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	<title>nuok &#187; BOOK</title>
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		<title>Happy Birthday Colazione da Tiffany!</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 16:26:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia De Stefani</dc:creator>
				<category><![CDATA[BOOK]]></category>
		<category><![CDATA[Cose pazze]]></category>
		<category><![CDATA[Colazione da Tiffany]]></category>
		<category><![CDATA[Fifth Avenue Five AM]]></category>
		<category><![CDATA[San Wasson]]></category>
		<category><![CDATA[Truman Capote]]></category>

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		<description><![CDATA[Holly Golightly è una di noi. Gli occhiali scuri e il tubino nero, si specchia nelle vetrine più famose della Fifth Avenue, sgranocchia danish cake alle cinque del mattino. Del film “Colazione da Tiffany”, tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote, è la scena più célèbre, girata all’alba del 2 ottobre del 1960. Una “nuova donna” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Holly Golightly è una di noi.</strong></p>
<p>Gli occhiali scuri e il tubino nero, si specchia nelle vetrine più famose della Fifth Avenue, sgranocchia danish cake alle cinque del mattino.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-27875" title="colazione+da+tiffany+fashion+icon+audrey+hepburn" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2011/07/colazione+da+tiffany+fashion+icon+audrey+hepburn.jpg" alt="colazione+da+tiffany+fashion+icon+audrey+hepburn Happy Birthday Colazione da Tiffany!" width="480" height="364" /></p>
<p>Del film “<em>Colazione da Tiffany”,</em> tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote, è la scena più célèbre, girata all’alba del 2 ottobre del 1960. <strong>Una “nuova donna” si affaccia sul panorama americano anni Sessanta</strong>, come spiega Sam Wasson nel suo libro <strong>“Fifth Avenue 5 a.m.”</strong>: tra rivelazioni e pettegolezzi inediti, <strong>Wasson ci conduce dietro le quinte del film-culto del cinema americano</strong>, illustrando un’acuta riflessione sulla nuova identità della donna made in USA.</p>
<p>Holly, tra signorilità socialmente imposta e sentimento di emancipazione<strong>, si destreggia con un passato da dimenticare e l’alba di una nuova femminilità</strong>: intrattiene rapporti ambigui con accompagnatori generosi o carcerati che la informano sul bollettino meteo, ma non rinuncia alla propria indipendenza, dolcezza, genuinità.</p>
<p>L’incontro con lo scrittore Paul &#8220;Fred&#8221; Varjak, l’onesta amicizia che ne nasce, salverà entrambi:<strong> Fred tornerà a comprare inchiostro per la macchina da scrivere</strong>, Holly si sentirà libera, finalmente amata per quel che in fondo è: una ragazza.</p>
<p>E pensare che le cose potevano andare molto diversamente,<strong> se Marylin Mooroe avesse accettato la parte</strong> (lei la prescelta da Capote per la “signorina della sera”), <strong>se Audrey Heupburn avesse rifiutato di addentare una danish cake</strong>, o se “Moon river” non fosse divenuto il romantico leit motive del film (che vinse due Oscar per Canzone e Colonna sonora).<br />
<img class="alignnone size-full wp-image-27876" style="border: 0pt none;" title="5th3d" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2011/07/5th3d.png" alt="5th3d Happy Birthday Colazione da Tiffany!" width="450" height="699" /><br />
Con “<em>Colazione da Tiffany</em>” la figura di nuova donna si impone, <strong>ora ironica eppur sognatrice, ora forte ma anche vulnerabile e romantica.</strong> Davanti a quelle vetrine ci specchiamo tutte noi, ragazze curiose, principesse in perle e chignon, lasciata alla spalle la festa, arriviamo in punta di piedi, continuiamo a giocare a ridere a sognare.</p>
<p>Holly Golightly è tutte noi, è se stessa, è nessuna. Non più Cenerentola in carrozza, ma moderna Miss su un taxi giallo. <strong>E se Holly Golightly insegna, Carrie Bradshaw ringrazia.</strong><br />
</p>
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		<title>So cool: L&#8217;ipod di Holden Caulfield</title>
		<link>http://www.nuok.it/2011/02/so-cool-l-ipod-di-holden-caulfield/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 19:04:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Masoero</dc:creator>
				<category><![CDATA[BOOK]]></category>
		<category><![CDATA[Cose pazze]]></category>
		<category><![CDATA[holden caulfield]]></category>
		<category><![CDATA[ipod]]></category>
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		<category><![CDATA[the catcher in the rye]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra i tanti personaggi letterari costruiti con attorno la città di New York, Holden Caulfield è sempre stato il mio preferito. Holden, per chi non lo conoscesse, è il protagonista del celeberrimo The Catcher in the Rye, scritto da Salinger all&#8217;inizio degli anni &#8217;50 e presto diventato un cult, una pietra miliare della letteratura adolescenziale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i tanti personaggi letterari costruiti con attorno la città di New York, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Holden_Caulfield">Holden Caulfield</a> è sempre stato il mio preferito. Holden, per chi non lo conoscesse, è il protagonista del celeberrimo<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Catcher_in_the_Rye"> The Catcher in the Rye</a>, scritto da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/J._D._Salinger">Salinger</a> all&#8217;inizio degli anni &#8217;50 e presto diventato un cult, una pietra miliare della letteratura adolescenziale e un uber romanzo di formazione.</p>
<p>Holden è un adolescente fuori dagli schemi e fuori dal comune. Arrabbiato, nervoso, incostante. In bilico tra il mondo degli adulti e quello dei bambini e non conforme allo standard del teenager bellimbusto americano, tutto sport e belle ragazze. Troppo sensibile e bislacco per riuscire ad integrarsi davvero in non importa quale contesto.</p>
<p>Sbattuto fuori dal collegio, alla ricerca di una guida e di qualche sicurezza e sperduto, per qualche giorno, nella città ghiacciata e caotica dove Holden è cresciuto e che Holden ama e vive senza riserve, nonostante tutto. Siamo a New York in inverno. Con il lago del Central Park tutto ghiacciato e le anatre che chissà dove diavolo sono finite. E con le sue avventure e le sue paranoie, Holden è diventato un mito.</p>
<p>Ha ispirato altri personaggi di film, libri e fumetti (avete presente Charlie Brown?) e ha influenzato tutti quelli che, come lui, si sentivano diversi, alienati e un po&#8217; speciali. E che -magari- sognavano New York. A Holden e al suo io un po&#8217; nevrotico, triste, arrabbiato e leggermente instabile (ma irrimediabilmente fascinoso) sono stati dedicati pensieri, parole, immagini.</p>
<p>E tanta musica.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-19665" title="carmela" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2011/02/carmela.gif" alt="carmela So cool: Lipod di Holden Caulfield" width="480" height="480" /></p>
<p><span style="color: #888888;"><em>Picture by Carmela Alvarado &#8211; <a href="http://www.flickr.com/photos/carmelaalvarado">http://www.flickr.com/photos/carmelaalvarado</a></em></span></p>
<p>Così, nel caso vi foste mai chiesti cosa metterebbe il buon vecchio Caulfield sul suo stramaledetto (citazione) Ipod, sappiate che -secondo <a href="http://www.flavorwire.com">Flavorwire</a>- nella sua play list non potrebbero assolutamente mancare sei canzoni, tutte incredibilmente rappresentative delle varie sfaccettature di cui lo spirito del giovane Cather in the Rye è composto.</p>
<p>Per cui, se io fossi in voi, le scaricherei immediatamente, e poi andrei a farmi una bella passeggiata tra le streets e le avenues di Manhattan sperando che oggi sia uno di quei &#8220;kind of a crazy afternoon, terrifically cold, and no sun out or anything, and you felt like you were disappearing every time you crossed a road&#8221;.</p>
<p>E così Holden, New York e il loro incredibile mondo vi sembreranno ancora più vicini e vivi.</p>
<p><em>Curiosi di sapere quali sono le sei canzoni? Eccole qui, con tanto di hyperlink che vi trasporterà quasicomepermagia sul video youtube relativo. Enjoy!</em></p>
<p><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=NUTGr5t3MoY">Green Day – “Basket Case”</a></strong></p>
<p><strong><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=TjYdt1hhs-o">Belle and Sebastian – “La Pastie de la Bourgeoisie”</a></strong></strong></p>
<p><strong><strong><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=QCbkIH3M3Gk">The Lawrence Arms – “The Disaster March”</a></strong></strong></strong></p>
<p><strong><strong><strong><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=HFj7xuOLg8Q">The Hold Steady “Two Handed Handshake”</a></strong></strong></strong></strong></p>
<p><strong><strong><strong><strong><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=zBX2VLhjiUo">Streetlight Manifesto – “Here’s to Life”</a></strong></strong></strong></strong></strong></p>
