Zeppole, santini e “brasciole”: mancava solo Gigi D’Alessio


A New York ci sono diverse Little Italy: la più famosa, e anche la più finta e commerciale, è quella di Manhattan. Un paio di palazzi colorati di bianco, rosso e verde, e per il resto camerieri messicani che servono costosissimi e imbevibili espressi. La più bella e curata, anche un po’ a sorpresa, è quella del Bronx: una sorta di isola felice circondata da quartieri – come dire? – non esattamente turistici. Staten Island, di fatto, è tutta quanta un’isola tricolore: non solo è tradizionalmente una delle mete degli immigrati italiani del secolo scorso, ma negli anni – grazie ai prezzi contenuti e all’ampia disponibilità di terra – è diventata la destinazione preferita di molti italo-americani che si sono ormai stabilizzati e che desiderano avere una casa grande e un giardino. Le due Little Italy più veraci, secondo noi, si trovano entrambe a Brooklyn, per la precisione a Williamsburg e Bensonhurst. Fra le tante cose che le accomunano ce n’è una tipicamente italiana, soprattutto meridionale: la festa religiosa estiva, con la banda, le zeppole e la processione del santo. A Williamsburg c’è la “Festa de Giglio”, e si svolge a luglio, mentre a Bensonhurst, ad agosto, festeggiano Santa Rosalia.

Williamsburg è un quartiere piuttosto esteso, e al suo interno è diviso in varie zone: Bedford Avenue a nord è degli hipsters; a sud è dei sudamericani; ancora più a sud è degli ebrei ortodossi. A ovest c’è il fiume, e a est gli italiani. La festa religiosa, dunque, è anche una questione di identità. La Festa del Giglio, per la cronaca, celebra insieme San Paolino da Nola e Our Lady of Mount Carmel: San Paolino perché la comunità della zona è davvero tutta originaria di Nola, e la Madonna del Carmelo perché è a lei che è intitolata la chiesa locale. Proprio come nelle processioni che si fanno da noi al sud, anche qui si fa a gara – a colpi di offerte – per essere fra coloro che porteranno la statua sulle proprie spalle, o per avere l’onore di veder benedetti il proprio negozio o la propria casa. E dato che la celebrazione è doppia, ci sono anche due statue: una nave, larga quanto l’intera strada, per ricordare il santo e la sua avventura fra Africa e Italia per liberare uno schiavo, e una torre stretta e alta con la Madonna in bella vista sulla cima.

La festa dura quasi due settimane, e se la sera andate a farvi un giro da quelle parti vi sembrerà davvero di essere a una delle tante sagre paesane che si fanno da noi: invece degli hot dog i banchini vendono “brasciole”, che altro non sono che belle (e pesanti) salsicce piccanti nel pane, accompagnate da cipolle e peperoni; molti vi offrono formaggi e vino. Ci sono anche i gelati. E poi zeppole, zeppole ovunque.

C’è anche una banda di fiati e percussioni, che fa avanti e indietro per le varie streets fermandosi di tanto in tanto per dei veri e propri concerti, e siccome l’area riservata alla festa è pressappoco una ventina di blocks, in mezzora finirete per incontrarli almeno un paio di volte.


Vicino la chiesa ci sono degli artigiani che vendono santini e candele votive, e poi c’è una cosa che io avevo visto solo in televisione, nei documentari sull’Italia degli anni ’50: una statua della Madonna a cui sono appesi dei soldi. E lì ho capito come mai a Hollywood, nei film con gli italo-americani, inseriscono sempre questa scena: non è semplicemente che gli piace questo cliché degli italiani chiassosi e devoti, è che ce li hanno in casa. E sì, perché l’impressione generale – e lo dico con affetto – è davvero quella di una comunità che si è fermata agli anni dell’immediato dopoguerra, se non prima: l’oro in bella vista, sul collo o intorno ai polsi; i capelli pettinati all’indietro (e giurerei che un paio di tizi avevano anche la brillantina); l’italiano fortemente corrotto dal dialetto; e zeppole, un mare di zeppole. Ecco, mancava solo un palco con un cantante melodico – o neo-melodico – alla Gigi D’Alessio, e il quadro sarebbe stato completo.


E tuttavia, dato che siamo in America, qualche piccola integrazione c’è stata anche qua. Oltre al vino, infatti, trovate anche sangria e pinacolada, venduta da messicani che cercano di essere parte dell’atmosfera riciclando le loro bandiere nazionali (senza preoccuparsi troppo di nascondere il loro stemma però). E poi c’è il pesce fritto, che da noi si trova spesso nelle città di mare, ma oltre al pescespada e al baccalà qui friggono anche cozze e vongole, che – stando a wikipedia – è un’usanza del New England. Ma il vero tocco americano, secondo me, sono i giochi da luna park: tiri al bersaglio, scivoli, ruote panoramiche… Non so voi, ma quando io ero piccolo e andavo con i miei a qualcuna delle tante sagre estive, guardavo quei giochi e mi sembravano dei piccoli mondi alieni: era tutto scritto in inglese, c’erano immagini per nulla italiane (hot dog, gelati a pallina anziché nei coni), e a me, anche se ero piccolo, sembrava tutto un po’ fuori posto. Incongruo, direi oggi. E invece, passeggiando per Havemeyer street, per la prima volta ho avuto la sensazione che quei banchini e quei pupazzi enormi fossero nel posto giusto.


