’area nei pressi di Lima, Alys coinvolse cinquecento volontari per scavare e spostare la sabbia di una duna larga quasi duecento metri. Con il solo uso di pale e formando un’unica grande fila, i volontari spostarono la duna di circa dieci centimetri dalla sua posizione originaria. Lo spostamento di soli dieci centimetri in realtà non è percepibile, ma l’azione serve a documentare il gesto corale di queste persone che diviene metafora del potere di un’azione partecipativa, assumendo tratti quasi religiosi nel suo mettersi a confronto con la monumentalità della natura e facendo emergere il potere della collettività.

La seconda è anche quella che ci ha fatto ridere (e sorridere) di più, a partire dal nome del gruppo che la firma, Buuuuuuuuu, composto da tre artisti italiani la cui collaborazione è motivata dall’interesse comune di esercitare, attraverso l’arte, un’influenza sugli avvenimenti politici.
Come dichiarano sul loro blog www.buuuuuuuuu.net l’obiettivo è quello di raccogliere idee e progetti contro le democrazie autoritarie. Il raccoglitore che hanno scelto per la mostra fiorentina è Political Slogan, chiedendo agli utenti di scrivere uno slogan su un’enorme parete bianca o consigliando la strada per la rivoluzione (ci siamo anche noi di Nuok!). Questa idea consente di lasciare una traccia scritta del proprio pensiero e, qualora i visitatori ne fossero intenzionati, proclamarlo ad alta voce servendosi di tre megafoni appesi alla parete.

La terza installazione, quella che chiude la mostra è firmata da Lucy Kimbell e porta il titolo di Physical Bar Charts: è un progetto partecipativo sviluppato dalla designer e insegnante universitaria inglese in collaborazione con il sociologo Andrew Barry. L’opera si compone di otto tubi contenenti ciascuno diverse spille colorate su cui è riportata una frase che fa riferimento a un’azione quotidiana e ordinaria espressa attraverso la prima persona singolare “io”.

I visitatori sono invitati a estrarre e indossare quelle spille che riportano la loro individuale risposta alla domanda: qual è l’azione che hai compiuto la settimana scorsa che ti ha reso un cittadino?. Nel corso della mostra i tubi diventeranno una sorta di istogramma, un grafico a barre che rivelerà il grado di attivismo dei partecipanti.

Usciamo dall’edificio rigenerati e stimolati da un tour che regala a questa città, che si incammina verso una fruizione artistica diversa e alternativa rispetto alla tradizione, un volto nuovo e a noi un po’ di consapevolezza in più. Per quanto riguarda il sondaggio iniziale, non sveleremo mai il nostro voto, ma basterà dire che la maggioranza vince, sempre. A volte pur non avendone ragione.
photo credit: Salvatore Romano


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