<p><strong><strong><strong><strong><strong><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=oOqwSFmDFZ0">Guns N’ Roses – “Catcher in the Rye”</a></strong></strong></strong></strong></strong></strong></p>
<p><strong><strong><strong><strong><strong><strong><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=c7ktDJtXvFw">The Bloodhound Gang – “Magna Cum Nada”</a></strong></strong></strong></strong></strong></strong></strong></p>
<p><strong><strong><strong><strong><strong><strong><strong><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=izh8ZINh6fU">Indochine – “Des Fleurs Pour Salinger”</a></strong></strong></strong></strong></strong></strong></strong></strong></p>
<p><strong><strong><strong><strong><strong><strong><strong><strong><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=11dfxny7zZw">Beck – “Volcano”</a></strong></strong></strong></strong></strong></strong></strong></strong></strong><br />
</p>
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		<title>Libri vintage a Soho: Housing Works Bookstore Café</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Oct 2010 15:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[BOOK]]></category>
		<category><![CDATA[Books]]></category>
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		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Housing Works Bookstore Café]]></category>
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		<description><![CDATA[Siamo a Soho, Manhattan, al 126 di Crosby Street. L&#8217;Housing Works Bookstore Café è un posto bellissimo, pieno di libri usati da 50 centesimi in su, cd musicali e dvd introvabili. Potrete fermarvi a consultare i libri nella caffetteria in fondo, oppure decidere di riempire una delle shopping bag a disposizione per pochi dollari. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-15112" title="Immagine 18" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/10/Immagine-18.png" alt="Immagine 18 Libri vintage a Soho: Housing Works Bookstore Café" width="449" height="290" /></p>
<p><strong>Siamo a Soho, Manhattan, al 126 di Crosby Street.</strong> L&#8217;<a href="http://www.housingworks.org/social-enterprise/bookstore-cafe/">Housing Works Bookstore Café</a> è un posto bellissimo, <strong>pieno di libri usati da 50 centesimi in su</strong>, cd musicali e dvd introvabili.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-15113" title="P1050337" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/10/P1050337.jpg" alt="P1050337 Libri vintage a Soho: Housing Works Bookstore Café" width="580" height="435" /></strong></p>
<p>Potrete fermarvi a consultare i libri nella caffetteria in fondo, oppure <strong>decidere di riempire una delle shopping bag</strong> a disposizione per pochi dollari.</p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-15114" title="P1050338" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/10/P1050338.jpg" alt="P1050338 Libri vintage a Soho: Housing Works Bookstore Café" width="580" height="435" /></strong></p>
<p><strong>La causa è davvero nobile. </strong>Tutte le sedi dell&#8217;Housing Works, undici a New York, <strong>devolvono i proventi per la cause alle persone affette da HIV meno abbianti e le loro famiglie</strong>, aiutandoli a trovare casa, pasti, cure mediche, supporto sociale, opportunità di lavoro e così via &#8211; anche attraverso <a href="http://www.housingworks.org/events/category/bookstore-cafe-events/">una serie di appuntamenti di beneficienza nelle loro sedi. </a></p>
<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-15115" title="P1050339" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/10/P1050339.jpg" alt="P1050339 Libri vintage a Soho: Housing Works Bookstore Café" width="580" height="435" /><br />
</strong></p>
<p>Se state per ripartire per l&#8217;Italia e non riuscite a mettere in valigia tutti i vostri libri, cd, lp e dvd, <strong>potreste donarli alla <a href="http://www.housingworks.org/social-enterprise/bookstore-cafe/">Housing Works Bookstore Café</a>.</strong></p>
<p><strong>Le regole sono pochissime:</strong> il materiale deve essere in condizioni buone, non pasticciato con la biro, non devono mancare pagine, <strong>non deve avere un cattivo odore</strong> (!); non accettano enciclopedie, <strong>riviste (tranne quelle letterarie)</strong> e guide turistiche più vecchie di un anno; le donazioni si possono fare in sede dalle 10 di mattina alle 8 di sera dal lunedì al venerdì; danno la<strong> precedenza ai libri di teatro, film e musica.</strong></p>
<p><strong>Avete altre domande?</strong> Scrivete a donations@housingworksbookstore.org<br />
</p>
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		<title>Noi due col naso all&#8217;insù e la neve che cadeva giù</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 14:59:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Locatelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[BOOK]]></category>
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		<category><![CDATA[Featured]]></category>
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		<category><![CDATA[Jason Logan]]></category>
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		<description><![CDATA[Pare che l&#8217;olfatto sia tra i sensi, uno dei più sviluppati e attendibili. Pare anche che già nel ventre materno i nostri ricettori olfattivi inizino a distinguere gli odori e che, a poche ore dalla nascita, si sia già in grado di differenziare effluvi quali: anice, rosa, petrolio, alcol&#8230; ed elaborare ricordi di tipo odoroso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-14500" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/10/Senza-titolo-11.jpg" alt="Senza titolo 11 Noi due col naso allinsù e la neve che cadeva giù" width="480" height="401" title="Noi due col naso allinsù e la neve che cadeva giù" /></p>
<p>Pare che l&#8217;olfatto sia tra i sensi, uno dei più sviluppati e attendibili.<br />
Pare anche che già nel ventre materno i nostri ricettori olfattivi inizino a distinguere gli odori e che, a poche ore dalla nascita, si sia <em>già in grado di differenziare effluvi quali: anice, rosa, petrolio, alcol&#8230; ed elaborare ricordi di tipo odoroso, associandoli a sensazioni. Più l’emozione è intensa, più l’informazione olfattiva sarà memorizzata rapidamente. </em>Cito <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Olfatto">Wikipedia</a>.<em> </em><br />
Ma al di là delle esperienze neonatali, <strong>chiunque può confermare quanto un odore possa <em>scaraventarci </em>dentro ad un ricordo</strong>, senza il minimo ragionamento razionale.<br />
Perchè non <strong>usare quindi il nostro ricettore ufficiale come guida per gli spostamenti?</strong> Proprio come gli animali.</p>
<p>E&#8217; questa l&#8217;idea di <a href="http://www.goodreads.com/author/show/545025.Jason_Logan">Jason Logan</a>, illustratore e scrittore canadese, che ha creato &#8220;<a href="http://kelsocartography.com/blog/?p=2898">Scents and the city</a>&#8220;( o <em>I smell NY</em>), una<strong> guida di New York basata proprio sugli odori</strong>, <strong>associando ogni fermata della metropolitana a una serie di effluvi </strong>-non sempre piacevoli- e suddividendo il viaggio in due circuiti: diurno e notturno. Certo perchè gli odori cambiano con il calare e il sorgere del sole, figurarsi col cambio delle stagioni.<br />
New  York secerne la sua più completa gamma di odori in estate; disgustoso e  seducente, delicato e travolgente. &#8220;<em>Un weekend soffocante</em>&#8221; dice Logan &#8220;<em>ho cominciato a <strong>navigare la città a naso</strong>, da nord a sud di Manhattan. Alcuni odori erano recidivi e costanti : mozziconi di sigarette,  creme abbronzanti, cibi fritti; altri erano singolari e sublimi: fragranze floreali mescolate a curry indiano intorno alla 34th strada; altri ancora rappresentavano contraddizioni sensoriali: spazzatura fuori da un salone di bellezza.<br />
Alcuni odori mi ricordavano altri luoghi e alcuni mi ricorderanno sempre New York</em>.&#8221;</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-14488" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/10/Senza-titolo-1.jpg" alt="Senza titolo 1 Noi due col naso allinsù e la neve che cadeva giù" width="593" height="402" title="Noi due col naso allinsù e la neve che cadeva giù" /></p>
<p>Curioso e intelligente il libro di Logan che, <strong>tramite illustrazioni e brevi didascalie, racconta zona per zona la città con un accuratezza disarmante.</strong> Interessante notare le differenze di odori da quartiere a quartiere, il che evidenzia quanto un certo tipo di popolazione possa caratterizzare una zona.<br />
Qualche esempio?</p>
<p><strong>Harlem</strong>: aggressiva e quasi territoriale acqua di colonia; rum; noccioline; salsa piccante e maionese; pizza e pollo fritto; profumo pazzo; urina; lettiera di gatto; lana bagnata; vodka e succo d&#8217;ananas; deliziosi gamberi grigliati; gas; sapone di lavanderia; thè nero; cibo cinese; cartone; succo di fragole; prosciutto.</p>
<p><strong>Upper Esat Side</strong>: profumatissimi cespugli in fiore; piante fresche, shampoo e deodorante; soffice gelato alla fragola; felci innaffiate; medicinali.</p>