La Festa del Giglio è ormai passata, ma se l’avete persa avete un’occasione per rifarvi, e fra pochi giorni: le celebrazioni per Santa Rosalia, infatti, cominciano il 26 agosto, e anche queste andranno avanti per parecchi giorni. Bensonhurst, a differenza di Williamsburg, è quasi interamente italiana, anche se ultimamente la comunità cinese sta prendendo sempre più spazio. In ogni caso, i nostri immigrati sono ancora in maggioranza nel quartiere – stando al censimento del 2000 si parla di oltre 20.000 italoamericani – per cui è facile prevedere che sarà un evento che occuperà ancora più blocks e attirerà molta più gente. Bensonhurst, d’altronde, è famosa per essere il posto in cui gli italiani di New York si sono riuniti in massa dopo la vittoria al Mondiale del 2006. Insomma, le credenziali sono buone, se avete voglia di un tuffo indietro nell’Italia di una cinquantina d’anni fa. E non dimenticate di passare da Villabate, la pasticceria con i cannoli più buoni di tutta New York. Ma in questo caso vi suggeriamo di andare prima delle celebrazioni, perché già nei giorni normali la fila può durare anche un quarto d’ora. Figuratevi quando le strade saranno invase di zeppole, santini e “brasciole”!
Leonardo Staglianò ha scritto racconti, romanzi, dichiarazioni d’amore, sfoghi di rabbia, numeri di telefono sui biglietti da un dollaro, curriculum veri e falsi, spettacoli teatrali, discorsi di ringraziamento per premi mai ricevuti, tesi di laurea, saggi critici, email sotto falso nome, preghiere, spot per il web, fumetti, applicazioni per cellulari, lettere di protesta, sceneggiature cinematografiche, parole sulla sabbia, sui muri e sulla neve. Alcune di queste cose hanno raggiunto il mondo esterno, altre sono rimaste private. In tutte, ci ha messo il cuore. Per far contenti la mamma e il papà, segnala inoltre che ha studiato Filosofia a Firenze, Tecniche della Narrazione alla Scuola Holden, Dramatic Writing alla Tisch School della NYU.













ciao Leonardo, sono un appassionato lettore di nuok, vivo a Roma ma NYC è nel mio cuore per sempre. sono lì almeno una volta all’anno, per respirare un po’ di vita come piace a me.
qui in Italia rappresento l’Italian American Museum di Manhattan, che è proprio nella little Italy oggi ridotta all’osso. è vero quello che dici, oggi non è più come una volta: ma proprio per preservare la storia di cio’ che è stata, noi abbiamo acquistato – con grande fatica – l’edificio dove era una volta la Banca Stabile, che prestava i soldi ai nostri connazionali appena passati per Ellis Island, e li aiutava poi a mantenere i contatti con l’Italia. E’ un segnale, lì ci sarà per sempre un ricordo di noi italiani. Mi piacerebbe che parlaste anche di questo, perchè è diverso e ha più valore di “un paio di palazzi colorati” e di camerieri messicani. L’IAM vuole rappresentare i contributi positivi che gli italiani hanno dato alla cultura, all’economia e alla società degli USA. Recentemente abbiamo raccolto 110.000 dollari che abbiamo donato per il restauro di una fondamentale opera d’arte distrutta dal terremoto a L’Aquila, io sto seguendo le operazioni da qui. E’ un altro bel momento che parte da NYC e arriva in Italia, qualcosa che sarebbe bello voi poteste raccontare.
Che dici, si può fare? Darebbe anche più giustizia al tuo bel pezzo
Ciao
Umberto Mucci
Caro Umberto,
innanzitutto grazie per il tuo commento e per i complimenti, ci fanno davvero molto piacere.
Come avrai notato, nuok e’ un magazine dal taglio tendenzialmente pop: ogni tanto facciamo delle incursioni nella storia della citta’ o degli italiani che ci vivono, ma non e’ esattamente quello il nostro focus.
Eravamo a conoscenza dell’Italian American Museum di Manhattan e sappiamo che fate varie iniziative: sono certo che prima o poi ci sara’ anche qualche mostra o evento piu’ affine al nostro taglio editoriale, e non mancheremo di parlarne sul sito.
Grazie ancora,
Leonardo
Ciao Leo come va?
Ciao Umberto io l’anno scorso ho seguito per un mese la comunità Italo-Americana di Brooklyn e del Bronx e ho fatto un reportage fotografico su questo, ora mi trovo a Roma se ci vogliamo incontrare per un caffè sarei lieto di proporti e spiegare meglio il mio lavoro.
la mia E-mail matteocasilli@tiscali.it
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