Oggi a New York: Stefano Ricci e Gianni Forte
Stefano Ricci e Gianni Forte si sono formati all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e alla New York University, studiando drammaturgia con Edward Albee. Hanno vinto i premi Studio 12, Oddone Cappellino, Vallecorsi, Fondi-La Pastora e Hystrio per la Drammaturgia e hanno rappresentano il Teatro Eliseo/Roma alla prima edizione di ExtraCandoni. Con l’ETI e l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi rappresentano la drammaturgia italiana a Rouen (Scène Nazionale Petit-Quevilly/Mont-Saint-Aignan), Marsiglia (Festival Actoral), Nantes (Le Lieu Unique), Parigi (La Ménagerie de Verre). Partecipano a diversi festivals in Romania (Underground Theatre/Arad), Inghilterra (Lingering Whispers/Londra) e Germania (Glow/Berlino). Il loro sito è www.ricciforte.com

:: Com’è stata la prima volta a New York?
Cresciuti, come generazione, con il mito degli States – territorio inteso come Bengodi della fantasia e del Tutto Possibile – abbiamo entrambi procrastinato il nostro primo incontro con la Big Apple fino a identificarne nel viaggio un vettore professionale. Non volevamo passeggiare tra i suoi quartieri come semplici turisti ma cercavamo un’occasione che ci facesse sentire parte della città; un’esperienza di vita, insomma, che si è venuta a concretizzare quando abbiamo deciso di seguire un corso di perfezionamento di drammaturgia e sceneggiatura. In Italia avevamo appena deciso di iniziare una collaborazione professionale unendo le forze e creando ricci/forte, un logo che non sapevamo ancora dove e in che modo si sarebbe ramificato: palcoscenico, tv o grande schermo… non erano determinanti i media espressivi; in quel momento di germinazione avevamo solo necessità di mettere a punto le tecniche espressive e New York era sicuramente la meta ideale per un rifiuto dell’ortodossia e delle forme tradizionali nostrane, che sentivamo insoddisfacenti. Siamo arrivati in primavera e la prima strizzata d’occhi ci è venuta dalle condizioni meteo: una tempesta di neve (improvvisa per quella stagione dell’anno) ci ha accolti, ridisegnando i contorni dello skyline e dandoci immediatamente il benvenuto con una coltre bianca che conoscevamo perché già fotografata nei film dai migliori registi americani. Ci siamo sentiti da subito a casa. Una nostra amica ci avrebbe ospitati a Tribeca, che è diventato così il nostro triangolo di conoscenza. Cinque giorni alla settimana in città e i weekend in un ranch del New Jersey: il nostro rapporto con New York cominciava con il mood del metropolitano tipo.
:: Come avete vissuto la realtà teatrale in questa città? Come vi è sembrata?
Da principio tutto era avvolto da un’aura magica, dettata anche dalla sensazione di essere al centro del mondo. Qualche mese dopo abbiamo iniziato a comprendere meglio virtù e mancanze di questo ombelico vitale. Sicuramente la città continuava a detenere il titolo di città più update del pianeta, dal momento che è vero che non dorme mai e sforna in continuazione nuove forme e tendenze. Da un punto di vista culturale l’abbiamo trovata vivificante, necessaria, iperbolica, perfetta per due inquieti come noi che cercavano di svegliarsi dal torpore italico, un bradipo che si muove con un ralenty preistorico. A parte alcuni gruppi di ricerca teatrale che già conoscevamo e degni della nostra stima, abbiamo avuto modo di percepire che molto del teatro off newyorkese è basato principalmente sul logos. Come a Londra, anche nella Big Apple, gli spazi teatrali alternativi erano fucine dove venivano messi alla prova del pubblico centinaia di testi ogni mese. L’apparato testuale tradizionale, con fabula e personaggi, ci interessava solo in parte (lo stavamo studiando contemporaneamente nel nostro master professionale con Edward Albee, 3 volte premio Pulitzer per il teatro): preferivamo cercare forme che si avvicinassero all’arte performativa. Ecco perché abbiamo lentamente trascurato gli spazi teatrali deputati per scandagliare la “costa” performativa, quella più legata ad artisti visuali. Pinocchio nel paese dei balocchi non sarebbe rimasto più meravigliato di noi, non tanto nella varietà di offerta ma nell’assoluta disponibilità e fruizione di un pubblico eterogeneo e curioso; un’attenzione e una volontà di conoscere che, ancora oggi, latita nella maggior parte del pubblico nostrano.
:: Quanto ha influito, la Grande Mela, sul vostro modo di intendere il teatro?