<p><strong>Little Italy</strong>: aglio; lozione; cipressi; lattuga marcia; calcestruzzo secco.</p>
<p><strong>Wall Street</strong>: bagel alla cipolla; hot dog; sandwich con gelato;  crema solare economica; mozziconi di sigarette bagnati; gas.</p>
<p>Per tutti gli altri quartieri basta<strong> cliccare su <a href="http://www.nytimes.com/interactive/2009/08/29/opinion/20090829-smell-map-feature.html">questo link</a>, spostare il mouse </strong>- a forma di nasino-<strong> sulle zone di Manhattan e cliccare. </strong>Accanto <strong>appariranno le descizioni del quartiere scelto! </strong>Divertente e geniale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-14491" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/10/Immagine-51.png" alt="Immagine 51 Noi due col naso allinsù e la neve che cadeva giù" width="526" height="295" title="Noi due col naso allinsù e la neve che cadeva giù" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-14493" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/10/Immagine-61.png" alt="Immagine 61 Noi due col naso allinsù e la neve che cadeva giù" width="531" height="369" title="Noi due col naso allinsù e la neve che cadeva giù" /></p>
<p>Sicuramente le percezioni di Jason Logan non combaceranno perfettamente con le nostre,<strong> tutto cambia in base alla giornata, al clima, al vento</strong>&#8230; per questo non possiamo affidarci al nostro naso come fonte attendibile per mappare la città.<br />
Di sicuro ognuno di noi associa un odore ad un momento, un luogo, un ricordo. <a href="http://www.nuok.it/2010/09/14-it-smells-like-ny/">Come fece</a> tempo fa la nostra <em>Elisa Agnetti</em>, perchè non provare quindi a tracciare la <strong>nostra mappa olfattiva di New York</strong>?<br />
Impariamo a prendere spunto per vivere a 360 gradi una città che, anche con i suoi effluvi, <strong>promette e stimola continue emozioni.<br />
</strong><span><em><br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?v=53xR-8vCKG0">Noi due con il naso all&#8217;insù e la neve che cadeva giù &#8230;</a></em><br />
</span><br />
</p>
]]></content:encoded>
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		<title>New York, the World in a City: Joseph Berger</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 20:47:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[BOOK]]></category>
		<category><![CDATA[VARIE]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Berger]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>

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		<description><![CDATA[Joseph Berger è stato reporter, editorialista e redattore del New York Times per ben un quarto di secolo, scrivendo di educazione, religione e di quel vivido caleidoscopio che è New York, ma è stato anche cronista di molti degli eventi che hanno scosso Israele e il Medio Oriente. E&#8217; autore di tre libri, l&#8217;ultimo dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-12437" style="border: 0pt none;" title="isbn" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/08/isbn.jpg" alt="isbn New York, the World in a City: Joseph Berger" width="296" height="450" /><strong><a href="http://www.josephbergerbooks.com/biography.htm">Joseph Berger</a></strong> è stato reporter, editorialista e redattore del New York Times per ben un quarto di secolo, scrivendo di educazione, religione e di <strong>quel vivido caleidoscopio che è New York</strong>, ma è stato anche cronista di molti degli eventi che hanno scosso Israele e il Medio Oriente.</p>
<p>E&#8217; autore di tre libri, l&#8217;ultimo dei quali è <a href="http://www.amazon.com/gp/product/0345487389/ref=s9_asin_title_1?pf_rd_m=ATVPDKIKX0DER&amp;pf_rd_s=center-2&amp;pf_rd_r=1WV0PKS5XVYXHFHTGQ0C&amp;pf_rd_t=101&amp;pf_rd_p=278240301&amp;pf_rd_i=507846"><em>The World in a City: Traveling the Globe through the Neighborhoods of the New New York</em></a>, <strong>un tour intimo &#8211; ma con occhi da addetto ai lavori &#8211; in una New York trasformata da immigrazione, </strong>gentrificazione e altre forze. <strong>Benvenuto su Nuok, Joseph!</strong></p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>Joseph Berger</strong> has been a New York Times reporter, columnist, and editor for a quarter century, writing about education, religion, and <strong>the vivid kaleidoscope that is New York City </strong>as well chronicling many of the events that have shaken Israel and the Middle East.</span></p>
<p><span style="color: #888888;">He is the author of three books, the latest, <em>The World in a City: Traveling the Globe through the Neighborhoods of the New New York</em>, an intimate insider&#8217;s tour of a New York City transformed by immigration, gentrification and other forces. Welcome to Nuok, Joseph!</span></p>
<h3>:: Come mai New York è la città più desiderata e sognata al mondo?</h3>
<p><strong>&#8220;New York </strong><strong>è diventata il luogo magnetico che è ancora adesso perchè è sempre stata aperta agli immigrati.</strong> Immigrati o discendenti di immigrati come George Gershwin, Irvin Berlin, George M. Cohan, Mario Puzo, Gay Talese, Sid Caesar e via dicendo; <strong>tutti loro hanno dato alla città il suo stile</strong> e l&#8217;hanno resa il posto in cui tante persone, da tutte le parti del mondo, desiderano vivere. <strong>E&#8217; stato proprio questo a renderla famosa e seducente in tutto il globo.&#8221;</strong></p>
<blockquote><p><span style="color: #888888;"><span style="color: #888888;"><strong>:: Why is New York the city most dreamed and desired city in the world?</strong><strong> </strong></span>New York became as magnetic as place as it is because it was always open to immigrants. Immigrants or descendants of immigrants like George Gershwin, Irving Berlin, George M. Cohan, Mario Puzo, Gay Talese, Sid Caesar etc. all gave the city its panache and made it a place people from all over the world wanted to come to&#8211; which made it famous and enticing all over the world.</span></p></blockquote>
<h3>:: E&#8217; una coincidenza che vicino alle comunità italiane &#8211; a Little Italy (Manhattan) e Bensonhurst (Brooklyn) &#8211; sono sorte comunità cinesi?</h3>
<p>&#8220;I cinesi si sono stabiliti in molte parti della città. <strong>Alcune di queste erano zone in cui vivevano gli italiani, in altre c&#8217;erano magari comunità ebree o irlandesi. </strong>Dal momento che ebreei, italiani e irlandesi erano i gruppi d&#8217;immigrati preponderanti in città nella prima metà del 20esimo secolo, era naturale che le ondate di cinesi giunti qui dopo le modifiche alla legge sull&#8217;immigrazioni del 1965 trovassero spazio vicino a loro. <strong>Ma questo non ha nulla a che fare con il legame fra la pasta e i noodles.&#8221;</strong></p>
<blockquote><p><span style="color: #888888;"><span style="color: #888888;"><strong>:: Is it a coincidence that near New York&#8217;s long-standing Italian communities &#8211; Little Italy (Manhattan) and Bensonhurst (Brooklyn) &#8211; Chinese communities have taken hold? </strong></span>&#8220;Chinese settled in many places. Some of those were neighborhoods where Italians lived but others were places where Jews and Irish lived. Since Jews, Italians and Irish were the city&#8217;s dominant immigrant groups in the first half of the 20th Century, it was natural that  waves of Chinese who came over after the changes in immigration law in 1965 would settle there. It has nothing to do with the link between pasta and Chinese noodles.&#8221;</span></p></blockquote>
<h3>:: Credi nel ricambio generazionale? Le nuove generazioni di immigrati si mescoleranno oppure continueranno a formare una comunità tra connazionali?</h3>
<p><strong>&#8220;Italiani, ebrei e irlandesi si sono fortemente integrati nel tessuto della vita americana.</strong> Gruppi venuti qui in precedenza, come i tedeschi o gli scandinavi, lo hanno fatto in maniera così efficace che sono davvero pochissimi i quartieri identificabili con la loro presenza. Immagino che <strong>lo stesso accadrà alle comunità asiatiche e sudamericane</strong> che sono arrivate qui a partire dal 1965. La razza può essere un fattore che complica questo processo, ma penso che anche<strong> questa difficoltà verrà superata dallo spirito democratico degli americani.</strong>&#8221;</p>
<blockquote><p><span style="color: #888888;"><strong>:: Do you believe in generational change and assimilation? That is, that new generations of immigrants mingle into the social make-up of their adoptive land? Or, do you think immigrants to New York will continue to establish themselves within communities formed by their own compatriots?</strong></span><span style="color: #888888;"><strong> </strong>Italians, Jews and Irish have greatly assimilated into the fabric of American life. Earlier groups like Germans and Scandinavians did so so successfully that they have very few distinguished neighborhoods. I&#8217;m guessing the same will happen with the Asians and South American groups that have come over since 1965. Race may be a complicating factor, but I believe it will be trumped by the American democratic spirit.</span></p></blockquote>

