LANNON – Oggi a Londra: Davide “Folletto” Casali

23 August 2010
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Photo by Davide 'Folletto' Casali, post-production by Chiara Galli ©2010 (by-nc-sa 3.0)

Davide Casali, meglio conosciuto con il soprannome di Folletto, è un Interaction Designer ibrido, una professione che si posiziona al punto d’incrocio fra le sue tre più grandi passioni: design, psicologia e tecnologia. Ritiene che “la semplicità sia la più alta sofisticazione“, come sembra aver detto Leonardo Da Vinci.

Davide lavora per la Headshift, società leader europea nell’ambito del social business design, un’avventura che ha iniziato dopo la sua esperienza come Lead Interaction Designer per una società di design italiana, Maison,the, dove fra i vari clienti ha lavorato anche per Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ferrari, Mondadori, Benetton, Telecom Italia e Vodafone.

Uno dei suoi attuali progetti è WideTag, per il quale ha sviluppato WideNoise, un’applicazione per iPhone che monitora globalmente il rumore ambientale.

Nel 2007 è stato uno dei co-fondatori di Good50x70 - un progetto internazionale di comunicazione sociale – ed è advisor di PosterForTomorrow e Tonight.eu.

:: Benvenuto su Nuok, Davide! Cosa ti ha portato a Londra?

Lo so che la risposta facile sarebbe “basta guardare cosa succede in Italia!” e per quanto sia vero, non è sicuramente il motivo; anzi, se quello fosse stato il mio primo pensiero forse sarei restato, per cercare di dare nel mio piccolo un contributo. Per me le parole chiave sono due: curiosità e caso. Curiosità perché sono una persona che da molta importanza ai nuovi stimoli e conoscere nel dettaglio una cultura diversa - che per quanto occidentale, è molto diversa – era uno stimolo forte. Caso perché in realtà non avevo scelto Londra, stavo cercando un’esperienza che mi portasse in un qualunque paese anglofono dove c’erano società e persone che ritenevo di valore. Poi sicuramente Londra è uno spostamento “facile” perché alla fine si è, in parte, ancora all’interno dell’Europa.

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Brick Lane, zona nord, Photo by Davide 'Folletto' Casali, post-production by Chiara Galli ©2010 (by-nc-sa 3.0)

:: Quali sono state le tue prime sensazioni da Londoner?

Londra è un caleidoscopio dove i colori sono le persone che provengono da tutto il mondo. È affascinante vedere come l’architettura inglese diventi la tela sulla quale ogni cultura poi dipinge i suoi quadri. Anche dopo alcune settimane continua a stupirmi il modo in cui basta girare un angolo per trovarsi di colpo immersi in un contesto completamente differente. In alcuni punti è più evidente, come ad esempio entrando a Brick Lane, ma in altri casi è inaspettato, come certe vie o piazze nell’area di Soho. Contemporaneamente, avendo abitato sempre a Milano, Londra mi è sembrata un po’ già familiare. Questo mi sembra tuttora strano a dirsi e non saprei neppure dare un motivo preciso, però è come se tutte le città avessero un modo simile di funzionare che, una volta imparato, si ritrova ovunque uno vada. Chissà se avrò questa sensazione anche altrove!

:: Ti occupi di Hybrid Interaction Design, puoi spiegarci in cosa consiste il tuo lavoro?

L’Interaction Design è una tipologia di Design che ha iniziato ad esprimersi negli anni ottanta ed ha avuto come fondamento l’avanzata dei computer. Per certi versi è paragonabile all’Industrial Design applicato al software, ma in altri termini è quella parte del design che si focalizza su come le persone interagiscono con un oggetto creato dall’uomo, non però da un punto di vista fisico – quella è l’ergonomia – ma da un punto di vista mentale, quindi una sorta di ergonomia cognitiva. In modo concreto mi piace dire che la mia specializzazione si applica a qualunque cosa abbia un chip al suo interno e venga usato da una persona.

La parte “Hybrid“, invece, costituisce un pensiero più profondo, che parte dal presupposto che ci siano differenti tipologie di intelligenza. Questo, non solo nel senso di Howard Gardner (ndr: e della sua teoria sulle intelligenze multiple), ma anche nel senso che mentre alcune persone preferiscono andare in profondità in una sola materia, altre sono più portate ad unire i puntini di differenti discipline. Io tendo più ad appartenere a questa seconda categoria, che è definibile quindi come ibrida.

Questa mia abilità orizzontale è poi uno degli elementi su cui ho costruito le mie competenze professionali, per quanto sia più difficile perché ancora oggi è un tipo di competenza che non è facile comprendere. Ma di solito, quando viene riconosciuta, è il motivo per cui vengo chiamato. Peraltro, essere ibrido è quello che io ritengo debba essere un “designer” nel senso proprio del termine; volendo prendere a prestito le parole di Massimo Vignelli: “If you can design one thing, you can design everything“.

