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Castello Ursino e il Museo della Follia a Catania

01 agosto 2016

“Ero matta in mezzo ai matti.
I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti.
Sono nate lì le mie più belle amicizie.
I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo.
I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.”

Alda Merini

Il Castello Ursino sorge in Piazza Federico di Svevia, s’innalza mastodontico al centro della piazza occupando tutta la visuale. In una giornata d’estate come questa, i chioschi del circondario sono aperti fino a notte fonda, gli uomini, dopo una giornata di lavoro, vociano e passano qualche ora al bar, le donne si affacciano ai balconi, i gomiti nudi sulle ringhiere arrugginite, con gli occhi scrutano la strada e spiano i passanti. Alcune stanno sedute fuori dalle case, in mezzo alla via e sul marciapiede, una comare accanto all’altra, affannate nel raccontarsi i pettegolezzi di questo quartiere, uno di quelli che non ha perso le vecchie abitudini: per quanto il futuro possa provare a rincorrerlo, non si riesce a svestire della storia e della tradizione più antica della città.

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Il Castello Ursino fu fondato da Federico II di Svevia nel XII secolo, tra il 1239 e il 1250, il progetto fu ideato e realizzato dall’architetto Riccardo da Lentini. Fu costruito sul mare per volere di Federico II e il nome “Ursino” deriva da “Castrum Sinus”, ovvero “castello del golfo”. Ebbe notevole importanza nel periodo dei “Vespri Siciliani”, come sede del Parlamento, e in seguito divenne dimora della famiglia degli Aragonesi. Dal 20 ottobre 1934 è stato adibito, dopo numerosi restauri, a museo civico di Catania.

La piazza è ricca di verde, e noi di Nuok seguiamo il percorso che porta all’ingresso, sul lato nord del maniero. Archi semplici, torrioni imponenti e pietra lavica. Il Museo della Follia, curato da Vittorio Sgarbi, ci aspetta. I pareri in merito alla mostra sono discordanti, c’è chi la reputa disordinata e lugubre, eccessivamente folle, c’è invece chi da questo miscuglio oscuro di bellezza e pazzia è rimasto incantato.

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Le prime due sale della mostra sono interamente dedicate ad Antonio Ligabue. Natura e animali feroci scalpitano, leoni e tigri rincorrono gazzelle e iene, colori vivi e disegni a tratti infantili. Spesso l’animale, nell’atto di aggredirne un altro, è dipinto nel momento del salto, eppure quell’idea di movimento non sempre si percepisce. I dipinti diventano la fotografia di un attimo fondamentale, un fermo immagine della natura più vera, vivida e crudele. Il destino che aspetta impaziente di compiersi. Nella prima sala sono pochi gli umani presenti nei dipinti, solo qualche contadino immerso nella vita dei campi. A illuminare lo sfondo, paesini quieti e immobili, tetti colorati e una pace anomala, priva di vita.

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Antonio Ligabue, definito pittore naif, talentuoso e geniale, la follia l’ha conosciuta fino in fondo. Espulso dalle scuole e poi dalla Svizzera, denunciato per comportamenti poco ortodossi e rinchiuso in manicomio. Una pittura salvifica, che restituisce contorni solidi a una vita instabile, difficile e spesso invisibile. In una stanza più appartata e buia si proietta un video di Vittorio Sgarbi sulla progettazione e la realizzazione del museo. Un percorso doloroso che si trasforma e rigenera attraverso l’arte. I manicomi e i “pazzi” che loro malgrado li abitano, si rianimano e si riscattano, chi è stato espulso dalla società e maltrattato, attraverso la grazia e la forza dell’arte, non è più così solo e indifeso.

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La seconda sala, sempre dedicata a Ligabue, mescola le nature rigogliose agli autoritratti semi deformi. A fare da sfondo ci sono ancora una volta gli stessi paesi tranquilli e i campi sterminati, sulla sinistra in alto sempre due rondini o una farfalla. La stessa natura a due facce; feroce una, salvatrice l’altra.

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Bellissime e realistiche le sculture, dodici in tutto, raffiguranti lotte di animali e autoritratti. Man mano che ci si allontana da Ligabue l’ambiente assume fattezze tetre, buie, spesso brute. La follia diventa soggetto unico ed esplicito. Opere di autori che dal 1600 hanno tentato di rappresentare la mattitudine. Mostruosità d’ogni forma, una Monna Lisa grottesca, semi nuda col pene di fuori. Teschi e morte nascosti dentro al buio pesto, sorrisi sornioni, che danno brividi. Streghe e fantasmi, gli incubi che ci rubano il sonno da piccoli sono gli stessi che nascondiamo silenziosamente nelle scarpe quando diventiamo adulti.

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Documenti e leggi sui manicomi, oggetti quotidiani come cucchiaini, medicine, una gabbia per canarini, che inseriti nel contesto del manicomio si depravatizzano e rivoltano. Le sculture di Cesare Inzerillo dominano, dentro a luci soffuse, i lati della stanza. Le statuette rappresentano la vita in manicomio; pazienti, medici, infermieri. Scheletri umani in camice e fattezze dell’oltre tomba. Le foto del manicomio di Teramo, un letto pieno di materassi luridi, corridoi bianco latte e luci artificiali, un neon che perfora anche l’anima. La voce di un uomo improvvisamente spezza il silenzio, quasi con pudore racconta dei maltrattamenti subiti.

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La voce è quella di chi si sente in colpa e si vergogna per davvero.

La penultima sala è l’ultimo salto nell’abisso; a fare da sottofondo, un pianista curvo e musica classica. E una parete bianca piena dei ritratti dei pazienti del manicomio. I loro visi modificati, per non colpire ulteriormente la dignità di quei volti già oltremodo intaccati dalla vita. L’ultima sala raccoglie i dipinti di Pietro Ghizzardi, che mostra sulla tela l’anatomia del corpo umano.

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Ed ecco che adesso la mostra è completa, si esce all’aria aperta che ancora il sole non è tramontato. Qui i bambini corrono fino a sera tarda con la bicicletta, in mezzo al rumore dei fuochi d’artificio.

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Il Museo della Follia non è una semplice mostra, ma un percorso da fare a piedi scalzi, un racconto, una storia viva, da sentire, ascoltare e osservare a trecentosessanta gradi perdendocisi dentro.

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