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		<title>Quando lo Stregone della Canalaccia sbarcò a New York</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 23:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alice Avallone</dc:creator>
				<category><![CDATA[BOOK]]></category>
		<category><![CDATA[Cose pazze]]></category>
		<category><![CDATA[Ellis Island]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Stregone della Canalaccia]]></category>

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		<description><![CDATA[Giuseppe Silvio Tazzioli nacque il 1883 a Piandelagotti, zona detta Canalaccia, sull&#8217;Appennino tosco-emiliano in provincia di Modena. Dopo un soggiorno in America nei primi del novecento Giuseppe si inventò un mestiere: lo Stregone. Quella che segue è una storia vera. Lo Stregone della Canalaccia era alto, biondo e sporco. Viveva in completo isolamento, in una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11539" title="ca" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/07/ca.png" alt="ca Quando lo Stregone della Canalaccia sbarcò a New York" width="440" height="290" /></p>
<p><strong>Giuseppe Silvio Tazzioli </strong>nacque il 1883 a Piandelagotti, zona detta Canalaccia, sull&#8217;Appennino tosco-emiliano in provincia di Modena. Dopo un soggiorno in America nei primi del novecento Giuseppe si inventò un mestiere: <strong>lo Stregone</strong>. Quella che segue è una storia vera.</p>
<p><strong>Lo Stregone della Canalaccia </strong>era alto, biondo e sporco. Viveva in completo isolamento, in una baracca con alcune capre in mezzo al bosco. Complice lo sguardo misterioso, per la gente del posto era un uomo magico: <strong>faceva intrugli di erbe e strani riti, e si faceva pagare in natura. </strong>Formaggi, conigli, galline &#8211; ma non solo. Pare che si chiudesse per ore nella sua stanza con alcune delle sue clienti più affezionate e molto ben disposte nei suoi confronti!<strong><br />
</strong></p>
<p>Pettegolezzi a parte, dal blog <a href="http://verdiorizzonti.blogspot.com/2007/08/lo-stregone-della-canalaccia.html">Verdi  Orizzonti</a> scopriamo un aneddoto divertente:</p>
<blockquote><p>Parecchie persone si rivolgevano a lui per risolvere vari  problemi, in particolare per combattere il malocchio. Un mio  conoscente, convinto di avere proprio il malocchio, decise di recarsi  dallo stregone per allontanarlo. Lo stregone non pretendeva certo  denaro, anche perché a quei tempi difficilmente, in montagna, si  maneggiavano soldi, ma accettava un comodo pagamento in natura. Questo  cliente gli portò così una gallina e un coniglio, che gli diede prima  dell&#8217;inizio della preziosa consulenza. Lo stregone, ricevuto l&#8217;onorario,  si applicò a fare un rito: chiuse il cliente dentro alla sua casa, che  più che casa era una sorta di capanna, e poi prese un bastone e cominciò  a correre intorno ad essa pronunciando strane formule.</p>
<p>Chissà perché il  povero cliente, chiuso nella stamberga, cominciò ad impaurirsi, tanto  che, terminato il rito, dopo che lo stregone aprì la porta e lo fece  uscire, invece di aspettare il responso corse via velocemente e cadde  dentro a un letamaio, sprofondando fino alle ginocchia. Sentendo tutto  quel trambusto, il proprietario del letamaio accorse e, vedendo l&#8217;uomo  lercio ed impaurito, gli disse: &#8220;Stai tranquillo, cadere nel letamaio  porta fortuna!&#8221;.</p></blockquote>
<p><strong>Perchè ne stiamo parlando su un portale dedicato agli italiani a New York?</strong> Beh, perché anche lo Stregone della Canalaccia, nei primi del novecento sbarcò nella Grande Mela.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-11537" title="copertina" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/07/copertina-202x300.png" alt="copertina 202x300 Quando lo Stregone della Canalaccia sbarcò a New York" width="162" height="240" /><strong>Luigi Bonaldi</strong>, veterinario appassionato di storia e tradizioni  locali, nel 2005 ha scritto addirittura un libro dedicato a quest&#8217;uomo, <em>Lo  stregone della Canalaccia</em>:</p>
<blockquote><p>Conosceva lo spagnolo e  l&#8217;americano. Imparò l&#8217;arte del guaritore dagli sciamani indiani  d&#8217;America e, successivamente, ebbe come maestro un esperto in materia di  nome Secondo Tornado.</p>
<p>Vi è chi sostiene che il fratello Settimo sia  stato un guaritore più forte di lui. Nato alla Canalaccia,  emigrò a diciassette anni e otto mesi negli USA, visse tra lo stato di  Washington e la California, dove fece fortuna. Morì nel 1948 a sessant&#8217;anni, ad Alameda, cittadina posta sulla baia di San Francisco.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.pavullonline.it/magazine/cavallini/canalaccia.html">Maria Pia Cavallini</a> ci aggiunge un altro mistero:</p>
<blockquote><p>Pare addirittura che avesse aiutato Guglielmo Marconi in America, nella realizzazione delle telecomunicazioni radiotelegrafiche con l’Europa e che avesse inventato un ‘cannone’ capace di abbattere, con una gittata di 30 transfere,  gli aerei nemici nella guerra d’’Africa, arma però disdegnata da Mussolini.</p></blockquote>
<p>Abbiamo curiosato nell&#8217;archivio di Ellis Island: molte cose non tornano, e questo rende il personaggio ancora più misterioso! L&#8217;unico Giuseppe di Frassinoro (entrambi i nomi mal scritti nel documento) <strong>era sposato ed arrivò nel 1906 a 39 anni.</strong> Questo non coinciderebbe con la sua data di nascita: dovrebbe avere 23 anni.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11534" title="Immagine 12" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/07/Immagine-12.png" alt="Immagine 12 Quando lo Stregone della Canalaccia sbarcò a New York" width="557" height="411" /></p>
<p>Se poi andiamo più a fondo, curiosando tra il registro originale, scopriamo ben di più.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11535" title="Immagine 13" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/07/Immagine-13.png" alt="Immagine 13 Quando lo Stregone della Canalaccia sbarcò a New York" width="557" height="134" /></p>
<p>Era diretto a Porland (Oregon), con 80 dollari, da suo zio Zeffirino. Potrebbe essere un indizio. Nell&#8217;Oregon esiste una grande tradizione di sciamani indiani, tra cui la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Burns_Paiute_Tribe">Burns Paiute Tribe of the Burns Paiute Indian Colony of Oregon</a>. E&#8217; una possibilità.</p>
<p>Andando avanti con le ricerche, <strong>abbiamo ritrovato anche il fratello, Settimo Tazzioli. </strong>Qui le date coincidono: lui arrivò a marzo del 1906, e lo Stregone Giuseppe<span style="text-decoration: underline;"> lo raggiunse in effetti successivamente (come dichiarato sul libro di Luigi Bonaldi)</span>, ad agosto dello stesso anno. Settimo Tazzioli era diretto verso la costa ovest a Seattle, con 30 dollari.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11536" title="Immagine 14" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/07/Immagine-14.png" alt="Immagine 14 Quando lo Stregone della Canalaccia sbarcò a New York" width="538" height="128" /></p>
<p>Alla fine, lo Stregone dopo aver imparato l&#8217;arte americana, tornò alla Canalaccia. E&#8217; molto curioso scoprire dunque che tra i tanti italiani sbarcati ai piedi della Statua della Libertà, c&#8217;era anche questo uomo dai capelli biondi e unti, che si pensava già un mago. Ed ancora curioso è che già all&#8217;inizio del &#8217;900 funzionava come oggi: <strong>i talenti fuggivano in America per imparare il mestiere, e poi tornavano in Italia portando le loro conoscenze ed una ventata di innovazione.</strong></p>
<p>Ma questa storia ci dice anche un&#8217;altra cosa: Giuseppe tornò in Italia e morì povero e sconosciuto. <strong>Settimo rimase in America e fece fortuna, diventando ancora più popolare del fratello.</strong> Un segno? : )<br />
</p>
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		<title>Waveland – Katrina spazza via tutto, anche la storia</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 09:51:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Staglianò</dc:creator>
				<category><![CDATA[BOOK]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Katrina]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Waveland]]></category>

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		<description><![CDATA[Mississippi, 2006, un anno dopo il passaggio di Katrina. La costa è ancora un confuso ammasso di detriti, case abbandonate, strade interrotte e ponti pericolanti. Vaughn è un architetto di mezza età, e dalla finestra osserva questo paesaggio di distruzione. C’è della gente in giro, ogni tanto passa qualche auto. La vita è ancora possibile, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mississippi, 2006, un anno dopo il passaggio di Katrina. La costa è ancora un confuso <strong>ammasso di detriti, case abbandonate, strade interrotte e ponti pericolanti.</strong> Vaughn è un architetto di mezza età, e dalla finestra osserva questo paesaggio di distruzione. C’è della gente in giro, ogni tanto passa qualche auto. La vita è ancora possibile, ma è un’esistenza bloccata, timorosa, quasi pigra.<strong> Si va avanti a piccoli passi. </strong>Anche Vaughn sembra paralizzato, anche lui è a pezzi. Ha divorziato di recente da Gail, dopo vari anni di matrimonio, ma non ha mai smesso di amarla; e lo sa benissimo.</p>
