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Lo Stari Most dal minareto della moschea Koski Mehmed-Pasha

1993. L’anno in cui il “vecchio ponte” (Stari Most, appunto) di retaggio ottomano venne distrutto dai bombardamenti della guerra civile in Bosnia-Erzegovina si legge, scritto a calce o inciso, sui tetti degli edifici che lo circondano. Il fiume Neretva lo attraversa, con le sue acque verdognole, fresche e cristalline in cui quasi ogni giorno, a dispetto delle stagioni, si tuffano folli e nuotatori più o meno professionisti. Con piroette e salti carpiati, svettano dalla punta conica del ponte e interrompono la corrente.

Oggi patrimonio dell’UNESCO, il ponte è un pezzo di storia che non poteva non essere rimesso in piedi perché concepito per non essere mai distrutto, come racconta la scrittrice Azra Nuhefendic. Il ponte collegava e tuttora collegherebbe le due parti della città di Mostar, la seconda della Bosnia-Erzegovina, quella musulmana e quella croata, ma il suo significato è più che altro simbolico. Si percepisce tutto attraversandolo faticosamente sul selciato in legno che aiuta a non scivolare sui ciottoli. Eppure la maniera più bella di ammirarlo è arrampicarsi sugli scalini stretti del minareto della moschea di Koski Mehmed-Pasha, collocata sul lato sinistro, prima di raggiungere il ponte.

Nel chiostro all’ingresso ci si può prima lasciar tentare dai mercatini che vendono piccoli gioielli, foulard e borse coi ricami tipici, insieme ai più classici souvenir. Poi, senza togliersi le scarpe, e contribuendo con pochi marchi bosniaci, si può eccezionalmente salire sul cornicione del minareto, farsi pettinare i capelli dal vento e immaginarsi che il muezzin da lì cantasse il richiamo alla preghiera dai primi del ‘600.

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Questa segnalazione è stata curata da Eleonora Masi.
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