11. HIPSTERISM: tendenze o invadenze?

16 July 2010

Vivere in una città, in particolare se si tratta di una grande città, può essere una gran fortuna. Ma dico può, perché potrebbe anche darsi che non lo sia, o non sempre, e non per tutto.

Quello che riconosco alle piccole cittadine di provincia e ai paeselli è che, laddove non ancora contaminate dalla smania di apparire e dall’ansia di uniformarsi nel timore del giudizio altrui, possano talvolta essere delle isole felici in cui non si è condannati a calarsi in una moda o in uno stile, qualunque esso sia.

Se penso a mia nonna, a mia zia, a mia madre non vedo donne che seguono delle mode, ma donne che si vestono senza ansia, secondo la funzionalità e secondo il loro piacere. E questo è tanto più vero quando si varcano i confini dell’Italia. Tutti gli stranieri che vengono dalle nostre parti restano colpiti da quanto siamo curati, forse troppo, in tutti gli aspetti dell’estetica, dall’abbigliamento agli accessori (auto, moto, motorino, etc).

Bene, direte voi, a parte non essere forse particolarmente d’accordo su questo punto, cosa c’entra tutto ciò con New York?

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Affascinati da alcune grandi città e rapiti dalla loro ‘tolleranza’, a volte ci dimentichiamo che vivere in un centro urbano possa significare, al pari che in realtà più piccole, stare immersi in alcune correnti piuttosto che in altre, frequentare alcuni ambienti rinunciando ad altri, per poi scoprire che per quanto grande e popolata la città possa essere, le persone che fanno cose simili e che hanno interessi simili finiscono per incontrarsi sistematicamente negli stessi posti, conoscere le stesse persone, parlare dei medesimi argomenti.

Si chiamano Teorie delle Reti Sociali, e sono valide dappertutto, basti pensare ai 6 gradi di separazione. Anche le città possono rivelarsi, senza sorpresa, molto provinciali!

Quindi, quando qualcuno mi dice ‘Ma che bello, a New York (ma potrebbe essere anche Londra, o a Berlino) sei veramente libero di fare quello che vuoi, di vestirti come vuoi, senza che nessuno ti guardi!‘ in tutta sincerità, mi faccio sempre una risatina sotto i baffi.

Se una persona vuole davvero essere anticonvenzionale e fuori dalle mode non ha bisogno di stare a NY, o altrove, perché, che ti guardino o meno, se sei libero e hai autonomia di pensiero e giudizio, in teoria non dovrebbe fare alcuna differenza dove ti trovi! A parte che poi, alla fine, siamo tutti soggetti a quello che stagione per stagione, si trova nei negozi!

Per tornare a noi, ho fatto tutto questo gran giro, per arrivare ad un punto banalissimo: i gusti diventano tendenze, le tendenze mode e poi… invasioni.

Ultimamente se ne vede una, frequente ormai in tutto il mondo, a Milano come a NY. In un posto si chiamano ‘indie’, nell’altro ‘hipster‘ ma sono sostanzialmente la stessa cosa e hanno inondato interi quartieri (Isola o Williamsburg concettualmente non sono molto diversi) con i loro pantaloni stretti grigio topo, le loro T-shirt bianche sformate con gilettino o camicie a quadri e pseudo borsalino (non saprei come altro definirlo) per LUI, e gonna a vita alta con elastico a fascia, magari bretelle, leggins talvolta a rete o talvolta bucati con nero imperante, anche qui magliette bianche o a righe, rossetto carminio per LEI, e dominanti su tutti ogni tipo di occhiale che abbia una montatura spessa almeno 2 dita e lenti enormi.

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Questa corrente alternativa direi che di alternativo non ha più molto, da quando è diventata mainstream. A parte abitare tutti nella stessa zona (se prendete la metro L per Bedford Ave potrete notare una straordinaria omogeneità della popolazione), andare negli stessi locali, avere più o meno gli stessi gusti musicali e vestirsi allo stesso modo, mi pare che l’autonomia venga fortemente difesa!