<p><strong>Nonostante questo, bisogna andare avanti, no?</strong> E così Vaughn ha trovato una nuova compagna, quasi per inerzia. Cercava una stanza in affitto, e ha finito per dividere anche il letto con la sua padrona di casa: una donna ancora giovane e dal nome molto esotico, Greta Del Mar. Ma ancora più degno di nota è il suo passato: <strong>Greta è stata accusata di aver ucciso il marito</strong>, un poco di buono che la maltrattava, e anche se ne è uscita pulita le chiacchiere intorno a lei non sono mai cessate. In condizioni normali Vaughn avrebbe qualche disagio a convivere con una presunta assassina, ma dopo un uragano tutto diventa relativo, anche queste faccende. <strong>Vivi giorno per giorno, senza farti troppe domande, </strong>con chi incontri sul tuo cammino.</p>
<div id="attachment_11463" class="wp-caption alignnone" style="width: 450px"><img class="size-full wp-image-11463" title="scale" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/07/scale.png" alt="scale Waveland – Katrina spazza via tutto, anche la storia" width="440" height="290" /><p class="wp-caption-text">Dettaglio della copertina del libro Waveland di Frederick Barthelme</p></div>
<p><strong>E poi, all’improvviso, le cose cambiano. </strong>Gail è in ospedale: il suo nuovo ‘fidanzato’ l’ha picchiata. Lei non vuole denunciarlo, ma ha anche bisogno di sentirsi protetta, e chiede a Vaughn e Greta di trasferirsi da lei per un po’. <strong>Vaughn è incerto, ma in fondo vuole stare accanto a Gail</strong>, e così lui e Greta si trasferiscono in quella che è stata la sua casa – la casa di lui e Gail – per tanti anni.</p>
<p><strong>È una buona premessa per un romanzo, non trovate? </strong>Vaughn non ha neanche capito bene com’è che è andata, ma d’un tratto si ritrova a vivere con l’ex-moglie, di cui è ancora innamorato, e la nuova fidanzata, sospettata di omicidio. Da questo momento in poi ci aspetteremmo tensione e colpi di scena; in fondo<strong> siamo davanti a un classico triangolo,</strong> senza dimenticare la venatura gialla, da thriller. E invece Frederick Barthelme, l’autore di Waveland, disinnesca subito ogni possibile scarica di adrenalina.</p>
<p>Greta, per esempio, non oppone resistenza al trasferimento: sarà un po’ strano, commenta, ma cosa non lo è oggigiorno? E ancora: <strong>a Greta piace Gail, le due vanno d’accordo</strong>; entrambe si divertono a prendere in giro Vaughn: dicono che è un tipo lamentoso. <strong>Non c’è conflitto fra loro.</strong> E Greta è anche piuttosto disincantata rispetto ai sentimenti di Vaughn verso di lei; senza tanti giri di parole, è lei stessa a dire al suo fidanzato che <strong>ancora non ha superato il divorzio,</strong> e che quindi è possibile una “ricaduta” fra le braccia di Gail. E Greta non si illude neanche rispetto a quest’ultima: se ha chiamato proprio Vaughn per ‘proteggerla’, qualcosa significherà.</p>
<p>Insomma, <strong>per buoni due terzi della storia, non succede quasi nulla.</strong> I tre si lasciano vivere, sotto lo stesso tetto, e anche i possibili motivi di attrito sono come attutiti dalla generale atmosfera di apatia. <strong>Il romanzo non è scritto in prima persona, </strong>ma Barthelme si focalizza quasi esclusivamente su Vaughn, e noi viviamo questa esperienza tramite il suo sguardo. Il suo problema principale sembra essere l’indecisione: <strong>il nostro protagonista è attratto da entrambe le donne, </strong>seppure in maniera diversa. Alla fine arriverà a chiarirsi con se stesso, ma sarà un momento deludente: Vaughn non sceglierà davvero fra Greta e Gail, <strong>saranno le circostanze a decidere per lui. </strong>Si confermerà un personaggio passivo, e questo toglierà spessore anche a quei (pochi) momenti in cui farà valere la propria volontà.</p>
<div id="attachment_11464" class="wp-caption alignnone" style="width: 450px"><img class="size-full wp-image-11464" title="Immagine 10" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/07/Immagine-10.png" alt="Immagine 10 Waveland – Katrina spazza via tutto, anche la storia" width="440" height="290" /><p class="wp-caption-text">Casa distrutta dall&#39;uragano Katrina - National Geographic</p></div>
<p>Più in generale, la trama ci appare troppo scarna, e i personaggi non sono così interessanti da guidare la storia in virtù del loro fascino. Aggiungiamo inoltre che né i temi trattati, né la scrittura – seppur piacevole – ci sembrano giustificare da soli la lettura del romanzo. <strong>Il giudizio complessivo, pertanto, è piuttosto negativo. </strong>Sembra quasi che, per osmosi con le zone colpite dall’uragano, anche il romanzo si lasci vivere di inerzia: <strong>Katrina è passato da queste pagine e si è portato via le possibili trame e battute memorabili</strong>, lasciandoci solo i detriti di una storia. E non è esattamente un complimento.</p>
<p>Detto questo, <strong>c’è un capitolo che vale da solo l’acquisto del libro.</strong> E non ci sembra casuale che, nell’architettura del romanzo, sia una specie di elemento marziano, una storia che rimane quasi avulsa dal resto della trama. <strong>Vaughn ha un trauma che lo tormenta:</strong> il padre è morto poco tempo prima, a 86 anni suonati. Era ridotto male, sulla sedia a rotelle, ma Vaughn non aveva un gran rapporto con lui, e se ne è consciamente fregato. Ha fatto il minimo indispensabile, trovargli un’associazione che gli assicurava ogni giorno una badante, ma per il resto è scomparso. Non è andato a trovarlo. <strong>Non rispondeva alle sue telefonate.</strong> Be’, quando infine il padre è morto davvero, Vaughn ha cominciato a sentirsi in colpa. E nel capitolo in questione, Vaughn immagina una giornata del padre, uno dei suoi ultimi giorni di vita. Quelle pagine sono una piccola perla. Per citare Calvino, <strong>hanno il dono dell’esattezza: non levereste una virgola, e non ne aggiungereste una in più di quelle che già ci sono.</strong><br />
</p>
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		<title>HUMUS: Matteo Bittanti e l&#8217;arte del gioco</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 23:52:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marianna Martino</dc:creator>
				<category><![CDATA[ART]]></category>
		<category><![CDATA[BOOK]]></category>
		<category><![CDATA[HUMUS]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[games]]></category>
		<category><![CDATA[GameScenes]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Bittanti]]></category>
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		<description><![CDATA[Matteo Bittanti, scrittore e ricercatore italiano :: Che cosa pensi della fuga dei talenti all&#8217;estero? E&#8217; una fuga vera e propria, oppure è insensato parlare ancora di confini? Si dovrebbe distinguere tra scelte ideologiche – per cui l’abbandono della nazione di appartenenza è motivato da un senso di profondo disgusto per lo status quo (politico, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-11455" title="mb" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/07/mb.png" alt="mb HUMUS: Matteo Bittanti e larte del gioco" width="440" height="289" /><em><span style="color: #888888;"><strong><br />
Matteo Bittanti</strong>, scrittore e ricercatore italiano</span></em></p>
<h3>:: Che cosa pensi della fuga dei talenti all&#8217;estero? E&#8217; una fuga vera e propria, oppure è insensato parlare ancora di confini?</h3>
<p>Si dovrebbe distinguere tra scelte<em> ideologiche</em> – per cui l’abbandono della nazione di appartenenza è motivato da un senso di profondo disgusto per lo status quo (politico, morale, economico) – e scelte <em>pragmatiche</em>, riconducibili a situazioni specifiche quali l’arretratezza delle strutture accademiche, la quantità/qualità dell’offerta lavorativa, l’inquinamento e il caos perdurante (esempio: Milano)&#8230; Fortunatamente, viviamo in un’era in cui trasferirsi all’estero è molto più semplice che in passato. Credo che se una nazione non sia in grado di gratificare in modo adeguato le risorse intellettuali di un individuo, l’emigrazione è un diritto e insieme un dovere. Ha ragione <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Florida">Richard Florida</a> di “Who’s Your City?”: nella società contemporanea le città mondiali competono tra di loro per assicurarsi i migliori talenti disponibili.</p>
<h3>:: Consiglieresti a un giovane di andarsene dal proprio paese?</h3>
<p>A prescindere dalle motivazioni personali, ritengo che sia fondamentale confrontarsi con situazioni differenti, scenari eterogenei, sfide sempre nuove. Non credo che esista una patologia peggiore del provincialismo e dell’arroganza nazionalistica di chi non sa riconoscere, ne&#8217; tantomeno apprezzare, il diverso. Un’esperienza all’estero – temporanea o permanente – è assolutamente indipensabile per crescere.</p>
<h3>:: Lavorando a Stanford, quali differenze saltano subito all&#8217;occhio tra l&#8217;università americana e quella italiana?</h3>