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Tramonto a London Bridge, Photo by Davide 'Folletto' Casali, post-productionby Chiara Galli ©2010 (by-nc-sa 3.0)

:: In che modo Londra ha aiutato la tua carriera e influenzato il tuo lavoro?

Questa domanda per me è un po’ difficile perché alla fine sono qui da poco più di tre mesi e per quanto avessi contatti con persone di Londra, oggi non posso ancora apprezzare i risultati di questo cambiamento. Però l’impressione è che mentre in Italia il design è solo quello elevato che fanno i grandi marchi o i grandi personaggi, qualcosa che ti puoi permettere solo ad un certo livello, qui invece ha il suo valore anche nei piccoli progetti e oserei quasi dire nella vita di tutti i giorni. È un po’ come dire che anche chi non riesce ad avere buoni risultati, comunque ci prova, dal comune di Londra al piccolo supermercato sotto casa. Ed è questa tendenza continua, ad ogni livello, che si percepisce.

:: Che differenze riscontri nell’approccio degli inglesi e degli italiani alle nuove tecnologie?

Un abisso, per molti versi. Qui mi sembra sia dato per scontato il valore delle tecnologie per il ruolo funzionale che possono assumere nella vita delle persone e non ci sono pregiudizi o preconcetti. L’esempio più eclatante è stato uno dei primi progetti a cui ho lavorato e che aveva come utenti finali delle famiglie che necessitano supporto statale, non esattamente il genere di utente che ti aspetteresti essere di tipo “evoluto”, ma quando sono andato ad approfondire quale fosse il livello di alfabetizzazione informatica, è risultato che tutte le famiglie facevano uso abituale di computer, anche per attività quotidiane come controllare l’orario dei treni o acquistare biglietti. E non si limitava all’uso di Facebook da parte dei figli. Devo dire che sono rimasto abbastanza colpito, ma mi ha fatto capire con chiarezza a che punto sia la cultura qui.

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Tower Bridge, Photo by Davide 'Folletto' Casali, post-production by Chiara Galli ©2010 (by-nc-sa 3.0)

:: Che consiglio daresti ad un giovane italiano che vuole intraprendere la tua stessa carriera?

Prima di tutto c’è la passione, che è il primo elemento fondamentale: ossia ti piace quello che fai? Se la risposta è sì, puoi verificarlo facilmente: la tua giornata tende a girare attorno a quel pensiero. È un po’ come per un fotografo che anche senza fotocamera in mano passa la giornata a pensare a che scatto potrebbe uscire sotto quella luce particolare che ha appena visto per strada.

L’altro elemento fondamentale sono le persone, che in questo caso sono di due tipologie. La prima, sono i guru, i maestri, le persone che sono un riferimento per la propria passione, quelle che definiscono “dove vorresti arrivare”. Nella mia vita ho sempre avuto dei guru lontani, come Munari, Vignelli, Rand, Ive, Raskin, Moggridge, Norman, che rappresentano il firmamento e l’ideale a cui tendere ogni giorno, e dei maestri vicini, quelli più importanti, quelli con cui puoi parlare e che rimangono con te per un periodo della tua vita, breve o lungo che sia, quelli che t’insegnano anche se magari sono dei pessimi insegnanti. La relazione con loro di solito giunge un momento di evoluzione in cui ti accorgi che il tuo maestro non è più su un piedistallo, ma ci puoi parlare alla pari. Quel momento è bellissimo: rappresenta spesso l’aver trovato un amico importante e ti segnala che è il momento di cercare un nuovo maestro. La seconda tipologia comprende le persone vicine con passioni simili con le quali costruire assieme. Sono importanti tanto quanto i maestri perché sono i compagni di viaggio, quelli che puoi chiamare per un drink o che puoi chiamare a mezzanotte con un’idea fantastica e loro non brontoleranno per l’orario, ma anzi saranno entusiasti come te per l’idea. Noi italiani abbiamo difficoltà ad accettare questo perché siamo molto individualisti, mentre gli inglesi oggi competono più di noi proprio per la loro capacità di fare gruppo. Lavorare qui mi ha fatto notare quanto sia forte e immediato lo spirito di gruppo, la fiducia reciproca e la stima.