A New York, dove tutto è più estremo, esiste persino una catena di abbigliamento in grado di soddisfare ogni domanda da hipster. Andate da URBAN OUTFITTERS e avrete vestiti da hipster, smalti da hipster, persino commessi hipster! Potete desiderare di meglio?

Adesso, come in altri periodi, anni ’70, ’80, ’90, la città non fa nessuna differenza; continua ad essere un fertile terreno per ogni genere di contagio. Spesso utile, creativo, arricchente, come Alice ha scritto qualche giorno fa, ma a volte anche assolutamente banale e uniformante.

Mi piace pensare che per ora sono riuscita a non farmi travolgere da questo ‘hipsterismo’ collettivo, e che può valere la pena di pescare le proposte valide (in campo musicale sono davvero imbattibili!) ma sempre con il neurone attento ad aggiungere i miei pallini neri, quel tanto che basta per trasformare un cerchio rosso in una coccinella.

E voi?

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Elisa was born in Sardinia (Sardinia, that is NOT Sicily!) in 1983 and since then many things have occurred. She grew up in The beautiful island but left it to study ‘on the Continet’ (Brits are not the only owners of such expression), and then to travel to several destination, among which NYC. She loves to cook and has been associated to ‘one of those typical Italian Mammas’ in too many occasions by too many foreign friends. She’s also fond of foreign languages and sometimes pretends to forget being Italian though she currently lives and works in Milan...

2 commenti for “11. HIPSTERISM: tendenze o invadenze?”

  1. el

    Sara’ che dalle mie parti il provincialismo si mangia a colazione, ma purtroppo il conformismo e’ quasi un obbligo se vuoi sopravvivere senza essere deriso o, piu’ semplicemente, ignorato. Persino mia Nonna segue delle regole ben precise riguardo al suo aspetto (presente la permanente con la tinta violetta??) e sarebbe terrorizzata all’idea di uscire dal suo recinto. Per cui no, non trovo New York una citta’ provinciale, ma proprio per la sua estensione, puo’ contenere del provincialismo che, grazie al cielo, e’ davvero facilmente ignorabile.

  2. Sono d’accordo con July, anche il piu’ tatuato degli hipster puo’ permettersi di fare qualsiasi tipo di lavoro a NYC, avvocato come cameriere, certamente cio’ difficilmente potrebbe capitare in una qualsiasi cittadina di provincia, in particolare in Italia dove ci sono molte piu’ regole sull’abbigliamento e su come ci si presenta in societa’, quindi e’ vero che a NY puoi vestirti come vuoi, magari ti guardano, ma finisce li’.
    Io vivo a Williamsburg, non credo di essere hipster, ma mi piace sentirmi assolutamente libera nella scelta di cosa mettermi, e sento che a NY posso esserlo, totalmente. Anche in Italia sono libera, chiaro, ma gli sguardi si fanno piu’ intensi e i commenti piu’ maliziosi.
    Inoltre trovo che non ci sia niente di banale e uniformante in questo tipo di abbigliamento, nella ‘moda’ hipster non trovo tutti quei chiche’ o barriere che noto nel modo di vestirsi dell’90% dei giovani Italiani e nei negozi delle piccole medie cittadine della penisola, quanto meno e’ una moda piu’ varia, colorata, originale e creativa:-)

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Elisa Agnetti

Elisa was born in Sardinia (Sardinia, that is NOT Sicily!) in 1983 and since then many things have occurred. She grew up in The beautiful island but left it to study ‘on the Continet’ (Brits are not the only owners of such expression), and then to travel to several destination, among which NYC.
She loves to cook and has been associated to ‘one of those typical Italian Mammas’ in too many occasions by too many foreign friends. She’s also fond of foreign languages and sometimes pretends to forget being Italian though she currently lives and works in Milan...

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