<p>C’è un abisso. In termini di risorse, strumenti, preparazione dei docenti, strutture, apertura mentale, innovazione, collegamento con il mondo del lavoro&#8230; Giorno vs. notte. In Italia ci sono professori e ricercatori di grande talento che lavorano spesso in condizioni proibitive. Ma la trasparenza burocratica delle università americane – per quanto riguarda competenze, assunzioni, selezioni – è pura fantascienza in un contesto accademico – quello del Belpaese – di stampo essenzialmente feudale. L’antinomia meritocrazia vs. nepotismo, per quanto manichea, sintetizza il gap che sussiste tra l’universita’ statunitense e quella italiana. In compenso, gli studenti italiani sono molto svegli e hanno a disposizioni risorse, know-how e strumenti che solo dieci anni fa erano impensabili. Ho grande fiducia nelle giovani leve.</p>
<h3>:: I videogames sono la tua grande passione e ne hai fatto un mestiere: è un settore che crescerà ancora? Ci sono nuove figure richieste oltre agli sviluppatori?</h3>
<p>La recessione ha colpito anche il mercato dei videogame, che ha registrato un calo di vendite considerevole nel 2009. La situazione sta tuttavia migliorando. Quello che mi affascina del settore videoludico è il suo incredibile dinamismo. Si tratta di uno degli ambiti più innovativi del settore dell’entertainment e dell’elettronica di consumo. Basti pensare alla nuova console tridimensionale di Nintendo, 3DS, all’interfaccia a controllo gestuale di Microsoft, <a href="http://www.xbox.com/it-IT/kinect/">Kinect</a>, allo streaming videoludico di OnLive, a sistemi di gaming e intrattenimento online come <a href="http://www.xbox.com/it-IT/live/bestoflive/connectnow.htm">Xbox Live</a>. E non dimentichiamo i giochi creati da studenti, artisti, sviluppatori indipendenti&#8230; In questo contesto, la sperimentazione è un vero imperativo categorico. Un altro aspetto che mi affascina è la travolgente convergenza in atto, per cui tecnologie e dispositivi sviluppati in alcuni contesti – dal cinema alla televisione, dai social network alla telefonia – vengono rapidamente adattati o reinventati per i videogame, e viceversa. Ma l’aspetto piu’ interessante in assoluto è che l’essenza stessa del medium – <em>la natura ludica di ogni nostra interazione sociale </em>– oggi pervade la cultura tout court. In questo senso, i videogame e internet hanno realizzato pienamente il sogno di Johannes Huizinga.</p>
<h3>:: Come saranno i games del futuro?</h3>
<p>L’homo ludens 2.0 gioca sempre, in ogni contesto. Il cerchio magico è una pura illusione. Il vero campo da gioco è la realtà in quanto tale. Il ludico contraddistingue ogni aspetto della nostra vita sociale e culturale. Fare la spesa sarà basato su un sistema a punti, e metà tra la caccia al tesoro e il barcode scanning. La lettura dei libri diventerà una pratica collettiva anzichè solitaria: nell’era degli ebook sottolineabili online, la prassi delle annotazioni diventerà un meta-gioco collettivo, di scrittura/riscrittura. Ci sfideremo a vicenda a risparmiare energia elettrica, a consumare di meno e in modo intelligente. La visita a un museo diventerà un’esperienza personalizzabile grazie a tablet e lettori multimediali – potremo svolgere il ruolo di curatori anzichè quello di meri visitatori. Giocare ad imparare. L’attività fisica è già un videogame. Ci sono due milioni e mezzo di corridori che si allenano giocosamente con Nike+ iPod&#8230; Anche parcheggiare la propria vettura diventerà una specie di gara, grazie a GPS intelligenti e parchimetri elettronici. <a href="http://foursquare.com/">FourSquare</a> e il geo-location rappresentano i primi passi verso una ludizzazione del reale in quanto tale.</p>
<h3>:: Qual è lo stato dell&#8217;Italia in questo settore?</h3>
<p>Direi pessimo. Oltre a una tecnofobia diffusa e al dominio di una logica politico-televisiva che ha immobilizzato il paese, l’Italia ha investito poco e male nel settore videoludico. Il fatto che in un paese di 60 milioni di abitanti ci sia una sola software house capace di produrre titoli capaci di competere a livello internazionale è imbarazzante. Mi riferisco, chiaramente, a Milestone. Sul piano del game design, l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa. E’ una colonia dei publisher americani, francesi, giapponesi. Non si produce quasi nulla, ma si localizza e si traducono videogame sviluppati altrove. I migliori talenti italiani – e ce ne sono parecchi – lavorano tutti all’estero. Uno su tutti, Christian Cantamessa, sviluppatore di <a href="http://www.rockstargames.com/">RockStar Games</a> e autore del recente <em>Red Dead Redemption</em>, un eccezionale gioco ambientato nel Selvaggio West che ha venduto cinque milioni di pezzi in meno di un mese. Christian ha lasciato l’Italia un decennio fa e oggi vive a San Diego, dove divide il suo tempo tra videogame e cinema. In breve: l’Italia non possiede le strutture e le risorse per produrre videogame a medio-alto budget. Ergo, chi vuole creare videogame non ha altra scelta se non trasferirsi all’estero. Si potrebbe/dovrebbe fare di più per quanto concerne i giochi per iPhone/iPad. Anche la scena indie (<a href="http://www.xbox.com/it-IT/hardware/x/xbox360arcadesystem/default.htm">Xbox Live Arcade</a>, per esempio) rappresenta una delle possibili valvole di sfogo del talento creativo italiano. Ma la situazione, in generale, è grigia.</p>
<h3>:: Ci parli della Game Art sulla quale hai anche scritto un libro &#8220;GameScenes&#8221;?</h3>
<p>L’arte è un gioco, diceva Duchamp, e il videogioco è arte, aggiungerei. Cosa succede quando gli artisti decidono di creare arte usando un videogame? E’ questa la domanda che ha sollecitato una ricerca e una pratica tutt’ora in corso. Esiste un numero sorprendente di artisti che si servono delle tecnologie ludiche per creare installazioni, sculture, performance&#8230; Molti di questi sono italiani e fanno cose assolutamente geniali. Penso a <a href="http://www.rgbproject.com/">Mauro Ceolin</a>, Damiano Colacito, gli <a href="http://www.0100101110101101.org">0100101110101101.org</a> (Franco ed Eva Mattes), <a href="http://www.internetlandscape.it/">Marco Cadioli</a> e molti altri. Curo un sito, <a href="http://www.Gamescenes.org">Gamescenes.org</a>, che si propone di seguire la scena di arte ludica a livello internazionale. E’ uno spin-off del progetto editoriale cominciato con il volume<em> GameScenes. Art in the Age of Videogames </em>che ho scritto insieme a Domenico Quaranta. In un certo senso, gamescenes.org è solo l’inizio.<br />
</p>
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		<title>Le cose più originali e divertenti da fare a New York!</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 18:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siete alla ricerca delle cose più cool da fare a New York City? Le guide turistiche ed i siti web sulla Grande Mela non vi soddisfano? I tipi di Zoomdoggle vi fanno un super regalo: una guida completamente gratis da scaricare, stampare e usare il più possibile! Cliccate QUI! Avete provato (oppure assaggiato!) il consiglio? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignnone size-full wp-image-11407" style="border: 0pt none;" title="Immagine 10" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/06/Immagine-103.png" alt="Immagine 103 Le cose più originali e divertenti da fare a New York!" width="490" height="277" /></em></p>
<p><img style="border: 0pt none;" title="Immagine 14" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/06/Immagine-143.png" alt="Immagine 143 Le cose più originali e divertenti da fare a New York!" width="490" height="388" /></p>
<p><img style="border: 0pt none;" title="Immagine 15" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/06/Immagine-152.png" alt="Immagine 152 Le cose più originali e divertenti da fare a New York!" width="490" height="372" /></p>
<p><strong>Siete alla ricerca delle cose più cool da fare a New York City? </strong>Le guide turistiche ed i siti web sulla Grande Mela non vi soddisfano? I tipi di <a href="http://zoomdoggle.com/">Zoomdoggle</a> vi fanno un super regalo: <strong>una guida completamente gratis da scaricare, stampare e usare il più possibile!</strong></p>
<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.nuok.it/doc/funlist.pdf"><strong>Cliccate QUI!</strong></a></h3>
<p>Avete provato (oppure assaggiato!) il consiglio? Marcate la casellina <em>I did it</em>! <strong>Nei giorni scorsi sono state distribuite più di 15 mila copie in città.</strong> Ecco la lettera dell&#8217;editore (super complimenti!):</p>
<blockquote><p>Ever notice how tourists look up when wandering the streets of our fine city? After years of annoyance with their slow shuffle and skyward gaze, something funny happened: I decided to join them. Well &#8230; I looked up with them and I&#8217;ll save you the suspense &#8230; it was fun! No really, checking out the skyline from street level might be the single funnest, cheapest, most accessible thing you can do in all of New York. But when was the last time you stepped outside of whatever hustle and bustle had you hustling and bustling, and took in what was going on above? If you&#8217;re anything like me, it&#8217;s probably been a while.</p>