So che questi consigli sembrano molto generici e del tutto applicabili a tutte le carriere. Lo sono, in effetti. Ma è perché credo che indipendentemente dalla professione scelta, questi siano gli elementi fondamentali. Poi, certamente, potrei indicare “La caffettiera del masochista” di Norman come il libro primo per chi vuole fare la mia professione, o dire che io ho studiato prima Informatica e poi Teoria e Tecnologia della Comunicazione all’Università di Milano Bicocca, o suggerire iter professionali quali iniziare a costruirsi un portfolio e lavori piccoli, anche gratis, ma di livello alto se ne vale la pena. Ma davvero, non valgono tanto quanto la passione e le persone. È meglio che ognuno segua la sua strada, perché copiare quella suggerita da qualcun altro non aiuta a raggiungere l’obiettivo, ma rappresenta solo una facciata di raggiungimento.

:: Cosa manca, secondo te, in Italia per offrire ai giovani talenti che lavorano con le nuove tecnologie la possibilità di sviluppare i loro progetti competendo a livello internazionale?

Questo è un dibattito apertissimo nella comunità tecnologica italiana. Io propenderei per rispondere con “cultura”. E per cultura non intendo semplicemente nozionistica educazione, ma proprio una mentalità e un’attitudine specifica. Primo perché di solito non pensiamo in grande, ci accontentiamo di diventare “il primo progetto italiano”. Negli USA se non cercano di diventare leader mondiali, non sono contenti, e questo come dire, definisce la cornice all’interno della quale ci si muove. Secondo perché, come accennavo prima, manca il teamwork: preferiamo spesso competere fra di noi, anziché unirci e creare qualcosa di eccezionale. I finanziamenti, certo, servono, ma sono quasi secondari – QUASI – se si lavora con questi obbiettivi in testa. Vi suggerisco di cercare la recente storia di Mashape in rete a riguardo.

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Tramonto dal Tower Bridge, Photo by Davide 'Folletto' Casali, post-production by Chiara Galli ©2010 (by-nc-sa 3.0)

:: Qual è il posto di Londra che ti fa sentire a casa?

Ho sempre vissuto a Milano, ma le mie origini sono comasche, quindi è strano a dirsi ma per certi versi mi sento a casa quando guardo il Tamigi dalla riva o da un ponte. Il tramonto da Tower Bridge è poi spesso spettacolare.

:: Qual è la cosa più strana che hai visto a Londra?

Londra è bella perché sembra tollerare in modo notevole la diversità. Ci sono quindi tante cose strane, ma ho capito che per un Londoner rappresentano la normalità. Sai… non saprei davvero cosa risponderti! Tranne forse che all’interno di Camden Town c’è un negozio chiamato CyberDog che mi ha stupito: è un negozio che è costruito per sembrare un ambiente cyberpunk e vende vestiti che sembrano usciti da dei film di fantascienza a metà strada fra Tron e Johnny Mnemonic. Ma è proprio il fatto che quella roba viene venduta al pubblico e non sono costumi di scena che mi ha interessato. C’è un sacco di gente che va là giusto per provare un completo e uscire. Non so se possa essere considerato strano di per sé, ma a me ha stupito.

:: Consiglia ai lettori di Nuok un’attrazione o un quartiere di Londra al di fuori dei circuiti turistici, ma nel quale si respira l’atmosfera autentica della città.

Recentemente ho scoperto una piccola perla nascosta che è il Good Food Market a St. Katharine Dock (zona Tower Hill). Piccolino, senza pretese, ma è un mercatino in cui il venerdì potete trovare bancarelle di moltissime nazionalità tutte vicine fra loro. E tutte alternative gustosissime e di qualità, dove potete prendere al volo qualcosa da mangiare subito oppure da portare a casa. È un po’ come il Borough Market vicino a London Bridge, ma in miniatura: una grossa varietà in uno spazio molto piccolo.

:: Tradiresti Londra solo per…

Tradirei Londra per il resto del mondo. Non ho ancora un posto che sento mio. Può darsi che sia Londra. Per ora vivo al massimo quello che ho e poi… si vedrà.

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Elisa è nata e scrive di notte. Ha un babbo italiano, una mamma francese e un cuore "québécois" - almeno così le hanno detto durante un freddo inverno canadese. Si occupa di management culturale e vive a Londra dal 2009. Nel tempo libero sonnecchia su treni ed aerei, lavora sulla pronuncia perfetta della parola "hippopotomonstrosesquipedaliophobia" e racconta le città attraverso le persone.

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Elisa Cecilli

Elisa è nata e scrive di notte. Ha un babbo italiano, una mamma francese e un cuore "québécois" - almeno così le hanno detto durante un freddo inverno canadese. Si occupa di management culturale e vive a Londra dal 2009. Nel tempo libero sonnecchia su treni ed aerei, lavora sulla pronuncia perfetta della parola "hippopotomonstrosesquipedaliophobia" e racconta le città attraverso le persone.

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