New York non ci è servita a identificare un’estetica personale: piuttosto ci ha rafforzati nella convinzione di perseguire orme personali. Da un punto di vista pratico, invece, è stata fondante. I tempi della scrittura cinematografica o, meglio ancora, quelli delle serie tv, impongono ritmi e una velocità inusuali per la creazione teatrale. I brainstorming americani, poi, ipertonici e rapidi come saette, ci hanno formato un bioritmo ideale per le nostre creazioni, che viaggiano insieme ai performer durante il periodo di allestimento. Presentarsi all’inizio delle prove di un nuovo lavoro senza nemmeno una parola scritta ed edificare un’architettura linguistica attraverso stimoli improvvisativi dell’ensamble richiedono una concentrazione e uno scarto dinamico che gli States ci hanno insegnato a mettere a punto. D’altronde, pensando alle possibili suggestioni che New York può averci instillato… è sicuramente nella vitalità dei suoi abitanti il valore aggiunto della città. Quella forza sovversiva, libera da qualunque condizionamento, è una gemma che vale la pena collocare sotto le luci di un palco. E’ l’uomo, postmoderno (come quello newyorkese) o ancorato al passato (come quello italiano) a catalizzare la nostra attenzione e a farci compiere circumnavigazioni intorno alla volontà di emanciparsi da qualunque condizionamento geografico o culturale.
:: C’è un luogo, un posto, un locale, che per voi è un po’ un must e che visitate sempre prima di tornare a casa?
Esistono nidi, zone di passaggio dove ripristinare la tregua tra cuore e neuroni. Sono isole, bolle di sopravvivenza dentro le quali sentirsi settati sulle frequenze di un mondo che si muove. Come potremmo fare a meno di fare un salto alla galleria Space 3S, al 34 di Greene st (Soho), tempio della cultura in continua evoluzione? Anche NOBU, il ristorante giapponese più buono, ha una vertigine di odori e sapori che nemmeno la madeleine proustiana potrebbe fare di meglio: varcare le soglie di quel santuario gastronomico ti fa sentire cittadino del sistema solare. Pomeriggi interi, in compagnia del fidato MAC, a lavorare, bere e conversare con amici, li identifichiamo invece con il Rose & Jade, un bar nel Gramercy Park Hotel, Lexington Avenue: il battito fragoroso di Manhattan. E poi, Chinatown, i suoi mercati, Brooklyn, addirittura il JFK, non solo un aeroporto ma una navicella spaziale che ti fa sentire – con le sue dimensioni e la sua folla eterogenea – di aver varcato le porte di un mondo dove finalmente l’anima può decidere da sola il proprio sviluppo terrestre.
:: Tra i vostri lavori qual è quello che, attualmente, vi ha dato più soddisfazione?
Ogni creazione è un’avventura, un viaggio, esattamente come quelli geografici. New York è rimasta dentro di noi perché sottopelle resta il sapore di una crescita, di esperienze di vita che ci hanno fatto diventare quello che siamo. Analoga sorte avviene con gli spettacoli: ogni tassello ferma il tempo, racconta quello che siamo diventati, quello che chiediamo (a noi, ai nostri performer, al tempo che viviamo). troia’s discount, macadamia nut brittle, wunderkammer soap, pinter’s anatomy: ogni indagine diventa riflessione artistica ed etica del momento che stiamo vivendo. La soddisfazione, dunque, è nel viaggio… non nell’approdo. Ecco perché, di tutti i lavori fino a oggi presentati, siamo sicuramente affezionati al prossimo che produrremo: non sappiamo ancora nulla di lui, muove i suoi primi passi incerti in un paese – l’Italia – che sta precipitando verso una dittatura culturale omologante. Sappiamo solo il nome di questo nuovo spettacolo, grimmless (senza grimm), impastato con le fiabe-speranze-umori dei fratelli Grimm. Vedrà la luce a gennaio 2011, alla Limonaia di Sesto Fiorentino (FI), per poi approdare al Teatro India di Roma. Un altro viaggio, dunque, ricco di suggestioni, di frenate e improvvise schiarite… esattamente come l’estate americana, che dopo una primavera nevosa ci sorprese con la sua luce, illuminando New York e gettando nuovi sguardi a una città fulmicotonica che, come noi, è in continuo divenire.
Gaspare Baglio è bolognese. Ha scritto racconti qua e là fino al suo primo libro: Piccole Storie Crudeli (Perronelab, 2010). Nerd dichiarato, ha le seguenti passioni: i film di Tim Burton e di Almodovar, i fumetti, gli animali, il cibo cinese, le favole, i musical e tutto ciò che è camp. Ha un blog che non segue e ha un pessimo rapporto con la tecnologia. Nonostante tutto è buono.