<p>That thought was the catalyst for this list. Consider it a reminder, a call to action, and a little bit of inspiration all rolled up into one. Please also consider it a gift. It was paid for out-of-pocket using the profit made from Zoomdoggle&#8217;s first tangible product: Buckyballs (getbuckyballs.com). If you bought Buckyballs in the past year, or plan on buying a set in the near future, you made this possible. Thanks a billion : )</p>
<p>Hopefully the zoomdoggle fun list nyc will become an annual thing, with tens of thousands of free copies given away on the streets of New York City over the course of a single day, just like we did with this first issue. Or, maybe it&#8217;ll be a one time thing (read: collectors edition. Hang onto it). Either way, don&#8217;t forget to look up like a tourist from time to time. If nothing else, you&#8217;ll probably wind up with rosier cheeks, even in the off-season. How fun is that?</p>
<p style="text-align: right;">—jakehimself</p>
</blockquote>
<h3><strong>Buon divertimento!<br />
</strong></h3>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11413" title="Immagine 16" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/06/Immagine-162.png" alt="Immagine 162 Le cose più originali e divertenti da fare a New York!" width="490" height="390" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11414" title="Immagine 18" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/06/Immagine-183.png" alt="Immagine 183 Le cose più originali e divertenti da fare a New York!" width="490" height="540" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-11415" title="Immagine 19" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/06/Immagine-192.png" alt="Immagine 192 Le cose più originali e divertenti da fare a New York!" width="490" height="440" /></p>
<p><span style="color: #888888;"><em>© 2010 <a href="http://zoomdoggle.com/">Zoomdoggle</a>, LLC<br />
All rights reserved<br />
Concept/Publisher: Jake Bronstein<br />
Writing/Co-Conspiritor: Adam Winer<br />
Design/Illustration/And Then Some: Erika Nishizato<br />
Proofreader/Gramatician/Words of Support: Marisa BregmanVol. 01</em></span><br />
</p>
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		<title>Diari newyorkesi: Filippo La Porta</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 11:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diari newyorkesi]]></category>
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		<category><![CDATA[Filippo La Porta]]></category>

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		<description><![CDATA[Filippo La Porta ci dona un bel racconto sulla New York portoricana, scenario di un suo personale e significativo coinvolgimento nei ritmi antichi e moderni della città. Si tratta di una vera e propria guida per conoscere la vivace musica salsa e la sua ricca cultura, oltre che i locali dove ascoltarla. Nel recente volume [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1499" class="wp-caption alignleft" style="width: 280px"><img class="size-medium wp-image-1499" title="n" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/01/n-300x225.jpg" alt="n 300x225 Diari newyorkesi: Filippo La Porta" width="270" height="203" /><p class="wp-caption-text">Alessandro Polcri</p></div>
<p><strong>Filippo La Porta</strong> ci dona un bel racconto sulla New York portoricana, scenario di un suo personale e significativo coinvolgimento nei ritmi antichi e moderni della città. Si tratta di una vera e propria guida per conoscere la vivace musica salsa e la sua ricca cultura, oltre che i locali dove ascoltarla. Nel recente volume <em>Diario di un patriota perplesso negli USA </em>(Roma, Edizioni e/o, 2008), La Porta, tra le numerose realtà americane esplorate, scrive pagine molto interessanti anche su New York. In particolare, in un capitolo dedicato alla bellezza moderna e alla bellezza classica, riporta una nostra conversazione durante la quale, seduto con lui a un <em>diner</em> di Brooklyn, osservavo che se una città italiana sembra essere stata concepita per durare oltre l’umano ciclo della vita (quella italiana è, infatti, spesso avvicinabile a una città ideale rinascimentale dove, se la gente sparisse, la bellezza architettonica ne risulterebbe aumentata), New York, invece, pare concepita per essere vissuta solo nell’istante (morsa, appunto: «Take a bite of the Big Apple»), e la sua bellezza quasi svanirebbe se non fossero presenti anche le persone. Questa profonda ‘natura e vocazione antropologica’ di New York è ben confermata anche da questo testo inedito (che La Porta ha scritto apposta per<em> Nuok</em>) dove la città viene descritta come un luogo ‘sempre moderno’ in cui, però, una umanità antica e varia abita ogni giorno in modo nuovo e creativo.</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.nuok.it/team/alessandro-polcri"><strong>Alessandro Polcri </strong></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>*** </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Filippo La Porta<br />
</strong></p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>Omaggio all’anima <em>boricua</em></strong><strong> e meridiana di New York </strong></h3>
<p><strong><img class="size-full wp-image-10941 aligncenter" title="cafe" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/06/cafe.png" alt="cafe Diari newyorkesi: Filippo La Porta" width="572" height="436" /></strong></p>
<p>«Io ho visto come la parola si avviava verso il canto senza giungere ad esso, ho visto come la ripetizione di un solo monosillabo dava origine a un determinato ritmo» (Alejo Carpentier, <em>Los pasos perdidos</em>, 1953).</p>
<p><strong>Premessa </strong></p>
<p>Questa è  la storia di un innamoramento creolo a 28 anni. A New York il mio cuore è stato spezzato, nel 1981, dal ritmo e dalla poesia e dalla musica di Portorico (un’isola così prossima a Cuba, di cui riproduce la identica bandiera, benché a colori esattamente rovesciati!). È lì che ho ascoltato per la prima volta le orchestre salsa di Eddie Palmieri, Willie Colon, Manny Oquendo, e poi quelle di latin jazz di Mongo Santamaria(cubano) e di Tito Puente, ed è lì che ho seguito al<em> Nuyorican Poets Cafè</em>, nella torbida Alphabet city dell’East Villane (dove naturalmente fui rapinato, quasi come in un rito iniziatico), le letture di versi dello straordinario Piedro Pietri, scomparso nel 2004 (uno dei co-fondatori, insieme a Miguel Pinero e Miguel Algarin). Conosco invece pochissimo la narrativa portoricana: mi hanno detto che il romanzo di Luis Rafael Sanchez, <em>La guaracha del macho Camacho</em> (1976) è un po’ l’equivalente di <em>Tre tristi tigri </em>di Cabrera Infante (1967), e dunque impastato nel linguaggio di sonorità e ritmi caraibici, ma una sua traduzione in italiano la vedo assai improbabile… Mentre adoro la variegata epopea cinematografica dei portoricani di NY, da <em>West side story</em> a <em>Carlito’s way</em>.</p>
<p><strong>Istruzioni di viaggio</strong></p>
<p>Siete a New York, o perché ci abitate o perché avete deciso di passarci un periodo. Vi evocano qualcosa questi due nomi spagnoleggianti, misteriosi e vagamente esotici: <em>Fonda Boricua</em> e <em>Julia de Burgos</em>? No? Allora ascoltate attentamente le seguenti istruzioni di viaggio (metropolitano).</p>
<p>Primo scenario. Vi trovate a Manhattan, di giovedì, diciamo intorno alle 19, beh, se abitate dalle parti dell’East Village infilatevi nella metropolitana ad Astor Place, prendete la linea verde (la 6) verso Nord, scendete alla 103esima Strada (East Harlem), ve la fate a piedi lungo Lexington Av. fino alla 106, qui girate sulla destra, verso la Second Avenue, e dopo 50 metri finalmente si materializza davanti a voi la <em>Fonda Borica</em> (“Borinquen” è il nome antico di Portorico, e “boricua” sta per portoricano, mentre “fonda” in spagnolo vuol dire osteria). Di cosa si tratta? È un piccolo ristorante di cucina portoricana tipica (rigorosamente vietata ogni prenotazione!) – dunque fagioli neri e riso a oltranza (trovate il menu in Rete) – con questa caratteristica: su un palchetto, a partire dalle 8 e fino a mezzanotte si svolge una jam session fluviale di<em> latin jazz</em> con un gruppo di base cui si aggiungono via via i migliori musicisti nel genere provenienti da altri club della città (il <em>latin jazz</em>, e mi scuso per il didascalismo, affonda le sue radici nel <em>cuban-bop</em> di Dizzie Gillespie e da allora, fine anni ’40, si è sviluppato attraverso innumerevoli intrecci e ibridazioni). Solo recentemente, e dato il grande afflusso di pubblico, il locale si è ahimé sdoppiato: alla <em>Fonda Boricua</em> si mangia soltanto mentre la musica si è spostata sul lato opposto della strada.</p>
<p>Secondo scenario: siete sempre a Manhattan, ma di mercoledì, allora prendete lo stesso treno, uscite alla stessa fermata ma stavolta camminate di meno, perché  sulla stessa Lexington dopo 100 metri, sulla vostra sinistra c’è un edificio che assomiglia a una scuola: si chiama <em>Julia de Burgos</em> (che è poi il nome della maggiore poetessa portoricana, morta ad Harlem nel 1953). Entrate con 10 dollari immergendovi in una sala da ballo latina, con i migliori gruppi di salsa e charanga (flauto e violini) in circolazione. Il pubblico è eterogeneo ma perlopiù etnico: ballerini provetti, dalle forme sinuose e dalle movenze dionisiache, assai compiaciuti nella esibizione di sé, però vi accade anche di essere invitati a ballare da donne latine molto grasse e sudatissime e dalle dentature irregolari.</p>
<p><strong>Il dolciastro liscio dei Caraibi…</strong></p>
<p>Obietterete: ma perché la musica salsa? cosa ci trovi? non è quell’orrendo liscio dei Caraibi, musicalmente ripetitivo e stucchevole, più dolciastro della più zuccherata pagina di <em>Garcia Marquez</em>, che in Italia imperversa in molte discoteche alimentando corsi e scuole di ballo e tanta fasullissima, chiassosa<em> joie de vivre</em>? Qui sono costretto a un minimo di autobiografia.</p>
<p>All’inizio degli anni ’80 ho conosciuto la musica salsa a New York, dove era nata almeno un decennio prima nella comunità portoricana. Si trattava della riproposizione di ritmi cubani (mambo, cha cha cha, son, guaracha) ma in una versione metropolitana, più aggressiva e più incazzata. Anche musicalmente la salsa privilegiava suoni sporchi, impuri, con la massiccia immissione di tromboni. Aggiungo che ero predisposto a quel genere da una precedente passione per il rock latino di Santana (che infatti usava percussionisti <em>salseros</em>). Va bene i testi erano sentimentali e ingenuamente autoapologetici, la salsa non possedeva la febbrile, modernissima ambiguità del rock, e anzi appariva come un linguaggio anacronistico, in fondo così simile alla musica dei miei genitori, alla colonna sonora della commedia all’italiana degli anni del boom. Ottusamente euforici. Però allora mi conquistò perché 1) non era cantata in inglese, lingua dell’imperialismo e del pensiero unico; 2) rilanciava il ballo di coppia dopo un decennio di tristo e solitario ballo <em>single</em>; 3) comunque ci provava, a riparlare di sentimenti, dopo una lunga autocensura da parte delle subculture giovanili, spavaldamente “algide”; 4) trasmetteva una sensualità impudica e una energia tellurica, che provenivano dalla West Africa. Negli anni ’70 la salsa, che a New York aveva il suo sterminato bacino di utenza (e in seguito nelle comunità latine di Miami, Chicago, Los Angeles, Toronto…) uscì solo per un attimo dai suoi confini “etnici” con un disco prodotto dalla Fania Records (c’erano dentro anche Jorge Santana – fratello di Josè – e il sassofonista africano Manu Dubango). In seguito è rientrata nel proprio microcosmo culturale, salvo imbastardirsi un po’ con la disco e con certe contaminazioni di Gloria Estéfan. Oggi nel Caribe impazza poi l’insulso <em>reggaeton</em>, ma questa è un’altra storia… Tornando in Italia, in quei primi anni ’80 – già suonavo con dilettantesca passione batteria e percussioni – tentai di mettere su dei gruppi di salsa, però da noi il fenomeno esplose soltanto un decennio dopo, appunto con le discoteche e la proliferazione di scuole di ballo per coppie annoiate. Ma, a quel punto, data la mia vocazione “minoritaria”, non era un genere più davvero frequentabile. Così traghettai la passione musicale verso il latin jazz, certamente più nobile e anche più aperto alla sperimentazione, con la sua capacità di unire la tradizione ritmica dei Caraibi e l’improvvisazione sofisticata, inquieta del be-bop.</p>
<p><strong>Sdoganamenti</strong></p>
<p>Vorrei però  sottolineare, per i più schifiltosi utenti di questa rivista che la musica salsa è stata recentemente sdoganata nella stessa controcultura americana. Due anni fa lessi sull’irriverente, snobistico <em>Village voice</em> a proposito di questa musica: «La sua anarchica energia è pura New York!». La rivista alternativa e fricchettona, che si trova gratis ovunque a New York in pub, locali e caffè, pubblicò un articolo, a firma di Phil Freeman, in cui per la prima volta si riabilitava una musica così popolare e «terrona», della quale si elogia la «sorprendente sottigliezza e rude energia». L’articolo del <em>Village voice</em> esordisce così: «Fino a ieri se pensavo alla salsa la prima cosa che mi veniva in mente è che uno si augura di non avere vicini di casa che la amano!» (per la cronaca l’altro genere musicale per cui l’autore dell’articolo fa il medesimo ragionamento è il “merzbrow”, un filone rock minore che ignoro…). Poi però Freeman dichiara onestamente di aver cambiato idea in occasione della ristampa della mitica collezione Fania degli anni ’60 e ’70 ad opera di una etichetta di Miami (Emusica). Dopo aver ascoltato 30 CD conclude infatti che si trattava veramente di un «incredibile, selvaggio (wild-ass), variato genere fatto da un esercito di musicisti innovatori». Non solo i musicisti maledetti alla Hector Lavoe – morto per suicidio da overdose – , di cui è uscito un film molto <em>mélo (El cantante)</em> con Marc Anthony e Jennifer Lopez, o come il trombonista Willie Colon, che a 17 anni celebrava con spirito beffardo i “cattivi ragazzi” del barrio (la canzone <em>El malo</em>) ma quelli come La Lupe (una «Shirley Bass portoricana») Ismael Rivera, di Portorico, con la voce assai poco “educata” che nasce dalle viscere. A New York la salsa è in fase discendente rispetto a quegli anni ruggenti, e a parte il tempio consacrato <em>Copacabana </em>(che ha cambiato indirizzo e perso smalto), e poi il S.O.B. (il lunedì) e qualche altro club sparso per i vari quartieri, da Brooklyn a Queens e fino al New Jersey, la migliore salsa si ascolta in quei due posti tra loro contigui, che ho segnalato con queste pagine, e che invano vi sforzerete di cercare su <em>Time out</em> o sullo stesso <em>Village voice</em>:<em> La fonda boricua</em>, 169 E. 106th St tutti i giovedì, <em>comida</em> del Caribe e poi il locale-discoteca <em>Julia de Burgos</em>, Latino Cultural Center 1680 Lexington Avenue (Between 105th and 106th Street, i mercoledì dalle 8 alle 12 pm, direzione artistica del percussionista Jimmy Delgado), per ballare fino a sfinimento e choc alcolico. Sono posti lievemente decentrati ma ne vale la pena: dietro un certo sentimentalismo un po’ mieloso e perfino un pizzico di innocente volgarità (doppi sensi e ammiccamenti) non è altro, come scrive Freeman, che «energia anarchica di New York».</p>
<p>All’inizio ho parlato di un innamoramento. Una volta Carlo Levi, pensando soprattutto agli immigrati disse che New York era la vera capitale del Sud del mondo! Di cosa mi innamorai? Di una metropoli febbrile e ipertecnologica, proiettata nel futuro, che però in qualche suo angolo nascosto conservava dei ritmi arcaici e una filosofia di vita meridiana.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<h3><span style="color: #808080;">Nota bio-bibliografica</span></h3>
<p><span style="color: #808080;"><strong><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-11031" title="Immagine 25" src="http://www.nuok.it/wp-content/uploads/2010/06/Immagine-252-150x150.png" alt="Immagine 252 150x150 Diari newyorkesi: Filippo La Porta" width="172" height="172" />Filippo La Porta</strong>, è nato il 3 settembre 1952 a Roma dove vive. È critico e saggista. Lavora a contratto con varie università e istituti: per un corso di letteratura italiana contemporanea all’Università Luiss di Roma; per un master di scrittura creativa all’Università di Napoli Sant’Orsola; insegna scrittura e analisi del linguaggio all’Istituto del Design Europeo e all’Istituto per comunicatori Montecelio; insegna anche un corso di introduzione ai generi come visiting professor all’università di Cagliari (marzo 2010). Ha tenuto conferenze in varie università americane (Georgetown, NYU, Yale) e istituti di cultura (New York, Washington). Da marzo ad agosto 2007 ha vinto una borsa Fulbright di ricerca a New York presso la Fordham University. Collabora regolarmente a <em>Corriere della sera, Repubblica, XL, Messaggero, Riformista</em>. Ha una rubrica su <em>Left</em>. È presidente del comitato editoriale della Gaffi Editore di Roma. Ha pubblicato: <em>La nuova narrativa italiana</em>, Bollati Boringhieri (1995 e nuova edizione 1999); <em>Non c’è problema. Divagazioni morali su modi di dire e frasi fatte</em>, Feltrinelli, 1997; <em>Manuale di scrittura creatina</em>, Minimum Fax, 1999;<em> Narratori di un Sud disperso</em>, L’Ancora, 2000; <em>Pasolini, uno gnostico innamorato della realtà</em>, Le Lettere, 2002; <em>L’autoreverse dell’esperienza. Euforie e abbagli della vita flessibile</em>, Bollati Boringhieri, 2005; <em>Maestri irregolari</em>, Bollati Boringhieri, 2007 (vincitore del premio De Lollis di Chieti); <em>Dizionario della critica militante</em>, Bompiani, 2007 (con Giuseppe Leonelli); <em>Diario di un patriota perplesso negli Usa</em>, Edizioni e/o, 2008; È un problema tuo, Gaffi, 2009; <em>Uno sguardo sulla città</em>, Donzelli, 2010 (23 interviste a scrittori italiani sulla loro città). A ottobre 2010 uscirà il volume <em>Basta con la letteratura!</em>, Bollati Boringhieri.</span><br />
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